Decodificare il presente, raccontare il futuro

Fri, May 1, 2015

GENTRIFICATION

C’era da creare l’identità nuova di un quartiere culturale nella città globale e creativa

ARTICOLO

1 maggio 2015

C’era una ragazza. Lavorava come cameriera in un buco infame di quelle strade indicate da lettere, invece che da un numero come nel resto di Manhattan. La Columbia University, il mio PHD, quello che sarebbe stato, l’ovvia irresistibile ascesa del WASP Derek Morgan ai vertici di una grande banca d’affari, tutto svaniva non appena iniziavo a camminare per quelle strade. Una storia da ventenni. Una storia di trent’anni fa. Era il 1983, e ad Alphabet City ci andavo per lei. Le cose giravano bene. Per me e per il Paese. Reagan era stato eletto presidente due anni prima. La rovinosa parentesi di Jimmy Carter alla Casa Bianca era finita, ed era finito anche il tempo in cui avevo creduto nei democratici. Non era possibile che un Morgan di Boston stesse coi democrats Mio padre lo ripeteva sempre. Non volevo crederci. Aveva ragione lui. Sapevo di essere un vincente, lo sapevo come se qualcuno mi avesse letto le carte. Ma non mi facevo raccontare il futuro, anche se avevo vent’anni e per una ragazza andavo a cacciarmi dalle parti di Tompkins Square. Dalla Columbia non erano neanche dieci miglia, eppure non sembrava di essere a New York. E tantomeno a Manhattan. Sembrava tutto quello che il mio futuro già scritto non doveva incrociare. Un’avventura.
Alphabet City, adesso che ci cammino in un giorno di primavera del 2015, è semplicemente un altro posto. Non è sporco, non è più pericoloso. Non ha più niente dell’avventura. È un quartiere allegro, riconciliato, un posto tranquillo dove spingere passeggini e fare picnic sui prati. Lungo il muro che costeggio, fra i colori vivaci che lo dipingono, una scritta dice: “We’re all a family, under one sky”. Trent’anni fa questo stesso muro era sgretolato, dall’altro lato della strada vedevo qualche reietto appoggiarci la schiena per tenersi dritto. Quelle case popolari erano ancora aliene all’interesse del capitale, una frontiera invalicabile di cui mi sentivo l’unico pioniere, il Wild West nel cuore di New York City, nell’East Village. Per la Avenue D mi sfrecciano ai lati dei ragazzi in skate, portano vestiti streetwear che costano un occhio. Si sente l’odore del fiume, che un tempo non si sentiva. Quello era il retro del posto dove lavorava la ragazza. Proprio a quest’angolo aspettavo che uscisse alla fine del turno. Mi guardavo attorno di continuo. Da lì in poi era una distesa terrosa, disseminata di erbacce, siringhe, bottiglie e lattine per il crack. Ora ci hanno allestito un orto urbano, che gli abitanti della zona vengono a coltivare. Quando si dice “il valore del suolo”… Così posso stare con le mani in tasca, adesso, a osservare il terriccio e i germogli. Posso ragionare, senza guardarmi attorno, di come la città sia diventata una terra di conquista. Accadde quando il modo di produzione cambiò e tutto fu messo a valore: il tempo di vita, le relazioni sociali, le intelligenze, i saperi. Tutto.
Il territorio si sostituì alla catena di montaggio, diventò lo spazio di una fabbrica sociale e invisibile in cui operai senza tuta blu cominciarono a lavorare in un ciclo continuo coincidente con la vita stessa. Fu un salto di paradigma. Qualcuno lo chiamò postfordismo. Se alzo la testa e osservo i palazzi ristrutturati, i negozietti alternativi alla moda, le maniere di una tranquilla bohème newyorkese vedo i flussi di denaro che hanno rimodellato Alphabet City.
Per un attimo mi viene in mente Matrix: le sequenze verdastre di codici alfanumerici dietro le illusioni di un gigantesco sistema di controllo. È tutto come nel film. L’unica cosa che manca è Neo, l’Eletto. Lo so bene come è andata. È cominciata sulle montagne russe di un listino invisibile. C’era un differenziale di valore tra un terreno e l’altro a New York. Fiumi di cartamoneta premevano per circolare, e farsi rendita. Qualcuno si convinse a scommettere su quella differenza.
Prima arrivarono immobiliaristi scaltri come scout del vecchio West. Aprivano piste sconosciute, indicando quartieri su cui convogliare investimenti per continuare a estrarre valore. Dopo arrivarono gli altri, i padroni del vapore, come ai tempi della strada ferrata, a Occidente. Arrivarono quelli come me. Erano assicurazioni e fondi d’investimento. Compravano, compravano, compravano, ma ancora non bastava.
Riprendo a camminare. Una libreria ha sistemato un divano sul lato del marciapiede. Ci si ferma a leggere. Anche nel 1983 in strada ce n’erano, di divani: sfondati e unti, ci vedevo la gente raccolta a dormire anche sottozero. Do un’occhiata all’interno, e continuo a camminare. Questo è un “quartiere creativo”. Lo è da quando la sua comunità organizza concerti e proiezioni, da quando sono state aperte attività come le boutique di artigianato homemade o come questa libreria. Alphabet City ha attirato commercianti e abitanti con la stessa formula: il senso della frontiera pronta a civilizzarsi. Non vedo avventura nel divario di rendita, nell’alleanza fra speculazione immobiliare e attività culturale. Non vedo avventura nella gentrification.
Ma non bastavano i capitali, serviva altro. Serviva un’aura. Servivano simboli. C’era da creare l’identità nuova di un quartiere culturale nella città globale e creativa. Land of opportunity. E per quello non bastavano immobiliaristi e fondi d’investimento. Per quello servivano produttori di cultura, lavoratori cognitivi, factory, band e artisti. Anche la rendita ha la sua colonna sonora, e non è un Notturno di Chopin, bensì il riff duro dell’hardcore o il refrain urlato della rabbia punk.
Non esiste niente fuori da quest’orizzonte, come in Matrix. No Future: dicevano bene anche se intendevano altro. E tutto è messo a valore: controculture e sottoculture urbane, stili alternativi e forme di vita diverse. Diverse: solo all’apparenza. Esiste rendita anche nel capitale simbolico che la nuova fauna di Alphabet City ha contribuito inconsapevolmente ad accumulare.
Taglio verso la Avenue B. Queste biciclette che trillano il loro campanello, che superano il mio passo deciso ma regolare, queste biciclette ignorano le carcasse d’auto e i ragazzini che le smontavano e facevano a botte per i pezzi migliori, nel 1983. Passeggiavamo, io e la ragazza, tra le baracche improvvisate e i palazzi da cui crollavano i mattoni. Lei mi raccontava di una vita dura e agra, io mi godevo la distanza dalla Columbia, dal PHD e dal futuro. Esisteva un differenziale anche tra di noi, tra l’ineluttabilità del suo tirare avanti e quella vacanza dal mio avvenire già scritto. Era portoricana. Il giovane uomo che non riusciva a focalizzare lo sguardo e mandava gli occhi in giro a vuoto, il giovane pelle e ossa che ci chiese una moneta, è stato spazzato via da un ragazzo con uno scheletro stampato sulla felpa. Scanso la lavagna di un negozio di parrucchiere, sul lato del marciapiede, che pubblicizza un “taglio punk”. Questo quartiere è un simbolo, l’emblema della scoperta di terre vergini su cui indirizzare la rendita finanziaria, la nostra rendita. Non abbiamo risparmiato niente. Né la casa, né la città. Né il territorio, né il debito pubblico.
Con i subprime abbiamo accelerato l’intervento chirurgico sulle metropoli occidentali. Credito facile, pioggia di cartamoneta, una casa per tutti… Fatevi in là, voi che non vi arrendete all’avanzare dell’unica vera Frontiera. Noi abbiamo un sogno, anche se per voi può diventare un incubo peggiore della realtà che vivete. Questo quartiere è il simbolo di una nuova inaccessibilità. Certe parti di New York ricordano una metropoli africana: i poveri spinti sempre più lontano, in cerchi concentrici che non contengono la città ma ne sono il margine escluso. Accade ovunque. Anche dall’altra parte del fiume.
Il rovescio della “Brooklyn’s gentrification” è stato l’inferno di Coney Island, o Rockway. E così ho sospinto più in là, verso il margine estremo dell’esclusione, anche il ricordo di ciò che sono stato, la memoria di un passato segreto che non ho raccontato a nessuno: l’altra vita di Derek Morgan, la ragazza che da un giorno all’altro – senza una parola – scelsi di non vedere più, la mia fuga velleitaria da un futuro già segnato che di lì a poco non tardò a darsi, mentre Alphabet City cambiava vendendosi l’anima. Mi vengono in mente i versi del Poeta: «La vecchia Parigi è scomparsa (la forma di una città / cambia più in fretta, purtroppo, del cuore di un mortale)», «Parigi cambia, ma nella mia malinconia niente è cambiato». Il canto che Baudelaire compose per Andromaca, la madre di tutti gli esiliati, nella Parigi che irrimediabilmente mutava.
Anche New York cambiò, la trasformò la gente a cui oggi appartengo. Alphabet City divenne inaccessibile ai suoi stessi abitanti, che – a partire dai Novanta – non hanno potuto partecipare alla nuova alleanza, al nuovo scambio, all’accumulazione di capitale simbolico. E allora la spinta verso periferie sempre più lontane è stata un’espulsione. Forse, una deportazione. Qui, come ovunque ci sia una corsa a estrarre capitale dai territori, dal denaro dei contribuenti, dalle vite degli esseri umani.
Arrivo al quadrilatero verde di Tompkins Square. La piazza da dove partivano le proteste dei newyorkesi, il luogo dei riot, il cuore ribelle dell’East Village. Tra le aiuole ben tenute e la successione di olmi, stanno facendo una gara di bellezza per cani, o qualcosa di simile. Sotto questi alberi non abbiamo mai passeggiato con la ragazza, trent’anni fa, perché ci separavamo prima. Ora, sulle panchine, homeless molto cool giocano a scacchi, si lasciano fotografare. C’era gente senza denti, buttata a terra, al posto di quelle panchine. Esco dal parco, sbocco sulla Avenue A. E mi fermo all’angolo con la E 7th, davanti alla parete del murale di Joe Strummer. Ma non c’è più. Non c’è più il palazzo decrepito, di cui il murale riempiva questa facciata. Accanto al ritratto di Joe Strummer, occhiali scuri e capelli all’indietro, c’era scritto: “The future is unwritten”. Adesso c’è un altro palazzo, che è lo stesso ma ristrutturato. Una speculazione da milioni di dollari. Il murale l’avevano dipinto quando già le cose stavano cambiando. Ma i Clash, quella frase, appartengono a un altro tempo. Quando le cose andavano bene, per il Paese oltre che per me. Così penso davanti alla superficie liscia, con le mani in tasca. E il futuro era scritto, ma potevo evadere a Manhattan e dimenticarmene. Un’avventura ad Alphabet City, in un tempo lontano, in un’altra vita.

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