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TREDICESIMO-PIANO


Tue, September 22, 2020

IL RITORNO ALLE CITTÀ-STATO

Jung diceva che le malattie rappresentano i nuovi dèi: sono destituenti e costituenti, ci governano. Smart working, sospensione di eventi, crollo del turismo: la pandemia ha messo a nudo le contraddizioni delle Global Cities. Ma occhi attenti possono scorgervi la possibilità di ribaltare la crisi in occasioni di successo. Lo sa bene Dominic Morgan, che nel ritorno alle Città-Stato vede l’inizio di una nuova epoca e il prolungarsi di un orizzonte fatto di avveniristici affari.

Dominic Morgan, il faustiano Ceo della NYL nella serie tv Diavoli – liberamente tratta dall’omonimo romanzo di Guido Maria Brera –, contempla l’imbrunire su New York e riflette sul destino delle odierne global cities.

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La città globale pare aver smarrito la sua forma. Senza l’attività incessante che la attraversa, sembra privata della propria sostanza. La linfa che la percorre, la carne che le dà consistenza.

Le piazze sono vuote, le strade deserte, le saracinesche basse. I palazzi come gusci. All’epoca della pandemia, si direbbe che la metropoli è diventata la dimora spettrale dell’Occidente. I suoi abitanti si paralizzano o annunciano l’apocalisse. Intorno a loro, il 2020 annulla i grandi eventi, chiude locali che fino al giorno prima erano di punta. Allunga distese di cemento prive di luoghi d’aggregazione, dove sfrecciano rider telecomandati da algoritmi. Consegnano cibo biologico o junk food con la fretta di messaggeri di bollettini di guerra.

All'epoca della pandemia, la metropoli è diventata la dimora spettrale d'occidente. Eppure...

Non c’è nessun conflitto in corso, solo una trasformazione. Ciclica come l’andirivieni di giorno e notte su New York City.

Al fresco di Sunset Park, osservo il giorno finire. L’abbraccio del primo buio su Wall Street è tanto sinistro quanto fisiologico. Brooklyn non sta a badare a questo signore, in completo blu e camicia bianca, che guarda il tramonto. D’altronde il nome di Dominic Morgan non gli direbbe niente. Né immaginerebbe mai quanto pesa il mio sguardo sui toni che imbruniscono i grattacieli. Sul cielo che sta perdendo il sole, sulle cose degli uomini e delle donne di questo tempo.

Non c’è niente di nuovo, a veder bene. Solo un nuovo strato che va a posarsi sul precedente. Proprio come il rapporto tra città globale e pandemia si innesta su qualcosa che esisteva già.

Non occorre una memoria eccezionale per tornare all’inizio del secolo. Quando è accaduto, per la prima volta nella Storia, che più di metà degli esseri umani abitasse nelle metropoli. E quando, parallelamente, l’economia si è fatta liquida, immateriale, lasciando spazio alla finanza. È sufficiente tornare a quel passaggio: i flussi di capitale ridisegnavano il concetto di città, adeguandolo alle loro necessità.

Nascevano le Global Cities, che avevano per fondamenta la distribuzione e il consumo dei beni invece della loro produzione. Un passaggio, appunto: non una rivoluzione. La gradualità è la garanzia che il mondo non esca dai binari. La vibrazione dello scambio ferroviario, persino lo scossone che può agitare i convogli, non è il boato di un incidente.

Il crepuscolo è sceso su Wall Street. Mi volto. E sono confusi nell’indeterminatezza, alle mie spalle, i bordi di mausolei e cappelle che spuntano da Green-Wood – il cimitero monumentale che troneggia su Brooklyn. Dove riposa l’inventore del telegrafo, Samuel Morse: qualcuno che ha contribuito a collegare parti di mondo, tirare fili globali per avvolgere il pianeta. Era un altro secolo ancora: il Diciannovesimo, lo stesso che vide costruire Green-Wood a un miglio da qui.

Era inimmaginabile, allora, che le città potessero diventare veri e propri mezzi di produzione indipendenti, che dessero lavoro a milioni di persone. Che rappresentassero l’avanguardia tecnologica e scientifica, fossero destinate ad accogliere capitali riversati per sperimentare nuove soluzioni, nuove vie di fuga dai rischi.

È difficile pensarlo anche adesso. Siamo solo all’inizio dello sviluppo di questo modello, in effetti. Ma occhi attenti possono già individuare un ritorno alle Città-Stato: del tutto avulse dal Paese a cui appartengono, sempre più libere di osservare regole autonome. Soprattutto, di sviluppare un’economia propria: indipendente e anelastica.

Occhi attenti possono già riconoscere un ritorno alle Città-Stato.

Carl Gustav Jung diceva che le malattie sono i nuovi dèi, e dal presente possiamo dargli ragione. Lo vediamo in quest’anno malato: il virus si insinua in tutti i meccanismi vitali, le malattie sono destituenti e costituenti – ci governano. Smart working, sospensione di eventi, crollo del turismo: la pandemia ha messo a nudo le contraddizioni delle Global Cities. Ha mostrato l’insostenibilità sociale del modello. Ha sollevato il velo su giganti urbani deserti, sul loro scheletro di infrastrutture tutto sommato inutili.

Quest’anno malato non migliorerà il genere umano né le sue condizioni di vita. Ma il Covid per le città globali è la prova che ne testa le fragilità e adegua il modello, senza distruggerlo.

Le città globali torneranno a trainare il pianeta. A essere l’avanguardia nell’ecologia e nell’arte, nel commercio e nella ricerca scientifica. Come sono state gli avamposti del virus, così saranno le prime a sconfiggerlo. Le critiche verranno silenziate con un rovesciamento: saranno le metropoli a sperimentare e implementare nuove soluzioni verso la normalità. Saranno i primi luoghi a essere elettrificati, a sconfiggere l’inquinamento, a raggiungere una piena integrazione tra etnie diverse. E sarà una normalità altra, non quella che abbiamo conosciuto, perché il cambiamento indotto dal virus eliminerà le fragilità emerse. Ma vedremo comunque, ancora, coesistere inferni urbani e isole di benessere: non verrà, come si auspica, una vita finalmente migliore per tutti.

Di colpo New York City torna alla luce. Lampioni nelle strade, fari sui ponti. Sembra l’inizio di uno spettacolo teatrale, il riflettore acceso sulla scena. Il progresso tecnico riesce a dissolvere, nello scatto di un’attivazione oraria, la trama notturna che si era stesa con pazienza. L’uomo ha imparato a conoscere la notte, a reagire alla cecità che imponeva.

In un modo simile, il tramonto delle Global Cities occidentali è solo apparente. La loro trasformazione ininterrotta. Chi è pronto a incidere il 2020 sulla loro lapide, riponga pure gli strumenti e le convinzioni. Possono restare disorientate e perdere qualche metro, ma non la posizione più avanzata. Questo non è che un nuovo inizio.


La nuova edizione de I diavoli, il romanzo di Guido Maria Brera da cui è liberamente tratta la serie tv sky.
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