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TREDICESIMO-PIANO


Tue, November 24, 2020

«IL DEBITO, DISPOSITIVO DI POTERE». DAL DIARIO DI PHILIP WADE

Il diritto al fallimento non esiste più, perché l’indebitamento è l’architrave di questo sistema. E la finanza “del Covid” va nella stessa direzione: erogare sussidi per tenere in vita il ciclo del debito. Nel frattempo l’equity è detenuta dall’1% della popolazione mentre ciò che c’è da saldare è ben spalmato sul restante 99%.

A David Graeber

Per il professor Philip Wade, personaggio de I diavoli (di nuovo in libreria nella nuova edizione Rizzoli in occasione dell’uscita dell’omonima serie tv) e malinconico protagonista de La fine del tempo (La Nave di Teseo) di Guido Maria Brera, il debito è e rimarrà un dispositivo di potere e controllo. Almeno fin quando un granello non sarà gettato nell'ingranaggio, per incepparlo.

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Non riesco a smettere di pensare a David Graeber, anche se intorno succede di tutto. La guerra delle monete ha avuto inizio. Le banche centrali si giocano la carta della svalutazione, per stimolare la propria economia di riferimento.

L’inflazione è ormai un ricordo: la Fed dichiara di non tenerne più conto nella politica monetaria. È una mossa che in buona sostanza lascia mano libera alla Banca Centrale sulla politica monetaria e al tempo stesso rassicura i mercati. L’Europa ha approntato uno stimolo fiscale senza precedenti tramite il recovery fund sulla cui scia i singoli membri hanno approntato politiche fiscali espansive, supportati dalla Bce.

La curva di Phillips è passato remoto, proprio come me.

Ovunque nel mondo, politica fiscale e politica monetaria stringono un’alleanza, si uniscono per scopi elettorali. La curva di Phillips è passato remoto, proprio come me. La nuova teoria macroeconomica prevede solo una risposta veloce alla massa di dati in possesso: l’economia real time è questo, ormai. Mi pare fosse Chris Anderson a dirlo, diversi anni fa: la teoria è inutile, bisogna reagire ai dati e niente più, senza preclusioni ideologiche.

Non riesco a smettere di pensare a David Graeber. Ho letto tante cose in ricordo della sua recente scomparsa, e tutte mi sono sembrate troppo sintetiche. Antropologo, autore di Debito. I primi 5000 anni, promotore di Occupy Wall Street. Eppure non basta, forse niente basta per spiegare quanto ci mancherà la sua intelligenza. Le sue intuizioni.

Il debito è un dispositivo di potere.

Ad esempio: che il debito dev’essere cancellato quando non può essere pagato e diventa endemico. Il debito nella governance neoliberista è un dispositivo di potere: un modo di manovrare le masse, costrette a sacrifici più o meno intensi – a seconda della contingenza politica – per ripagarlo. È una specie di guinzaglio che si allunga e si accorcia in base alle esigenze, e quindi non viene cancellato mai. Piuttosto vengono erogati sussidi per ripagarlo in condizioni estreme. Il tutto mentre i debiti pubblici statali sono ormai carta straccia e vengono comprati dalle banche centrali stesse.

Il convitato di ferro al banchetto è il lavoro, e il suo rapporto col capitale. Il costo deve restare basso, per consentire la monetizzazione del debito ed evitare di ritrovarsi di colpo a Weimar. L’inflazione ambita dalle banche centrali è da domanda, legata a una ripresa dei consumi globali e non di certo un meccanismo inflattivo da offerta, ossia indotto da un aumento del costo del lavoro.

La spinta alle criptovalute, del resto, può essere considerata anche creazione di base monetaria, così come i sistemi di pagamento alternativi embedded nelle piattaforme tecnologiche sono tutti stimoli al consumo tramite la digitalizzazione della valuta e la sua facilità d’utilizzo.

Ma il costo del lavoro non può salire per definizione: l’individuo indebitato è costretto a lavorare a qualsiasi condizione, per ripianare i debiti che è costretto a sottoscrivere per sopravvivere. Il guinzaglio si accorcia e si allunga. E quando si rompe, l’uomo indebitato si trasforma in un senzatetto – entra nell’esercito degli inutili, buono solo per vendere i suoi organi all’homo deus in cerca dell’immortalità terrena. In un passaggio aggiornato del grande inquisitore de I fratelli Karamazov, Dostoevskij metterebbe il Debito al posto di Dio. Se non esiste il Debito, allora vale tutto.

In un passaggio aggiornato del grande inquisitore de I fratelli Karamazov, Dostoevskij metterebbe il Debito al posto di Dio.

Il debito pubblico monetizzato costringe gli investitori a muoversi su asset più rischiosi. Il bond market governativo, di solito parcheggio di risparmi prudenti, è stato spogliato del suo valore reale per spostare enormi quantità di denaro su investimenti in capitali di rischio. Questo cambio di paradigma dovrebbe creare un volano per l’economia reale e stimolare l’occupazione. Ma non è così. I flussi di capitale non fanno che spingere i valori azionari verso terre inesplorate: tengono in vita aziende decotte, bloccano il ciclo di mortalità delle start-up. Di conseguenza abbiamo una realtà totalmente distorta dell’ecosistema finanziario, che ormai è disconnesso dall’economia reale.

La frattura tra Wall Street e High Street mi sembra la perfetta metafora dello scollamento tra casinò finanziario e reale circolazione di ricchezza. Li separa una voragine. Negozi deserti da mesi, Borse che macinano nuovi record. Siamo quasi in una correlazione inversa: più la situazione peggiora, più i mercati si gonfiano grazie agli aiuti di Stato. Che finiscono per inflazionare gli asset finanziari, come successe nella Great Financial Crisis del 2008.

Nella devastazione dell’economia reale, le piattaforme tecnologiche fanno la parte del leone. Diventano oligopolisti naturali in quasi tutti i gangli economici. La monetizzazione del debito pubblico va a mettere in sicurezza il sistema finanziario, per far sì che il debito privato diventi perpetuo, invece d’essere usata per cancellare i debiti privati che stanno esplodendo. Così, appena qualcuno salta, ecco gli avvoltoi pronti ad assorbire l’attività fallita o la casa messa in ipoteca a prezzi stracciati.

Non riesco a smettere di pensare a David Graeber. E tutto quello che succede, probabilmente, invece di distrarmi mi fa tornare alle sue considerazioni.

Il diritto al fallimento non esiste più perché il debito è l’architrave del neoliberismo. Anche la bancarotta è stata derubricata a evento quasi impossibile. La Grecia fallita non è stata fatta fallire perché avrebbe dato un brutto segnale all’immaginario: meglio tenerla in vita in modo fittizio, tramite ulteriori debiti altrettanto impagabili. Il diritto al fallimento è stato cancellato, tranne che per i paria della società o per quelle nazioni che falliscono ciclicamente come l’Argentina.

Il diritto al fallimento non esiste più perché il debito è l’architrave del neoliberismo.

Il diritto al fallimento viene negato anche a livello individuale, ed è questo il realismo capitalista di cui parla Mark Fisher in una dimensione più intima. L’unico fallimento concesso avviene quando c’è un asset legato al debito che può essere reinserito nel circuito finanziario della leva. La casa, per esempio. Ma l’individuo dev’essere sempre in grado di contrarre nuovi debiti: altrimenti la società dei consumi crollerebbe all’istante, la sovrapproduzione costante di merci non troverebbe sbocco. Anche la spinta alle criptovalute è creazione monetaria, e lo stesso vale per i sistemi di pagamento alternativo all’interno delle piattaforme.

La finanza del Covid va nella stessa direzione. Tenere in vita il ciclo del debito tramite un meccanismo di sussidi che tiene in vita la macchina. Sussidi per pagare i debiti e farne di nuovi, perché l’equity è detenuta dall’1% mentre il debito è ben distribuito nel 99%. E più aumenta il debito più cresce il valore dell’equity. Più si allarga il numero degli indebitati più cresce il patrimonio dell’1%. Sono vasi comunicanti quasi perfetti, i rischi sono asimmetrici. La Shock Doctrine ha eliminato la fragilità del sistema, il banco vince sempre.

Il futuro però non è scritto e tutti i sistemi, prima o poi, si sfaldano. Questo lo dice la Storia, non il mio desiderio.

L’apice della distorsione del debito sono gli student loans, la cartolarizzazione degli stipendi futuri degli studenti. Questo mi fa particolarmente male. Perché i ragazzi vengono gettati nel mondo del lavoro con uno spettro di scelte limitato, le spalle al muro: accettare lavori che pagano subito e non rincorrere nulla che abbia bisogno di un respiro più lungo. I prestiti chiudono i giovani laureati in una modalità predefinita dal mercato, dalla quale non usciranno mai. E limita il progresso, perché molto spesso l’innovazione nasce da uno scarto – fuori dai binari. Non mi consola dirmi che è una prassi del sistema statunitense, poco diffusa qui: come per la sanità e la previdenza, temo che sarà l’Europa ad andare verso l’America.

Mai come in questo 2020 è esistita una distanza così siderale tra il 99% della popolazione e l’1% che continua ad arricchirsi. La Shock Economy di Naomi Klein cambia pelle ma continua la sua corsa verso una polarizzazione che è diventata paradossale.

Come per la sanità e la previdenza, temo che sarà l’Europa ad andare verso l’America.

Le strade americane sono infuocate dal conflitto di classe. Il governo della pandemia ha ricalcato la governance della Great Financial Crisis e del post 9/11, che già avevano assestato colpi mortali alla classe media. Il Covid sta colpendo ancora più duro.

Resiste un’aria di sospensione del tempo, nella speranza di un vaccino o di una soluzione scientifica. L’attesa messianica di un ritorno a una normalità che è già compromessa. Ma il risveglio sarà peggiore di un incubo: quando la pandemia finirà e la classe media impoverita si troverà sommersa di debiti impagabili.

Esploderà, la spinta globale a creare debito e a tenere bassi salari e costo del lavoro. Esploderà come un’immensa bolla.



La nuova edizione de I diavoli, il romanzo di Guido Maria Brera da cui è liberamente tratta la serie tv sky.
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