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Fri, March 27, 2020

DRAGHI A VERSAILLES

Prestare a zero, senza garanzie. Cancellare i debiti, agire subito, perché la pandemia del Coronavirus si propaga, e con essa i fallimenti economici. Come Keynes a Versailles nel 1919, Mario Draghi ha ammonito che le conseguenze della “pace” possono essere più pericolose della guerra. Che si rischia una crisi senza precedenti, in cui potrebbero venir meno i beni fondamentali e saltare il patto tra popolazione e Stato.

Con una mano John Maynard Keynes faceva cenno all’orizzonte, dove già vedeva la polvere sollevata dal nazionalismo tedesco in arrivo. Con l’altra mano, il delegato britannico alla conferenza di Versailles allentava il cappio attorno al collo della Germania. Era il 1919, era appena finita una guerra – la prima che avesse coinvolto il mondo intero.

Nel confronto Keynes aveva assunto il ruolo del grande negoziatore. Nel 2020, oggi, il mondo intero partecipa a una guerra, benché diversa nella forma. Ci lascerà cumuli di macerie, e costringe a pensare fin d’ora alla ricostruzione.

Dimissionario, in polemica con le condizioni imposte alla Germania che considerava pericolosamente severe, Keynes lavorò a Le conseguenze economiche della pace. Un’opera scritta in poche settimane, di getto, eppure destinata a segnare il pensiero economico e a restare attuale un secolo dopo. Una riflessione lungimirante, come poté drammaticamente apprezzare lui stesso: prima di morire nel 1946, Keynes ebbe infatti il tempo di assistere al secondo conflitto mondiale.

Le conseguenze economiche della pace si apre con queste parole:

La facoltà di adattarsi all’ambiente è una spiccata caratteristica dell’uomo. Assai pochi fra noi si rendono conto appieno della natura straordinariamente eccezionale, instabile, complicata e precaria dell’organizzazione economica dell’Europa occidentale durante l’ultimo mezzo secolo.

Sembra parlare di oggi. E sembra farlo, a ben vedere, in molti altri passaggi. Era insensato punire la Germania con debiti pesanti come macigni, impossibili da ripagare. Era miope concentrarsi sulle riparazioni tanto quanto su questioni di sicurezza nazionale. Piuttosto, c’era da rilanciare l’economia: perché a essere in pericolo, ammoniva, era «la vita stessa dell’Europa».

La lettura di fase di Keynes sembra valere, dunque, anche per la fase in cui il mondo si dibatte nel 2020. Mentre tutto crolla, nella brutalità del caos, stiamo passando dalla decadenza alla dissoluzione.

Mario Draghi questo l’ha capito, e dopo due settimane di quarantena europea è intervenuto sul «Financial Times», rivolgendosi al mondo della politica con una lettera aperta che impressiona per la forza, per la rapidità con cui si spinge a individuare le soluzioni. Soluzioni che, rispetto al passato, sono così radicalmente diverse da testimoniare la drammaticità dei tempi.

Prestare a zero, senza garanzie e senza collaterali. Cancellare, soprattutto, i debiti privati. Trasformare perciò il debito da dispositivo di controllo in mezzo per la rinascita – per evitare la dissoluzione. Agire subito, senza andare per il sottile. Perché la pandemia si propaga esattamente come i fallimenti economici. E in questo senso è necessario raccogliere il grido d’aiuto della World Health Organization a essere tempestivi, a non esitare: «If you need to be right before you move, you never win».

Draghi ha dato un segnale di una potenza inaudita, ribaltando i paradigmi del capitalismo del dopoguerra. Lui che non ha mai smesso di indossare i panni del grande difensore del capitalismo europeo, né ha mai lasciato davvero il posto di governatore della BCE.

È andato oltre il whatever it takes monetario del 2012, che allora svolse un ruolo inesorabilmente politico. Ha posto le basi per una costituente politica nuova. E come Keynes a Versailles, Draghi ha ammonito che le conseguenze della pace possono essere più pericolose della guerra.

Si rischia una crisi senza precedenti al livello sociale. Perché se negli altri casi la capacità produttiva è sempre rimasta intatta, stavolta potrebbe cambiare tutto. Potrebbe venir meno la disponibilità di beni fondamentali. Potrebbe quindi darsi una crisi sia della domanda che dell’offerta. Potrebbe saltare il patto tra popolazione e Stato.

Certo, il contesto è diverso da un secolo fa. Allora si veniva da una guerra fratricida, adesso il conflitto è contro un nemico comune. Questo è un appello ai forti per proteggere i deboli ed evitare disastri futuri, quello era un appello ai vincitori perché non umiliassero gli sconfitti, in funzione di una pace duratura. Che infatti non ci fu.

Il contesto è diverso, sì, ma l’orizzonte minaccia di essere lo stesso.

Sarebbe bello poter citare Ezio Tarantelli: «Le utopie dei deboli sono le paure dei forti». Purtroppo qui non ci sono utopie: c’è soltanto la paura della dissoluzione, non dell’Europa ma dell’intero architrave sociale.
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