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RECENSIONE


Wed, January 30, 2019

“LA FAVORITA”: MICROFISICA DEL POTERE

Dopo i fulminanti esordi underground e l’approdo al mainstream con” The Lobster”, l’ultima pellicola del regista greco Yorgos Lanthimos – “La Favorita” – è una meravigliosa microfisica del potere in abiti femminili. La storia è quella della lotta tra Sarah Churchill, duchessa di Marlborough, e la sua lontana cugina Abigail Hill, per occupare il posto di consigliere particolare e tesoriere della Regina Anna all’alba del diciottesimo secolo. Ma il film è soprattutto un affresco politico e una perizia psichiatrica delle derive contemporanee, a ribadirci che “sovrano” è solo il potere, mentre l’essere umano rimane sacro: privato di ogni diritto e libertà.

Dopo i fulminanti esordi underground di Kynodontas (2009) e Alps(2011), il passaggio a grosse produzioni e attori internazionali con The Lobster (2015) e Il sacrificio del cervo sacro (2017), il terzo film mainstream del greco Yorgos Lanthimos – La Favorita (2018) – è una meravigliosa microfisica del potere in abiti femminili.
La vita nel palazzo reale è inquadrata con lenti grandangolari che distorcono ogni prospettiva e provocano un senso di smarrimento, nello spettatore e negli stessi protagonisti. Il centro del potere si trasforma in un labirinto, in cui servi e padroni sono egualmente intrappolati, al pari di quei conigli – figli morti o mai nati della Regina – che aprono e chiudono il film in un’inquietante dissolvenza circolare. Come in un nastro di Möbius.
La storia è quella della lotta tra Sarah Churchill, duchessa di Marlborough, e la sua lontana cugina Abigail Hill, per occupare il posto di consigliere particolare e tesoriere della Regina Anna, ultima esponente del casato degli Stuart sul trono britannico prima dell’avvento degli Hanover, all’alba del diciottesimo secolo.
Da una serie di eventi realmente accaduti, trascritti in sceneggiatura oltre dieci anni fa da Deborah Davis, il regista greco e il co-sceneggiatore Tony McNamara partono per concepire un’opera dadaista che si tinge di melodramma, affresco politico e perizia psichiatrica nazionalpopolare.
Oscillando tra il remake barocco di Eva contro Eva ( Joseph L. Mankiewicz, 1950) e il remix postmoderno de I misteri del giardino di Compton House(Peter Greenaway 1982), i corridoi del palazzo reale, le cucine e le stanze da letto, illuminate di sola luce naturale, diventano la prigione entro i cui confini si muove la legge: del diritto (che è sempre del più forte) e dei sentimenti (altrettanto regolata da rapporti di dominio).
Una legge data, immutabile nelle sue declinazioni e impersonata dal corpo reale di una sovrana volatile e capricciosa e dal corpo sacro delle sue due ancelle genuflesse. In un continuo gioco di specchi e mutamento di ruoli, tipico della filmografia del regista.

Le telecamere a circuito a chiuso, i fori e i pertugi attraverso cui lo spettatore assiste a questa messa in scena teatrale che sfonda il quarto muro, quello dell’alienazione, senza bisogno di attori che si rivolgano direttamente alla telecamera come in Vice-L’uomo nell’ombra (Adam Mc Kay, 2018), contribuiscono a questo senso di claustrofobia e controllo: noi siamo le sentinelle nel centro del panottico, prigionieri tanto quanto i carcerati che vorremmo controllare.
Il diritto del più forte nella modernità tende all’espulsione dalla società del debole, che non è più lo schiavo degli antichi imperi ma “libero” di essere deportato, come accade quotidianamente ai migranti e alla fine del film a una delle protagoniste.
È a partire da questo gioco di ruoli, di continui ribaltamenti di prospettiva, affetti e classe sociale, in un altrimenti rigidissima struttura dominata dalla divisione sociale del lavoro e dell’appartenenza di casta – dove i riferimenti vanno da La paura mangia l’anima (Rainer Werner Fassbinder, 1974) a Gosford Park(Robert Altman, 2001) – che si snoda la questione di genere.

Contro ogni riduzione di senso della pellicola a una tesi secondo cui un mondo dominato da donne sarebbe un mondo altrettanto violento di quello patriarcale, per di più regolato da cattiverie, invidie e sotterfugi messi in atto da un sesso che “perde sangue ventotto giorni al mese”, come dice a un certo punto del film Abigal Hill, il regista ci racconta invece un mondo in cui gli uomini sono incipriati, agghindati, truccati, imparruccati, occupati solo a scambiarsi gossip, invaghirsi, scommettere alle corse (delle anatre, al rallentatore) o a lanciarsi melograni, mentre le donne sparano (ai piccioni, in soggettiva), legiferano, decidono tattiche e strategie di guerra, scelgono come e con chi accoppiarsi.
Ma attenzione. Non è un semplice gioco di specchi. Maschio, bianco, di gusti sessuali che non conosciamo e non ci interessano, Lanthimos sa benissimo di vivere e godere dei privilegi del patriarcato, dentro e fuori il mondo del cinema.
Quindi non prova nemmeno per un momento a fare un film femminista, cioè a far danzare il corpo femminile con ambizioni rivoluzionarie sulla scia del Suspiria di Guadagnino – riuscendoci o meno, come discutevamo con Ivan Carozzi in seguito alla sua interessante replica in cui ci menzionava.

Il regista, per la prima volta non autore della sceneggiatura ma sicuramente “autore” del film nelle sue componenti tecniche e narrative, seguendo l’insegnamento di Bachtin utilizza tutte le figure retoriche a sua disposizione per rappresentare il conflitto di classe, la tirannia del potere e il dominio del patriarcato, attraverso i corpi mobili, disarmonici e sproporzionati di tre meravigliose attrici donne: Olivia Colman, Emma Stone, Rachel Weisz.

Tutte giustamente candidate all’Oscar in una produzione che ambisce addirittura a dieci statuette, compresi miglior film e migliore regia.
È un carnevale grottesco e violento quello messo in scena da La Favorita. Un affresco della ferocia del potere universale, fuori dalla prigione dello spazio e del tempo in cui ci costringe la telecamera all’interno del palazzo reale.
Una satirica quanto lucida analisi dell’impossibilità dell’ascesa sociale già certificata agli albori del capitalismo, che su questa bugia regge il suo portato ideologico. Una buffa quanto violentissima presa d’atto che le dinamiche di competizione, estrazione e sfruttamento sono le fondamenta del patto sociale della modernità, e imprigionino tutti quelli che decidono di farne parte.

Sovrano è solo il potere, l’essere umano rimane sacro: privato di ogni diritto e libertà.

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