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Wed, April 17, 2019

CRITICA DELLA RAGIONE TECNOLOGICA

La forte accelerazione della tecnologia, sotto l’egida del capitalismo avanzato, ha cominciato a far suscitare molteplici riflessioni critiche sul tema. Ma se da un lato il “techlash” sembra corrispondere a un’importante presa di coscienza, dall’altro incombe il rischio di una demonizzazione aprioristica. La tecnologia, conviene ribadirlo, non è un male in senso assoluto. Lo diviene quando le sue potenzialità sono asservite alle sole logiche di sfruttamento e sorveglianza, di dominio dei pochi sui molti.

Con il termine “techlash” – crasi di “tecnological backlash”, un neologismo che letteralmente potrebbe tradursi come “contraccolpo tecnologico” – si intende la critica della ragione tecnologica.
La forte accelerazione della tecnologia, sotto l’egida del capitalismo avanzato, ha infatti cominciato a far suscitare molteplici riflessioni intorno alle sorti e contraddizioni di questo processo.
La “critica” alle tecnologie arriva da più parti, assume declinazioni diverse e affronta temi e motivi disparati. Un primo versante, di carattere antropologico, prende in oggetto la pervasività tecnologica, ossia si interroga riguardo l’impatto dei dispositivi tecnologici sull’esistenza umana, sulle mutazioni delle relazioni interpersonali e sui crescenti deficit cognitivi.
Le analisi che vengono avanzate – quando non sono minate da un artificioso e nostalgico ricordo dell’ennesima e presunta “età dell’oro” in cui i rapporti umani si reggevano su una maggiore e vicendevole empatia –, trovano un effettivo riscontro nel radicale mutamento di usi e costumi sociali nell’epoca della virtualità.
Il film Her di Spike Jonze (2013) si è mosso senza dubbio in questa direzione, cioè raccontando uno scenario futuribile – ma forse, a ben vedere, molto aderente alla contemporaneità, tanto che per opere simili si sta cominciando a parlare di speculative fiction e non più di fantascienza – in cui i social network di fatto regolano e dirigono ogni aspetto della vita umana, con particolare incidenza sulle relazioni sentimentali.
Il versante (per così dire) “antropologico” del techlash, tuttavia, scopre i suoi lati deboli sia nel concentrarsi troppo sulla sfera delle scelte individuali – con il rischio di ripiegarsi su un’angolatura intimista –, sia perché rischia di sfociare in una nuova forma di luddismo – volta a rimuovere il problema più che affrontarne le implicazioni –, o ancora in una deriva “gentista” con la conseguente tendenza – come accade sempre più spesso – a banalizzare la complessità del problema.
Un secondo versante prende invece di mira la questione macro-economica: ossia la distruzione – o disruption –  di interi settori dell’economia reale, con la conseguente “emorragia” dei posti di lavoro e dei fallimenti seriali di aziende che non riescono ad adeguarsi alle rinnovate condizioni materiali.
Un “contraccolpo tecnologico” molto complesso, perché impatta sugli equilibri economici di una singola nazione e, a domino, su quelli globali. La disruption è uno dei meccanismi basilari del capitalismo avanzato.
Definita anche “distruzione creativa” – concetto preso in prestito e adattato liberamente dall’enunciato di Joseph Schumpeter sull’economia di mercato –, a partire dalla Sylicon Valley questa nuova ragione speculativa sembra giustificare ogni tipo di demolizione del vecchio e obsoleto capitalismo in favore della sua ascesa.
Una “nuova ragione” che incide massicciamente sulle condizioni materiali e rimodella drasticamente gli spazi fisici: alcune cittadine, ree di arretratezza, si svuoteranno del tutto; altre, pronte per diventare “smart-city”, saranno prese d’assalto dai flussi di capitale e, di conseguenza, da miriadi di persone all’inseguimento di un reddito.
Nelle metropoli il costo della vita diventa sempre più asimmetrico rispetto alle classi sociali, i servizi sempre più oggetto di tagli. La “distruzione creativa” sarà sempre più finanziata da quantità enormi di capitali che si riverseranno nelle aziende tecnologiche.
È storia ormai nota: l’immensa liquidità immessa nel sistema dal QE viene migrata dai fondi sovrani e tradizionali alle big platform che, a loro volta, la riutilizzano per conquistare i settori dell’economia reale, mantenendo la falsa etichetta di “new economy”.
Se dunque il secondo versante di questa critica investe l’ambito economico, il terzo riguarda la sorveglianza e il controllo pervasivo. Un tema che diverrà dominante perché irrompe sia nella sfera individuale sia in quella collettiva.
L’utilizzo e lo sfruttamento dei dati sono già protagonisti indiscussi del discorso (geo)politico e se prima erano bersagli di realtà più minoritarie e antagoniste, che avevano visto lungo, ora cominciano a essere attenzionati dai più.
Lo scandalo di Cambridge Analytica ha amplificato in maniera esponenziale la questione del “controllo”, portandola sotto i riflettori del main-stream, dai mass-media alla letteratura di grande calibro, tra cui si impone l’opera di Shoshana Zuboff, che firma un volume destinato a diventare iconico di un’epoca, come recita il titolo: The Age of Surveillance Capitalism.
Il tema della sorveglianza, però, assume una connotazione che va dal politico al geopolitico, riguarda cioè la vita di tutti ma anche in termini di equilibri globali tra potenze. Sarà infatti il terreno su cui si fronteggeranno anche la Cina e il “mondo occidentale”, mettendo a confronto due modelli contrapposti e assolutamente inconciliabili tra loro, pur essendo, in fondo, i due lati della stessa medaglia.
La Cina collettivizza i dati e li gestisce in modo centralizzato, mentre l’Occidente li privatizza e li lascia gestire a coloro che sono in grado di immagazzinarne di più, ossia le grandi piattaforme digitali.
Due “modelli” tanto diversi quanto comuni nel fare da cornice a un’epoca basata su un controllo pervasivo dell’umanità senza precedenti: il “grande fratello” trova la sua definitiva evoluzione nel panottico digitale.
Questo terzo versante della critica individua un processo che, per quanto “nuovo”, è legato a doppio filo con il modello capitalistico tradizionale, com’è altrettanto chiaro che la tecnologia non è mai stata neutrale.
Lo aveva intuito la scuola di Francoforte, che le contraddizioni – già insite ai processi tecnologici – esplodono quando essi divengono veri e propri meccanismi dominanti.
Se dunque il “techlash” da un lato sembra inaugurare un nuovo senso comune dal portato critico urgente e irrimandabile, dall’altro presenta il rischio che in esso germoglino anche degli assunti banalizzanti e regressivi.
La tecnologia, conviene ribadirlo, non è un male in senso assoluto. Lo diviene quando le sue potenzialità sono asservite alle sole logiche di sfruttamento e sorveglianza, di dominio dei pochi sui molti.
Ma può accadere anche il contrario, cioè che divenga strumento di liberazione e che si stagli su orizzonti ugualitari.

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