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Wed, November 9, 2016

IL CRASH DELLA CLASSE MEDIA, L’ASCESA DEI POPULISMI

«Abbiamo diffuso perfino le rivoluzioni, i mezzi per violare confini e rovesciare governi.» [...] Una guerra invisibile. Una guerra per il progresso. Abbiamo fatto girare soldi, creato benessere, colmato divari culturali in tutto il pianeta.

ARTICOLO

Gli effetti sociali dei processi di finanziarizzazione, il divario fra ricchi e poveri che si allarga, la classe media che resta schiacciata: “i Diavoli” raccontano da tempo l’alterazione delle percezioni, la manipolazione della realtà, i movimenti che si decidono ai piani alti della finanza. Adesso gli effetti di queste manovre arrivano dritti al cuore dell’America (con Donald Trump) e dell’Europa. Da una parte all’altra dell’Atlantico trionfano i populismi, figli di quell’impoverimento che ha corroso la middle class. È nella pancia della classe media che si è nutrita la rabbia di oggi, negli anni, nel silenzio. In un dialogo tra Derek Morgan e Massimo De Ruggero, tratto dal romanzo di Guido Maria Brera (Rizzoli 2014), c’è la misura di questo crash. Nella metafora dei tonni, invece, il ritratto sbiadito di una gabbia sociale.
«E cosa vorresti fare?» domanda Derek. «Sono danni collaterali, Massimo, non ti riconosco più. Ci sono sempre stati, vanno messi in conto.»
«Parli della finanza come di una guerra. Ma non esistono danni collaterali. Esistono danni e basta, e i morti sono tutti uguali.»
«È una maledetta guerra, ma con meno morti di quelle che hanno combattuto mio padre e mio nonno, caro italiano.» L’ultima parola suona come un insulto. «Il prezzo da pagare, sì. Una guerra invisibile. Una guerra per il progresso. Abbiamo fatto girare soldi, creato benessere, colmato divari culturali in tutto il pianeta. Strade, sistemi di comunicazione, ferrovie, energia elettrica… Non ci sarebbe stato niente senza quelli come noi. Quando piazzavo la merda hightech, lo sapevo che più dell’ottanta per cento di quelle aziende sarebbe fallito. Eppure internet è ovunque. I subprime servivano per dare una casa a tutti. L’hanno avuta, e poi l’hanno persa. Danni collaterali. È con le bolle che abbiamo diffuso libertà e democrazia. E la chiamano speculazione.»
Sorride mentre parla con un’euforia ingiustificabile.
Non è più dialogo, ora è un credo recitato con foga. La rabbia sembra svanita nelle pieghe di una professione di fanatismo.
«Abbiamo diffuso perfino le rivoluzioni, i mezzi per violare confini e rovesciare governi. Un ordine talmente grandioso da divulgare strumenti per ogni sovversione. Sono state dissipate fortune. Alcuni si sono venduti l’anima e molti sono caduti. Ma ne è valsa la pena. Siamo gli esattori di tasse occulte che tutti hanno scelto di pagare per progredire. Siamo la luce, e non è più il tempo per i profeti di apocalissi. Apri gli occhi.»
Massimo batte le mani in silenzio. Per alcuni secondi nel floor risuona il rumore ritmico. «Siamo esattori costosi: da sessanta milioni di dollari l’anno in due» dice sorridendo.
«No, Derek, siamo soltanto dei dealer che drogano un sistema. Non creiamo democrazia. Apriamo una voragine tra ricchi e poveri che faremo crescere fino a quando non precipiteremo tutti nel baratro. E non parlarmi più di rivoluzioni. Stai distruggendo chi, le rivoluzioni, le ha fatte davvero, chi ha creato l’economia moderna. Stai cancellando la middle class, insieme a duecento anni di Storia.»
[…]
«Che cazzo fai?» mormora Derek, incredulo. L’altro non risponde.
«Che cazzo fai?» ripete con gli occhi sgranati mentre la mano di Massimo sta tirando una riga nera con un pennarello sulla camicia dell’americano. Una linea che sale. Una diagonale perfetta a 45° che, dalla base del fianco destro, monta – lenta e inesorabile – verso il cuore, terminando alla base dell’omero sinistro.
«È l’indice di Gini, te l’ho disegnato così non lo dimentichi. Più sale e più aumenta la differenza tra ricchi e poveri e ti dice che tutto quello che avete combinato non è servito proprio a un cazzo!»
L’americano lo guarda, sa che è lì, ma non ci può credere. «Sugli ologrammi si può sovrascrivere, giusto, Derek?»
Derek tira fuori le mani dalle tasche, stringe i pugni, serra la mascella. Un fremito gli scuote una palpebra. Il respiro pesante assomiglia al suono di un mantice.
È incerto se reagire o no. Quindi si volta di scatto dando le spalle a Massimo. Il movimento brusco, scoordinato di un braccio. E il rumore del cristallo infranto rimbomba nel silenzio dello stanzone. Rimangono fermi con lo sguardo rivolto verso il basso.
Pezzi di vetro.
«Sì, Massimo, agli ologrammi puoi fare tutto, tranne levargli la luce. Se lo fai, muoiono. Senza poter neppure gridare al mondo il loro dolore.»
Ma Massimo non risponde. Non ha neppure sentito le ultime parole di Derek. Fissa il pesce dibattersi sul pavimento tra schegge e rivoli d’acqua. L’animale si contorce con spasmi ritmici. È un battere sordo. Una danza scomposta, una muta, istintiva, inutile richiesta d’aiuto.
Il rosso delle squame sembra più scuro, come il colore del sangue. L’occhio del pesce è vitreo, ha qualcosa di vagamente umano.
Assistono immobili all’agonia. Entrambi vorrebbero chinarsi, fare qualcosa. Ma nessuno dei due intende cedere per primo a un moto di pietà.
[…]
Alcune gomene fissano il barcone a uno dei lati della Fenice. Con un uncino Massimo arpiona un tubo della struttura, quindi si sporge in avanti e guarda in basso. Attraverso l’acqua cristallina, osserva il movimento circolare dei tonni. Sono ombre che guizzano nella trasparenza azzurra seguendo il perimetro della grande gabbia.
L’essenza stessa della velocità, pensa senza riuscire a distogliere l’attenzione dai pesci. Sperava che quell’impresa l’avrebbe liberato una volta per tutte dal fantasma di ciò che era stato, ma le sue insicurezze erano tornate a tormentarlo dalla mattina in cui avevano trasferito i tonni nella Fenice. Ecco perché non aveva festeggiato insieme a Paulo e alla sua squadra.
Si volta per un attimo. Il portoghese è in piedi, vicino al timone, una bandana blu gli trattiene i lunghi capelli. Ha le braccia conserte e scruta rapito l’orizzonte: è nel suo elemento, si vede, e lo abita con sfrontata, gioiosa noncuranza.
Il sole ha da poco superato lo zenit cominciando la lenta discesa verso la superficie del mare.
«Hai idea di quanto cibo serva per aumentare di un chilo la massa di quei bestioni lì sotto?» domanda Paulo rompendo il silenzio.
«Mi pare che per produrre un chilo di carne bovina servano diciassette chili di grano e quattordicimila litri d’acqua» risponde Massimo.
Il portoghese annuisce col capo. «Il principio è quello, ma l’obiettivo è diverso. Noi non vogliamo che ingrassino per mangiarli, estou certo?» Si ferma per sogghignare, attendendo una battuta di Massimo. Quando si rende conto che l’altro non ha intenzione di fargli sponda, sbuffa infastidito. Quindi ricomincia a parlare con voce piatta: «In questo caso li alimentiamo per aumentare l’energia che producono. Ne sprecano tantissima, anche solo per nuotare…».
«Non direi nuotare» lo interrompe l’italiano sarcastico.
«Abbiamo costretto a girare in tondo animali capaci di attraversare gli oceani. Abbiamo ridicolizzato un senso dell’orientamento straordinario. Sembra un circo. Vuoi sapere che cosa mi ha chiesto Roberto, ieri sera?».
«Posso immaginarlo. Tuo figlio è troppo sveglio per la sua età…»
«Già. Mi ha chiesto se stanno bene lì dentro o se sono incazzati.»
Paulo sorride, raggiunge il bordo dello scafo e si sporge a sua volta sull’acqua.
«Non è un circo, Massimo. E nemmeno una prigione. Anche se ci può somigliare» ribatte indicando gli animali. «Te lo ripeto: è scienza, questa.»
«Una gabbia è sempre una gabbia, Paulo.»
Il silenzio cala sul barcone. Il sole d’inizio autunno è ancora caldo. Massimo lo sente riscaldargli la schiena prima che un brivido gli increspi la pelle. Una gabbia è sempre una gabbia. Ne esistono anche di invisibili.
“Le vetrine non dicono che il consumo di massa del Novecento è stato spodestato da un’altra logica. Un dispositivo estrattivo più sofisticato, che ha corroso quella classe media architrave del centrismo e della pacificazione sociale sotto le bandiere di un accesso continuo al consumo. Finito quel sogno, è finito il centro. E allora si radicalizza tutto: dalle istanze sovraniste e razziste, alla sinistra più estrema, che rifiorisce dopo essere stata anestetizzata dal keynesianesimo dell’altro secolo”. Da La notte della classe media – Il Tredicesimo piano

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