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RECENSIONE


Thu, May 16, 2019

“GHOUL” CI RACCONTA IL CLIMA D’ODIO E PAURA CHE REGNA IN INDIA

“Ghoul”, la miniserie horror indiana uscita lo scorso anno su Netflix, immaginava una realtà distopica in cui il nazionalismo al potere esercitava misure di controllo e repressione degne del Terzo Reich. Un’ambientazione dominata da odio e paura che, a ben vedere, si rispecchia nell’India contemporanea e nelle attuali elezioni del Paese.

In una stanza illuminata a fatica dai neon, un uomo si inginocchia nella penombra. Maneggia una lametta da barba, salmodia parole incomprensibili mentre si incide la mano sinistra, raccogliendo il sangue in un bicchiere di metallo.
La nenia, incessante, echeggia tra le pareti spoglie, mentre con la mano destra l’uomo traccia sul pavimento un simbolo ancestrale, rosso del proprio sangue e del sangue che verrà.
Così inizia la miniserie horror indiana Ghoul, tre episodi distribuiti lo scorso mese di agosto su Netflix scritti e diretti dal regista britannico Patrick Graham, a lungo residente in India, e co-prodotti da alcuni tra i migliori interpreti della new wave del cinema indiano, a cavallo tra indie e mainstream.
Sullo sfondo di un’India distopica in cui il fascio-induismo al potere esercita misure di controllo e repressione delle minoranze religiose degne del Terzo Reich, la cadetta dell’antiterrorismo Nida Rahim, musulmana, viene promossa a interrogatrice al centro di detenzione Meghdoot 31, dove il gruppo militare d’élite National Protection Squad sta per consegnare il terrorista musulmano Ali Saeed, a capo di una cellula antigovernativa islamica.
In due giorni passati tra i corridoi claustrofobici e le finestre oscurate di Meghdoot 31, Nida sarà testimone dell’ira del ghoul, demone della tradizione preislamica invocato per vendicare la minoranza musulmana schiacciata dal regime ultranazionalista al potere.
Grazie alla distribuzione internazionale di Netflix, libero dalle maglie censorie delle autorità indiane locali, come nella migliore tradizione dell’horror d’autore Ghoul mette in scena una critica all’India contemporanea mai così esplicita e diretta e di questi tempi, in clima elettorale, si rivela una rappresentazione terrificante e verosimile del subcontinente governato da cinque anni dal Bharatiya Janata Party (Bjp, partito conservatore hindu) del primo ministro Narendra Modi.
L’India “mostrificata” di Ghoul, ci dice Graham, è un luogo distopico tremendamente vicino nel tempo e nello spazio all’India reale, attraversata da una frenesia autoritaria e antidemocratica che nella realtà, come nella sua trasposizione horror, ha fatto dell’intolleranza contro la comunità musulmana il proprio cavallo di battaglia elettorale.
Per chi ha seguito e segue la parabola indiana di questi ultimi anni, la narrazione tetra e cruda di Ghoul è per assurdo una ventata d’aria fresca nel recente clima asfittico che è calato sulla più numerosa democrazia della Terra, dove il sogno di ergersi a superpotenza mondiale è coinciso con la repressione sistematica di chiunque non fosse in linea con la «vision» governativa.
Graham dissemina le tre puntate di parole chiave della retorica ultranazionalista corrente: gli uomini in divisa del centro di detenzione, rivolgendosi ai prigionieri musulmani, si riempiono la bocca di termini come “anti-national” e “deshdrohi” (traditore della patria, in hindi), disumanizzando i detenuti con gli stessi epiteti utilizzati dalla destra indiana al governo e dai suoi sostenitori nei media per attaccare la comunità musulmana, i progressisti, intellettuali e scrittori, giornalisti e rappresentanti dell’opposizione, attivisti per i diritti umani e collettivi studenteschi.
Il regime di Ghoul vieta la pubblicazione di libri “contro la patria” e ha rivoluzionato il curriculum degli studi sopprimendo il pensiero critico esattamente come il governo Modi ha cercato di fare in India negli ultimi cinque anni.
E la cultura del sospetto che aleggia tra i ranghi dei corpi speciali antiterrorismo, reticenti a considerare la musulmana Nida come una “vera patriota”, è speculare a quella che si respira per le strade dei conglomerati urbani indiani alle prese con una campagna elettorale mai così schiacciata sull’identità hindu.
Per le strade di Mumbai, mentre nel Paese sono in corso le elezioni nazionali fino a metà maggio, sfrecciano auto ornate dei simboli dell’orgoglio marathi, comunità autoctona che rappresenta il principale bacino elettorale del partito Shiv Sena, “esercito di Shiv”, in hindi.
L’arco con freccia puntata verso il cielo, simbolo del partito, si rifà all’iconografia di Shivaji Maharj, monarca marathi del diciassettesimo secolo adottato come campione identitario dal fu Bal Thackeray, fondatore del Shiv Sena e avanguardia dell’ultranazionalismo hindu in Maharashtra.
Ammiratore di Adolf Hitler e fervente sostenitore del suprematismo hindu, Thackeray ha svolto un ruolo di primo piano nei pogrom antimusulmani dei primi anni Novanta, quando gli squadroni del Shiv Sena attaccarono i quartieri islamici di Mumbai squartando centinaia tra uomini, donne e bambini.
Morto nel 2012, oggi Bal Thackeray campeggia in una gigantografia al centro del quartiere di Dadar, sede del Shiv Sena a Mumbai. A pochi metri, sul marciapiede, è allestito un banchetto di gadget del partito: spillette col viso del fondatore, col disegno della Tigre – il soprannome di Bal Thackerey – e il simbolo del partito, tutto rigorosamente in tinte arancioni e zafferano, i colori dell’identitarismo hindu.
Uddhav, figlio di Bal e presidente del partito dal 2013, corre alle elezioni in corso in coalizione col Bjp di Narendra Modi. Il suo faccione, a fianco a quello del padre e alla stilizzazione di Shivaji, tappezza intere pareti della capitale economica indiana.
Per le strade dei quartieri residenziali di Mumbai, lontano dalla punta meridionale di Colaba – destinazione prediletta del turismo nazionale e internazionale – chi mostra segni (veri o presunti) della propria fede, dalla barba al cappelletto, rischia di incrociare frotte di ragazzi invasati, le nuove leve dell’estremismo hindu, e sentirsi urlare dietro una serie di provocazioni che spaziano da Har Har Mahadev (“Viva Shiva”, motto religioso ormai adottato come urlo di battaglia dagli ultrahindu) fino a “tornatene in Pakistan”, invettiva ripetuta allo sfinimento dai numerosi membri del governo nazionale e dagli imbonitori del partito a livello locale.
Nel peggiore dei casi, come già successo in numerose occasioni nel resto del Paese, il malcapitato finito nel posto sbagliato al momento sbagliato può finire linciato dalla folla, per la sola colpa di professare una religione “nemica della patria”.
Se lo scheletro ideologico dell’India reale è sostanzialmente riprodotto a carta carbone nella serie distopica di Ghoul, c’è un elemento chiave che distingue il vero dalla finzione cinematografica. In Ghoul i musulmani indiani si ribellano, organizzano una resistenza di stampo terroristico diffusa anche nelle città, diventando un obiettivo naturale degli apparati di sicurezza dello stato.
In India, salvo lungo il confine poroso del Kashmir penetrato da commando di terroristi musulmani pachistani in presenza di un’insorgenza locale ormai trentennale, una simile reazione armata è oggi assolutamente inesistente.
Probabilmente consci dell’esito fallimentare che una simile risposta è destinata ad avere nell’India contemporanea, come d’altronde è fallimentare l’attività di sabotaggio dei terroristi musulmani in Ghoul.
Nella finzione horror, con gli sforzi della lotta armata musulmana vanificati dall’efficienza capillare della repressione di stato, sarà l’evocazione del ghoul a sterminare gli aguzzini di Meghdoot 13, seguendo un modus operandi dall’alto valore simbolico per l’India fuori dallo schermo.
Quando il ghoul si manifesta, la notte si riempie di incubi, la disperazione si impadronisce della mente delle sue vittime, condannate a prendere coscienza delle proprie colpe prima di venire divorate dal demone.
E l’ira sovrannaturale, in Ghoul, ha il sapore della giustizia.
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