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TREDICESIMO-PIANO


Thu, June 11, 2020

DAL DIARIO DI PHILIP WADE

L’università era il mio osservatorio privilegiato sui grandi mutamenti della società. Ma fuori, intanto, Wall Street dominava la scena. Le bolle finanziarie riempivano l’aria come le bombe delle cosiddette “guerre umanitarie”. Con amarezza e disincanto, vedevo i ruggenti anni Novanta porre le basi per un grappolo di contraddizioni che sarebbero esplose nel decennio successivo.

Federico Caffè, la Duke University e Yale. Ma anche: i “Chicago boys”, il Nasdaq e le bolle finanziare dei ruggenti ’90 pronte a esplodere e sconvolgere gli equilibri del nuovo secolo. La voce narrante stavolta riavvolge il nastro dal diario del professor Philip Wade, personaggio de I diavoli (di nuovo in libreria nella nuova edizione Rizzoli in occasione dell’uscita dell’omonima serie tv) e malinconico protagonista de La fine del tempo (La Nave di Teseo) di Guido Maria Brera.

***

Nel settembre 2001, il mondo veniva scosso e la mia vita ruotava nella direzione opposta. Gli occhi del pianeta convergevano sugli Stati Uniti e una pagina bianca scivolava sotto il nuovo secolo. Non sarebbe stato il mio secolo, questo lo sapevo già. E non c’era niente di nuovo per me. Nelle settimane in cui ancora vorticava il fumo delle macerie delle Torri venute giù, io tornavo indietro. Dopo un decennio negli States, di nuovo in Inghilterra.

Me n’ero andato sconfitto, ritornavo deluso.

Dopo il dottorato a Cambridge, ero stato invitato come visiting professor di Storia economica alla Duke University, in North Carolina. Sentivo sulle spalle tutto il peso del tempo, anche se ero molto più giovane di oggi. Avvertivo la fatica, percepivo la sconfitta davanti al trionfo della Thatcher, alla sconfitta dei miners, alla guerra delle Falkland. E in più gli anni Ottanta mi avevano portato via un maestro, Federico Caffè.

L’Unione sovietica si stava sgretolando. Così pensai che fosse necessario, piuttosto che utile, accettare la proposta della Duke. Non mi sbagliavo.

Fu un balsamo. Sentivo che il mondo mi stava restituendo qualcosa, quando incontravo Michael Hardt e Frederic Jameson, che lì insegnavano filosofia e letteratura. Mi piaceva anche il mio ruolo, di giovane professore che proveniva dalla vecchia Europa. Fu un’esperienza esaltante. Il mondo accademico americano era l’opposto dell’America: la libertà di sperimentare era assoluta, i campus erano poli di vera creatività. Ecco perché dopo il biennio alla Duke, quando venni chiamato a Yale, accettai senza bisogno di pensarci.

Mi sarei fermato a lungo. L’università sarebbe diventato il mio osservatorio privilegiato sui grandi mutamenti di quegli anni.

In effetti cambiò tutto.

La teoria economica sulla quale mi ero formato diventò obsoleta. La grande battaglia tra i “ragazzi” di Chicago e la scuola progressista, di cui facevo parte, si risolse in una teoria ibrida che escludeva posizioni radicali. La globalizzazione dominava la scena, Pechino aveva abbracciato Adam Smith, l’inflazione non era più un pericolo e il costo del lavoro crollava sotto i colpi della delocalizzazione di massa.

Insegnare diventò un esercizio diverso dal passato. La rigidità accademica non esisteva, eravamo contemporanei. Bisognava aggiornare testi e programmi in tempo reale, e Yale era il luogo perfetto per farlo. Le banche d’affari e le grandi corporation pescavano talenti dalle Ivy League, seducendo studenti e professori con stipendi impensabili fino a qualche anno prima. La ricerca macroeconomica delle grandi banche non era ancora subordinata agli interessi delle banche stesse. Nessuno era davvero innocente eppure resisteva un certo grado di libertà, che poi negli anni Zero sarebbe andato perso.

Intanto, fuori dall’università, Wall Street dominava la scena. Il Nasdaq e l’intero comparto tecnologico guidavano una crescita incessante. Le bolle riempivano l’aria come le bombe delle cosiddette “guerre umanitarie”, che promettevano di esportare la democrazia. Bill Clinton assecondava alla perfezione lo spirito del tempo, come un ventilatore puntato nella direzione verso cui si dirigeva la tempesta. Senza accorgersene, la politica disseminava mine sul terreno del nuovo millennio. Ero sempre più a disagio.

Vedevo i ruggenti anni Novanta porre le basi per un grappolo di contraddizioni che sarebbero esplose nel decennio successivo. Nulla sarebbe stato come prima.

Qualcuno parlò di fine della Storia, ma la verità è che una nuova Storia era appena cominciata.

Nel pieno di questa grande euforia, noi economisti eravamo delle Cassandre. Alzavamo inascoltati le nostre red flag che segnalavano gli eccessi, la crescita delle diseguaglianze, le bolle immobiliari, la retorica della produttività che era solo massacro del lavoro vivo. Dalla nostra parte sembravano esserci soltanto i movimenti No Global.

La globalizzazione selvaggia avrebbe distrutto diritti acquisiti in anni di lotte, gridavano, sull’altare della competitività e produttività. Ma eravamo sconfitti in partenza, noi e loro. L’onda del nuovo illuminismo del long lasting boom, che prometteva la fine della povertà, ci avrebbe spazzato via. Ci vollero solo pochi anni perché si capisse che dalla nostra parte c’era anche la ragione.

Nel settembre 2001, mentre le Torri venivano giù, io avevo già preso la mia decisione. Ritornare nella vecchia Europa era la soluzione giusta. Se potevo ricominciare una nuova vita, dovevo farlo dove il mio fallimento era stato più doloroso.

Quel decennio mi aveva rimesso in piedi ma mi aveva anche mostrato le fondamenta del decennio successivo. Avevo visto la camera di compensazione degli interessi che spostava i cavalieri e le redini dal partito democratico a quello repubblicano. Avevo visto la bolla del Nasdaq sospingere una nuova classe di finanzieri, pronta a prendersi il potere, nelle stanze più alte di certi grattacieli di Manhattan. Avevo visto la grande illusione degli anni Novanta levarsi oltre l’Atlantico ed essere seppellita. A trainare il mondo occidentale ormai era l’America di Bush Jr. e i neoconservatori.

Un nuovo secolo aveva inizio. Non sarebbe stato il mio.



La nuova edizione de I diavoli, il romanzo di Guido Maria Brera da cui è liberamente tratta la serie tv sky.
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