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RECENSIONE


Thu, June 13, 2019

JAMES ELLROY CONTRO IL CONSENSO GENERALE

Il “demon dog” è tornato. James Ellroy, sua maestà indiscussa del crime, ha da poco dato alle stampe la sua ultima fatica: “This Storm”, il secondo capitolo della tetralogia noir ambientata nella Los Angeles della Seconda Guerra Mondiale. Mentre monta l’hype per i lettori italiani, che vedranno uscire il nuovo romanzo nel 2020, la trepidante attesa è stata affievolita dalla pubblicazione di “Cronaca Nera”, un volume di “non fiction” attraverso cui lo scrittore californiano scava ancora una volta senza pietà nel cuore nero degli Usa, svelandone le nauseabonde menzogne e populistiche ipocrisie.

«Sunto retrospettivo basato sui ricordi». Un incipit che è una dichiarazione etica ed estetica, devastante. Così si apre “Clash by Night”, uno dei due racconti di non-fiction che James Ellroy raccoglie nel volume Cronaca Nera (Einaudi, 2019).
L’altro è “Career Girls Murders”. Entrambi i racconti sono stati scritti dal demon dog della letteratura contemporanea in quel tempo sospeso che scandisce la produzione delle sue opere principali, cioè i noir che indagano il cuore nero dell’America.
«Sempre più lontano, sempre oltre, verso il punto più estremo cui posso arrivare», come ama spesso ricordare.
Perfidia (Einaudi 2015), titanico e meraviglioso primo volume della quadrilogia ambientata a Los Angeles durante la Seconda Guerra Mondiale, è infatti ora raggiunto dal secondo capitolo, uscito negli Usa con il titolo di This Storm e con titolo ancora da definire per la pubblicazione, prevista l’anno prossimo, in Italia.
Ma mentre monta la messianica attesa dei lettori europei per il nuovo romanzo, torniamo all’incipit di “Clash by Night”. A quell’annuncio di poetica letteraria: sunto retrospettivo basato sui ricordi.
Il sunto ci dice che tutto è successo davvero. Non c’è fiction, non c’è invenzione. La trama è data dalla Storia, dagli avvenimenti, non da un autore demiurgo che crea un mondo fantastico. La scrittura aderisce alla realtà.
Il retrospettivo apre una falla, una voragine. Sì, ovvio, tutto è scritto dopo. Ma è appunto scritto, e dopo. Non può essere oggettivo. Non esiste la verità ma solo le sue diverse interpretazioni. La trama è data quindi da una lettura parziale degli avvenimenti.
Il basato sui ricordi fa esplodere le contraddizioni. Tutto potrà anche essere successo davvero ma quello che noi leggiamo ne è un’interpretazione parziale ulteriormente invalidata da meccanismi mnemonici, storici e sociali. La trama è data dalla combinazione di diversi fattori: la realtà, la sua interpretazione, la sua elaborazione nella memoria collettiva.
È la non fiction. È sempre stata non fiction quella di Ellroy. Non solo nei saggi come I miei luoghi oscuri (Bompiani, 1996) o nelle raccolte di racconti come Destination Morgue (Bompiani, 2003) e appunto Cronaca Nera (Einaudi, 2019). Ma anche e soprattutto nei grandi romanzi.
«L’azzardo consisteva nella composizione di un trittico che raccontasse la storia degli States dal 1958 al 1972 misurandosi con le vicende epocali che ne avevano indirizzato il corso. Roba forte, insomma. Sui fogli, vergati rigorosamente a mano, il racconto del crimine incontrò la grande narrazione storica. Lo scrittore si spingeva ai limiti, esplorando la nuova frontiera della historical crime fiction» scrive Tommaso De Lorenzis nella prefazione a Ellroy Confidential (Minimum Fax, 2015) a proposito della Underworld Trilogy.
Per poi aggiungere: «a dire il vero, nella tetralogia di L.A. – ambientata tra gli anni Quaranta e Cinquanta – l’uso romanzesco dei materiali storici aveva già trovato una coerente declinazione stilistica». È la non fiction. È sempre stata non fiction.
Ecco che, in “Clash by Night”, dopo l’incipit appare la prima persona plurale. La storia è tutta costruita attorno al “noi”.
«È un racconto di non fiction, nella narrazione ho assunto la voce di un anziano poliziotto senza nome. L’ultimo immaginario sopravvissuto tra gli investigatori dell’epoca. Uso il pronome “noi”…» dice Ellroy a Gianni Santucci nell’intervista pubblicata su La Lettura de «Il Corriere della Sera», il 17 marzo 2019.
Si potrebbe obiettare che quel “noi” si esaurisce lì, che i suoi romanzi non hanno alcuna ambizione di scardinare l’ordine costituito, che sono semplici storie di poliziotti e di delitti. Ma è proprio questo il gioco preferito dello scrittore californiano, quell’understatement letterario, sottile e tagliente che si mescola a una personalità provocatoria e straripante. Il risultato: una miscela esplosiva.
Una mescolanza alchemica da cui esce il demon dog del romanzo contemporaneo: variamente indicato come l’erede di Tolstoj, per la sua capacità di raccontare nel grande romanzo la Storia con la “esse” maiuscola, o di Dostoevskij, per la sua abilità nello scavare nei fondali della psiche e fare emergere i nuovi demoni.
Ci vollero ore/giorni/settimane. Interrogammo papponi/puttane/feccia di gang giovanili. Ci presentammo in rifugi di drogati/sale da biliardo/ritrovi di teppisti. Niente spiate precise. Tutte allusioni/voci di quarta mano/ storie di bastardi caaaaattivi. Eravamo i classici fessi bianchi dei film sui ghetti neri, che tutti andavano a vedere in massa.
Con il solito stile sincopato e asfissiante, il “noi” narrante di “Clash by Night” indaga sull’omicidio di Sal Mineo, avvenuto il 12 febbraio 1976. Sal Mineo è la spalla di James Dean nella celeberrima pellicola Gioventù Bruciata. È un ragazzo italoamericano bello, intelligentissimo, drogato, sessuomane, omosessuale. Sal Mineo finisce malissimo. Sal Mineo già appare come comparsa in diversi romanzi di Ellroy, che stavolta decide di dedicargli un tributo raccontandone per intero la tragica sorte.
Per due motivi, soprattutto. Perché siamo nel 1976, nel bicentenario della Dichiarazione d’indipendenza e della Nascita della nazione. E l’America che «non è mai stata innocente», come recita il fulminante incipit di American Tabloid, deve continuamente officiare sacrifici di sangue per nutrirsi e mantenersi viva.
Il secondo è che Ellroy ne approfitta per inserire un’altra ineluttabile dichiarazione di poetica.
Continuammo a vigilare l’edificio per vedere chi arrivava. Si presentarono alcuni fan e conoscenti alla lontana. Erano dei veri seccatori ma si comportavano bene. Volevano sentire le vibrazioni e ballare al ritmo della storia.
Sal era una stella del cinema. Volevano annusare la sua aura e scambiarsi pettegolezzi dell’ambiente cinematografico. Sal si scopava la tale e il tale. Sal era a conoscenza di informazioni riservate sull’assassinio di John Kennedy.
È il gossip, è il morboso, è il torbido. È il motore della società dello spettacolo. Hush Hush. Per due anni, per tre anni “noi” investigatori, scrittori e lettori non cerchiamo un assassino. Non cerchiamo la verità. Cerchiamo la polvere nascosta sotto il tappeto del sogno americano.
Cerchiamo quello perché così vuole il «consenso generale», occorrenza che si ripete più volte nel racconto “Clash by Night” e che diventa addirittura ossessiva nel racconto “Career Girls Murders”, che riprende invece il brutale omicidio di due ragazze avvenuto a New York il 23 agosto 1963.
Mandammo in galera un innocente. Cedemmo a un consenso generale avvelenato. Il crimine ci sconvolse, il contesto ci confuse, allo stesso tempo la nazione impazzì. Janice ed Emily erano solo una piccola parte della storia. Ma erano nostre. Erano nostre, da piangere e da vendicare.
Perché il “consenso generale” legittima la disparità di genere e il femminicidio, ma poi si innamora delle due ragazze bianche morte e invoca la forca per il colpevole. Ancora meglio se nero, come George Whitmore. Ancora meglio se innocente, come George Whitmore.
Interrogammo tizi che cagavano nei lavandini o che lo tiravano fuori in pubblico. Tastatori di culi in metropolitana e cowboy della vaselina.
Nonché:
Scassinatori transessuali, pompinari, leccatori di fica psicopatici. Maschi con il modus operandi di spalmare creme sulla pelle.
Risultato: ZERO.
Con l’incedere jazzistico, sincopato. Con lo slang dei bassifondi. Con il politicamente scorrettissimo, James Ellroy ci immerge nelle viscere di un’America bigotta, razzista e fascista. All’epoca di John Fitzgerald Kennedy come in quella di Donald Trump.
Un’America tanto più colpevole quanto più innamorata del consenso generale, del populismo penale che invoca pene infernali e sedie elettriche.
Il consenso generale crea la volontà di arrivare a conclusioni identiche. La collusione vuole una sola coscienza, sintonizzata su un’unica lunghezza d’onda. I poliziotti sono empirici cocciuti portati alle intuizioni mistiche. Tutti lo sappiamo quando lo vediamo e la maggior parte di noi vede le stesse cose.
Vede poliziotti che negli anni Sessanta trovano il capro espiatorio in George Whitmore. Vede poliziotti che negli anni Dieci sparano a neri disarmati e indifesi. Black Lives Matter, ci dice il demon dog, per poi spiazzarci ribadendo di essere un fottuto conservatore.
Black Lives Matter il 23 agosto 1963, quando in tutta New York per giustificare il brutale omicidio di Emily Hoffert e Janice Wylie il “consenso generale” sceglie un nero come capro espiatorio. Black Lives Matter il 23 agosto 1963, lo stesso giorno in cui Washington è inondata dalla marea della Grande Marcia guidata da Martin Luther King Jr, che voleva disinnescare il “consenso generale”.
«Il mistero, quindi, non riguarda tanto la violazione della legge, quanto i traumi e le rimozioni, le manie e le angosce che covano nell’inconscio» scrive ancora De Lorenzis in Ellroy Confidential.
Perché come sempre Ellroy mescola il grande romanzo storico e la perizia psichiatrica sociale, ribalta struttura e sovrastruttura, confonde pubblico e privato, sovrappone dicibile e indicibile, passato e presente.
Usa il genere noir per disseminare di ordigni esplosivi la letteratura contemporanea. Sovverte il genere noir per fare detonare la bomba della non fiction. Contro il consenso generale, ieri come oggi.
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