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Tue, October 29, 2019

La Brexit è una crisi necessaria: rivela il vero posto della Gran Bretagna nel mondo

Secondo David Edgerton la Brexit è una "crisi necessaria" perché consente di mettere a nudo, finalmente, il vero stato delle cose nel Regno Unito.

Lo scorso 9 ottobre è apparsa sul «Guardian» un’acuta riflessione intorno alla Brexit dello storico David Edgerton. L’abbiamo tradotta e, qui di seguito, la pubblichiamo.


Chi sostiene la Brexit? L’agricoltura è contro; l’industria è contro; i servizi sono contro. Nessuno di loro, è inutile dirlo, sostiene una Brexit senza accordo (la cosiddetta “no-deal Brexit”).
Eppure il Partito Conservatore, che a lungo ha sostenuto l’Unione europea per ragioni economiche, non è diventato solo euroscettico, ha proprio preso quella strada che ogni rispettabile Stato capitalista e la grande maggioranza delle imprese considerano intrinsecamente sciocca.

Se qualche primo ministro avesse dimostrato in passato una tale ignoranza delle dinamiche del capitalismo globale, le truppe al completo del capitalismo britannico sarebbero intervenute in massa per imporre un cambiamento di direzione.

Ma oggi, mentre anche la CBI {la confindustria britannica, N.d.T.} e il «Financial Times» chiedono una Brexit più soft possibile, i Tories non li stanno nemmeno a sentire.

Perché no? Una risposta possibile è che i Tories ora rappresentano gli interessi solo di una piccola parte dei capitalisti che finanziano effettivamente il partito.

Una versione abbastanza estrema di questa tesi è stata proposta dalla sorella del primo ministro, Rachel, e dall’ex cancelliere Philip Hammond: entrambi hanno suggerito che la hard Brexit è dovuta alle relazioni pericolose tra il primo ministro e gli hedge-fund che lo sostengono, che hanno shortato la sterlina e l’intera economia britannica. È molto improbabile che ciò corrisponda al vero, ma potrebbe indicare una verità ancor più sconcertante.

Il fatto è che i capitalisti che sostengono la Brexit tendono a non avere quasi più rapporti con l’economia britannica. Questo è vero per gli hedge fund, ovviamente, ma anche per gli industriali come Sir James Dyson {inventore e designer, con un patrimonio stimato intorno ai 5 miliardi di dollari, NdT} le cui produzioni non sono più nel Regno Unito.

I proprietari di diversi giornali “Brexiter” sono stranieri, o hanno la residenza fiscale all’estero, come il miliardario pro-Brexit Sir James Ratcliffe di Ineos.

Ma la verità è molto più articolata. Quello che è interessante non sono tanto le connessioni tra il capitale e il partito dei Tory, ma la loro crescente disconnessione.

Oggi gran parte del capitale in Gran Bretagna non è britannico, e non è legato al Partito Conservatore. Anche se, per la maggior parte del XX secolo, così è stato.

Una volta, grandi capitalisti con interessi nazionali, imperiali e globali sedevano nella Camera dei Comuni e in quella dei Lord come Liberali o Conservatori.

Tra le due guerre, i Conservatori sono emersi come il vero partito del capitale, guidato da grandi industriali britannici come Stanley Baldwin e Neville Chamberlain. La Camera dei Comuni e quella dei Lord si riempirono più che mai di uomini d’affari Tory, dal proprietario dei giocattoli Meccano a quello delle Lyons Corner Houses.

Dopo la Seconda guerra mondiale, questi capitani d’industria abbandonarono la Camera dei Comuni {preferendo i Lords, NdT}, ma il Partito Conservatore rimase senza alcun dubbio il partito del capitale e della proprietà, in opposizione al partito del lavoro organizzato.

Inoltre, i Tory rappresentavano un capitalismo sempre più nazionale, protetto da controlli sulle importazioni, e strettamente legato a uno Stato interventista e tecnocratico che voleva aumentare le esportazioni di beni progettati e realizzati in Gran Bretagna. Un’azienda come la Imperial Chemical Industries (ICI) si considerava, e lo era davvero, un modello nazionale. L’industria britannica, pubblica e privata, era industria nazionale.

Dagli anni ‘70 in poi, le cose sono cambiate radicalmente. Oggi non esiste alcun capitalismo nazionale britannico. Londra è il luogo dove il capitalismo mondiale fa affari, non più il luogo dove il capitalismo britannico fa affari a livello mondiale.

Ovunque nel Regno Unito ci sono imprese di proprietà straniera, molte delle quali sono state nazionalizzate, che costruiscono reattori nucleari e gestiscono servizi ferroviari dall’estero.

Quando l’industria automobilistica parla, non lo fa come industria britannica, ma come industria straniera nel Regno Unito. Lo stesso vale per molti dei principali settori manifatturieri – dall’aviazione civile all’elettrotecnica – e delle infrastrutture. Qualunque siano gli interessi dei capitali stranieri, essi non trovano alcuna rappresentanza in un partito politico nazionale. La maggior parte di queste imprese di proprietà straniera, non a caso, è ostile alla Brexit.

La Brexit è il progetto politico dell'ala destra del Partito Conservatore, non dei suoi sostenitori capitalisti. Infatti, queste ali estreme sono state in grado di appropriarsi in parte del partito approfittando della mancanza di stabilità dovuta alla perdita di un legame organico con il capitale, sia a livello nazionale che locale.

La Brexit racconta inoltre della debolezza dello Stato, che un tempo era a sua volta legato al partito di governo – e in particolare ai conservatori. Lo Stato britannico una volta aveva la capacità di cambiare radicalmente e rapidamente il Regno Unito e le sue relazioni con il resto del mondo, come avvenne durante la Seconda guerra mondiale, nonché in occasione dell’adesione al mercato comune.

Oggi, il processo che va dal referendum all’attuazione {della Brexit, N.d.T.} richiederà – se mai avverrà – un lasso di tempo quasi pari a quello dell’intera Seconda guerra mondiale.

Il moderno Stato britannico si è allontanato dall’economia produttiva, ed è a malapena in grado di avere una visione d'insieme sulle complessità dell’odierno capitalismo.

Questo si è visto chiaro nei vari report sull'impatto della Brexit in disparati settori economici e produttivi che il governo è stato costretto a pubblicare: una banale "copia e incolla" di argomenti presi da Internet.

Lo Stato non è più in grado di fare una serie di progettazioni e interventi radicali che potrebbero far funzionare la Brexit. Perché ciò richiederebbe non solo uno Stato esperto, ma anche uno Stato strettamente collegato al mondo degli affari economici.

Quanto fatto avrebbe dovuto essere ormai molto visibile sia a livello tecnico sia a livello politico. Ma nulla di ciò è avvenuto. Cresce invece la sensazione che non avremo nessunissimo accordo, ma solamente dei mini-trattati. La vera speranza dei Brexiters è sicuramente che l’Unione europea ceda e continui a commerciare con il Regno Unito, come se nulla fosse cambiato.

La Brexit è una promessa senza un piano. Ma nel mondo reale “Brexit” significa Brexit, e “nessun accordo” significa nessun accordo.

La Brexit è una crisi necessaria, che ci permette di verificare, come si aspettava da molto tempo, lo stato delle cose nel Regno Unito. Espone la natura profonda dell’economia, i nuovi rapporti del capitalismo con la politica e la debolezza dello Stato.

Svela, con molta chiarezza, l’illusione dei Brexiters su quale sia il ruolo politico del Regno Unito nel mondo. Da una corretta comprensione di questi eventi potrebbe nascere un nuovo modo di intendere una politica progressiva nazionale; senza di questo, rimarremo invece prigionieri di una politica delirante e nostalgica del passato, degna di una “monarchia della banane”.


David Edgerton è professore di storia della scienza e della tecnologia, e di storia britannica moderna, al King’s College di Londra.
Qui l’articolo originale pubblicato sul «Guardian».
Immagine di copertina: elaborazione grafica da fotografia di Annika Haas disponibile sotto licenza Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0).
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