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Sat, November 19, 2016

TRUMP E L’ELEFANTE

Oltre la cintura della manifattura industriale dimenticata, c’è un elefante al centro della scena politica internazionale. Anche ammettendo di non trovarci all’inizio di un decennio trumpista, siamo di certo all’alba di un’epoca che – prima ancora di connotarsi con l’aggettivo “populista” – andrebbe definita come età di un tragico revanchismo nazionalista, se non razzista. Ed è bene ricordare che dove prevale il miraggio dell’appartenenza a una nazione e a una razza, lì non può esserci alcuna equità né giustizia sociale

C’è un elefante al centro della scena politica internazionale. Sta proprio lì, come nel proverbiale adagio che recita Elephant in the room. E quando si muove, produce gli inevitabili danni di un animale di stazza gigantesca nell’altrettanto proverbiale cristalleria.   
Non si tratta del pachiderma – metà rosso, metà blu – che simboleggia tenacia, resistenza e caparbietà del Great Old Party, i repubblicani degli Stati Uniti d’America. La sagoma del mammifero proboscidato campeggia su un grafico (vedi sotto) che da qualche tempo è impiegato per restituire visivamente la principale questione del pianeta Terra al tempo della globalizzazione. 
Elaborato dall’economista serbo Branko Milanović, autore d’importanti studi tra cui Global inequality: A New Approach for the Age of Globalization, il diagramma indica la progressione delle diseguaglianze nell’arco temporale compreso tra il 1988 e il 2008, tra il crollo del blocco sovietico e il great crash finanziario di fine anni Zero, allorché si delineò la parabola del nuovo ordine planetario. Sull’asse delle ascisse c’è la distribuzione della ricchezza globale, mentre su quella delle ordinate la misura del reddito medio reale. Nel punto più basso dell’andamento, laddove comincia la proboscide dell’ideale pachiderma, sprofonda la middle classindustriale.
Dunque, è proprio all’inizio dell’appendice elefantiaca che si estende l’ormai famigerata rust belt, il nuovo mito di commentatori e analisti, la Caporetto dei democratici americani, la culla dei lavoratori dimenticati e del ceto medio impoverito. È lì che si sarebbero giocate simbolicamente le presidenziali: negli Stati del Nordest, la cintura della manifattura industriale consegnata all’oblio. La rust belt, fabbrica sociale a cielo aperto della paranoia, del consumo di massa di eroina e psicofarmaci. La rust belt tagliata fuori dal procedere dei tempi nuovi, sacrificata sull’altare delle reti globali, ignara della “moda” di Uber, Deliveroo, Airbnb, esclusa dalla retorica mobilitante della sharing economy e degli algoritmi, dove formule come “stock option” non suonano bene.
La rust belt, terra che ha modificato l’andamento imposto del tempo.
Hillary era l’eterno attimo di sospensione, l’angosciante statica del fermo-immagine, la vuota promessa di giorni migliori, la permanenza della dilazione. Trump, invece, era il fastforward, l’accelerazione della time line, la versione distorta del conflitto, il catalizzatore delle speranze di uomini e donne senza speranza che volevano vedere il bluff dei democrats. Come dice Alain Badiou, se hai Trump, non puoi desiderare la Clinton.
Dalla base della proboscide si è levato lo sguardo carico d’odio di chi è rimasto indietro. Quello sguardo ha finito per appuntarsi all’estremità più alta del grafico, nel picco in cui si consuma il boom delle élite globali, il famigerato “establishment”, l’1% dell’1% più ricco del pianeta, la concentrazione della ricchezza in poche mani, i detentori del potere: lassù, in alto.
All’elefante, però, dovrebbe competere un’altra dote: la memoria lunga e infallibile. Perché non è sempre stato così…
In politica non esistono i vuoti. Ogni volta che un campo resta libero, ci sono forze che si organizzano per occuparlo. Tra la fine degli anni Novanta del Novecento e l’inizio del XXI secolo, il campo della lotta contro la diseguaglianza planetaria e i funesti effetti della globalizzazione è stato attraversato da movimenti transnazionali, spinte moltitudinarie che i media definivano con l’etichetta “no global” così da occultarne la natura “alterglobalista”. Nell’oscillazione tra il “no” della negazione e l’“alter” della diversità si consumava lo scarto tra chi voleva inchiodare la marea montante a un rifiuto – magari in chiave nostalgica – dell’ordine globale e coloro che si battevano per tracciare una globalizzazione radicalmente diversa.
Al cosiddetto “movimento dei movimenti”, come fu battezzato per esprimere la molteplicità che si incanalava in un comune procedere, va il merito di aver posto fin dai suoi albori – ovvero dalla celebre battaglia di Seattle, la contestazione alla Conferenza ministeriale del WTO nel dicembre del 1999 – tutti i grandi temi che ancora oggi è possibile scorgere dietro la lente distorta del sovranismo dilagante: la rivendicazione dell’azzeramento del debito del terzo mondo (rovesciatosi più tardi nell’attacco ai debiti sovrani europei), la difesa dei beni pubblici, un’equa tassazione sulle transazioni finanziarie, un nuovo assetto di tutela ambientale per il pianeta, la denuncia delle multinazionali a cui oggi si somma lo strapotere delle platform companies.
Quel movimento seppe ricomporre  sotto le insegne delle battaglie comuni il lavoro intellettuale massificato e i Sem Terra, gli zapatisti del Chiapas e i militanti che si battevano per la libera condivisione di conoscenze e saperi sulle dorsali della rete telematica, creando una perfetta circolazione tra “particolare” e “generale”, tra battaglie locali e campagne globali. Nelle mobilitazioni dei primi anni Zero, veniva elusa proprio quell’opposizione prossimità territoriale, o campo chiuso della cittadinanza nazionale, versus ordine globale dei capitali, che oggi è diventata la cifra dello scontro.
Fu quel movimento a contestare i potenti della Terra ovunque si incontrassero in occasioni dei vertici sovranazionali del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, del G8 e del WTO. Fu quel movimento ad avanzare una proposta alternativa ai tempi del dibattito sulla costituzione europea, interagendo in chiave conflittuale con le istituzioni continentali. Fu quel movimento a opporsi alle guerre dei neoconservatori in Afghanistan e in Iraq, contestando i miti dell’universalismo armato e dell’esportabilità della democrazia a mezzo di cacciabombardieri in volo verso Kabul o Baghdad.
Dieci anni dopo, dei contendenti di allora rimane ben poco. Resta poco dei neocon, sconfitti dal grande progetto isolazionista e dalla travolgente ri-nazionalizzazione delle masse che hanno sospinto Donald Trump alla Casa Bianca. E resta poco delle grandi mobilitazioni del “movimento dei movimenti”. Di certo, rimangono sul piatto – ancora irrisolte – le principali questioni sollevate dalle moltitudini in marcia contro i potenti della Terra: la devastazione ambientale e gli effetti della finanziarizzazione, i nuovi atti di recinzione proprietaria dei saperi e la tendenza dominante alla privatizzazione, l’attacco ai diritti sociali e la compressione al ribasso dei salari.
Soprattutto, rimane irrisolta la grande battaglia nel segno dell’equità. L’elefante è ancora lì.
Sconfitto il movimento dei movimenti, si creò il vuoto. Ma in politica non esistono vuoti, e infatti il campo lasciato sguarnito è stato occupato dalla proposta di una destra trasversale e sovranista.   
Il banco di prova, però, è sempre lo stesso. E tra l’Europa e gli States, tra l’Inghilterra della Brexit e l’America di Trump, i vittoriosi referenti di questa destra – che spesso non si dice nemmeno “destra” – saranno chiamati presto a render conto. Alla base della proboscide, il barrito della bestia risuona incessante. Le cambiali elettorali andranno all’incasso a stretto giro. La destra di governo non sarà uguale a quella di lotta.  
La prossima amministrazione sarà chiamata a rispondere dell’asimmetria espressa dal grafico dell’elefante, e lì peserà le sue proposte che al momento sembrano alludere alla detassazione di reganiana memoria, alla limitazione del libero scambio e alla rappresentazione del lavoratore migrante come “competitor” del white worker. Donald Trump potrebbe trovarsi intrappolato tra le promesse fatte e la normalizzazione pretesa da quelle élite che occupano l’estremità della proboscide e che, al momento, non sembrano troppo preoccupate dalla discontinuità dell’otto novembre. Il nuovo inquilino della Casa Bianca dovrà districarsi tra le cambiali firmate col “basso” e le ipoteche attivate dall’alto per mettere sotto scacco la nuova amministrazione.
Ad esempio, la politica nei confronti dei migranti avanzata da The Donald a botte di slogan in campagna elettorale sarà davvero sostenibile? I flussi migranti costituiscono un fattore di compressione del costo del lavoro a vantaggio tanto delle grandi corporation quanto delle piccole attività d’impresa. Un’eventuale espulsione di massa e un conseguente rialzo del costo del lavoro è complementare col modello di accumulazione del capitale d’oltreoceano?
E l’Alt-right al governo della prima potenza mondiale è davvero sostenibile? Steve Bannon non è Karl Rove, la destra anti-establishment statunitense non è la scuola di Chicago. Le mediazioni che Trump dovrà trovare potrebbero non essere avanzate. E se fossero al ribasso, finiranno per aprire crepe in un blocco di consenso che, benché compatto e sufficiente a battere Hillary Clinton, non è quantitativamente irresistibile. Eppure, anche ammettendo di non trovarci all’inizio di un decennio trumpista, siamo di certo all’alba di un’epoca che – prima ancora di connotarsi con l’aggettivo “populista” – andrebbe definita come età di un tragico revanchismo nazionalista, se non razzista. Ed è bene ricordare che dove prevale il miraggio dell’appartenenza a una nazione e a una razza, lì non può esserci alcuna equità né giustizia sociale.
Così l’elefante rimane al centro della stanza. E ogni volta che si agiterà, frantumerà milioni di esistenze: di neri e latinos, ma anche di bianchi anglosassoni protestanti.

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