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Mon, February 18, 2019

LA CRISI, I CONFINI, E IN MEZZO CLINT

Con “The mule”, da lui diretto e interpretato, Eastwood ci regala l’ennesima perla registica in cui con spirito e visione racconta le contraddizioni della società odierna e i loro effetti sulla vita umana. Da una parte la crisi definitiva dell’american dream, dall’altra i confini fisici ed esistenziali che il sistema impone, e in mezzo Clint.

ARTICOLO

Con The mule, da lui diretto e interpretato, Eastwood ci regala l’ennesima perla registica in cui con spirito e visione racconta le contraddizioni della società odierna e i loro effetti sulla vita umana. Da una parte la crisi definitiva dell’american dream, dall’altra i confini fisici ed esistenziali che il sistema impone, e in mezzo Clint.
I panni indossati, stavolta, sono quelli del vecchio Earl Stone: un veterano di guerra e appassionato fiorista dell’Illinois che si trova a fare i conti con l’incombente recessione economica del suo settore, e non solo.
Nei fotogrammi di apertura Earl coltiva i fiori con dedizione encomiabile e li vende, trasportandoli col suo pick-up, per tutti gli States. A fronte delle miglia e miglia macinate, sempre apprezzamenti per i suoi prodotti, e mai una multa su strada.
Ma passano gli anni, dodici per la precisione, e il bucolico scenario muta drasticamente.
Ora nella serra gestita da Stone campeggia un cartello con su scritto “pignoramento”. Fine dei giochi, si chiude bottega.

E d’improvviso la vita presenta a Earl il suo salatissimo conto: una famiglia trascurata per il lavoro, le finanze prosciugate e  persino il circolo ricreativo del posto, da lui frequentato e animato, è adesso orfano di un fondo cassa comune.
Che fare? Il vecchio Stone sa bene che, senza la “grana”, ogni tentativo di recuperare il tempo perduto coi propri cari e ridare linfa vitale al suo circolo è vano.
Al tempo stesso, però, intuisce che alla sua veneranda età conserva ancora una dote tanto banale quanto preziosa: muoversi su strada con capacità e discrezione, essere affidabile nel trasporto “merci”.
Così ricominciano le “corse” di Earl attraverso gli States, da ex venditore di fiori a corriere al soldo dei Narcos. Reinventarsi a livello professionale, del resto, è sempre stato il caposaldo del sogno americano…
Ma il distacco cinico e compiaciuto non rientra mai tra le cifre assolute di Clint, e così alla pungente ironia subentra da subito il momento della profonda riflessione, scortata dai giri di basso di una colonna sonora che vibra sulle note dell’inquietudine.

Nel tempo in cui effettua le sue “corse”, il vecchio Earl si contempla nel riflesso dello specchietto retrovisore. Nel silenzio assordante Earl vede sé stesso, le sue mancanze, i suoi errori, i suoi rimpianti, i suoi fantasmi.
Clint vede sé stesso.
Nonostante ciò The mule, e in questo risiede la (solita) grandezza di Eastwood, è un film intimo ma non intimista. Il personaggio infatti si trova a fronteggiare i suoi spettri nella misura in cui essi trovano origine nelle condizioni materiali e negli agenti esterni.

Anzitutto il lavoro, affrontato nel suo carattere ontologico di sfruttamento, che depreda di energie mente e corpo. Poi il sistema (capitalistico) che, per far fronte alle crisi iscritte nei suoi stessi geni, inscena delle farse senza pari.
In una continua oscillazione tragi-comica che ben restituisce la desolazione degli Usa di Trump, tanto i temibili Narcos quanto le efficientissime forze di polizia vengono dipinti in termini meta-parodici, entrambi impegnati a compiacersi della propria forza bruta di cui il mondo farebbe volentieri a meno.
Mentre criminalità e Stato si trincerano ognuno nei suoi confini sulla pelle della comunità internazionale, l’american dream collassa su sé stesso in maniera irreversibile, e persino il vecchio Clint ne deve prendere atto, passando dalle vesti del coriaceo Walt Kowalski di Gran Torino a quelle di un disincantato fiorista che vorrebbe solo riportare pace ed equilibrio nella sua esistenza.

Kowalski ed Earl sono certo accomunati da un passato sui campi di guerra, eppure se il  primo celebra – sia pur con tutte le contraddizioni di sorta – un glorioso passato da operaio nella catena di montaggio della Ford, il secondo sembra quasi opporre a questa etica lavorista l’elogio dei tempi morti, allegorizzato dal fiore che, alla stregua della poesia, trova nell’inutilità (e quindi: nello svincolarsi dai momenti produttivi) la sua profonda ragione d’essere.
Tuttavia, le due pellicole (Gran Torino e The mule) arrivano a completarsi nel sacrificio che sempre il protagonista deve compiere, dopo essersi auto-accusato, per apparare l’oggetto della sua trascuratezza, che sono all’unisono l’umanità intera (cioè l’universale) e i suoi cari (cioè il particolare).
Infine, e questo è invece l’atto d’accusa verso le storture dell’odierna società, ricorre in The mule il tema della fuga evasiva, del libero spostamento – simboleggiato dalle “corse” in lungo e in largo sul pick-up – di contro ai confini che lo Stato impone.

Tutta la pellicola è dunque un continuo alternarsi di malinconica presa di coscienza delle proprie mancanze e sottile presa in giro nei confronti dell’ordine costituito.
È questo il sottotesto di una ritirata intrapresa da chi – nella realtà e nella rappresentazione – è sempre stato sulla breccia. Ma è una ritirata che non coincide con la rassegnazione.
La denuncia e il monito restano infatti chiarissimi: al diavolo la violenza machista, lo Stato e le barriere che esso impone. Al diavolo lo sfruttamento dell’essere umano sull’essere umano.

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