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Wed, September 7, 2016

IL CAPITALE UMANO DELLA BREXIT E LA VAGHEZZA DI THERESA MAY

Finora la narrazione May-style riguardo all’immigrazione è stata condotta su due piani concettuali: «controllo» e «limite». Tradotto: sorvegliare e bloccare. Ciò che non è chiaro sono i termini entro i quali si svilupperebbero delle politiche legate a questi principi. Quali saranno i vincoli all’ingresso per le persone che arrivano dall’Ue? Ritornano in mente le parole di George Orwell in un saggio dal titolo “La politica e la lingua inglese”: «Il linguaggio politico è stato progettato per fare sembrare le bugie veritiere» e «per dare una parvenza di solidità al vento puro»

Bisogna prendere atto dell’esistenza di un grande arbitraggio comunitario fra capitali e individui, in virtù del quale i primi sono sempre graditi mentre i secondi sono spesso osteggiati. UK è – al tempo stesso – un esempio classico ed estremo, estendibile al resto della comunità europea, di come vengano fissate regole per limitare la mobilità di uomini e donne, attaccando i diritti riconosciuti e le garanzie del welfare, mentre si creano “habitat” sereni e accoglienti per i capitali e per coloro che li esportano. Ma intorno a questa dialettica si produce un nodo insoluto. Infatti ci sono Paesi che presentano spinte centrifughe, capaci di sospingere all’esterno capitali e individui, mentre altri sono pervasi da forze centripete che esercitano attrazione. Movimenti centrifughi e forza attrattiva sono legati tra loro e procedono insieme per una semplice ragione: perché i Paesi comunitari sotto-capitalizzati devono soggiacere a un regime di austerity che devasta il welfare e imprime strette fiscali, mentre i Paesi senza problemi di debito si possono permettere un welfare migliore e una fiscalità più “attraente”. A questo punto la migrazione comunitaria di capitali e individui diventa inevitabile aggravando e approfondendo le differenze tra gli Stati. Da Brexit tra turisti del welfare e turismo del capitale. Il Tredicesimo piano
«Non esiste un unico proiettile d’argento per fare i conti con l’immigrazione». Theresa May parla in aereo con i giornalisti. È il 4 settembre e il “Guardian”, come tutti i giornali britannici, riporta la dichiarazione. Al centro del discorso c’è il capitale umano della Brexit, ovvero uomini e donne che nel Regno Unito viaggiano, vivono, lavorano o cercano fortuna. Sono gli stessi che l’ex premier David Cameron aveva definito «i turisti del welfare». Si parla di regolamentazione dell’immigrazione e del sistema a punti australiano (vedi paragrafo sotto, ndr).
Provando a tradurre la metafora usata da May («proiettile d’argento»), si incontrano parecchie difficoltà. I risultati sono i seguenti: «non c’è una soluzione efficace», oppure «non esiste una soluzione in un sol colpo». La corrispondenza tra le dichiarazioni della premier britannica e la sua traduzione nei fatti, però, non è immediata.
Incalzata dai giornalisti, Theresa May rispetta questo schema. Alle domanda riguardo il destino degli immigrati europei in Gran Bretagna dopo il divorzio di Londra da Bruxelles, risponde: «Penso che quello che la gente voleva vedere, quello che è venuto fuori dal voto era il controllo». Continua poi: «[I britannici, ndr] volevano vedere una capacità di controllare la circolazione delle persone [che arrivano, ndr] dall’Unione europea e ovviamente è per questo che io dico: “No alla libera circolazione come è stato in passato”. Abbiamo bisogno di rispondere a quella voce del popolo britannico». Che significa?

Immigrati Ue, cosa c’è di certo: no al sistema australiano a punti

Theresa May non vuole seguire il modello australiano per il controllo degli ingressi, come aveva proposto e promesso agli inglesi Boris Johnson durante la campagna per il Leave. A preoccupare la premier è il fatto che, secondo il sistema usato a Sydney, una volta rispettati i criteri richiesti e superato il test di inglese con un determinato punteggio «la gente può arrivare automaticamente». Sono tre i problemi. Primo: «Se i sistemi a punti funzionano»; secondo: «Bisogna guardare a tutta la linea, si deve guardare a tutte le questioni. Non solo al controllo attraverso le regole per chi entra»; terzo: «Fare in modo da sradicare gli abusi nel sistema e, ovviamente, fare i conti con le persone che vengono scoperte qui illegalmente».

L’ambiguità sul controllo

Finora la narrazione May-style riguardo all’immigrazione è stata condotta su due piani concettuali: «controllo» e «limite». Tradotto: sorvegliare e bloccare. Ciò che non è chiaro sono i termini entro i quali si svilupperebbero delle politiche legate a questi principi. Quali saranno i vincoli all’ingresso per le persone che arrivano dall’Ue? Due giorni fa May diceva che sganciarsi da Bruxelles implicherebbe genericamente «del controllo» rispetto all’immigrazione europea, perché l’elettorato ha votato Leave per avere «un po’ di controllo». Questo potrebbe suggerire – nota qui il “Guardian” – delle restrizioni parziali in vista. La premier, senza aggiungere dettagli sostanziali, concludeva che con la Brexit, il Regno Unito avrà un «elemento di controllo» in più sui suoi confini rispetto a prima.
Tentando di andare a ritroso per capire come si è evoluta la retorica di Downing Street sul tema controllo dei confini, il percorso appare sempre più sfocato. Sei giorni fa, infatti, il quotidiano conservatore “The Telegraph” titolava: «Theresa May giura che l’accordo sulla Brexit limiterà l’immigrazione, indipendentemente dall’impatto sul commercio Ue». Il giornale usciva all’indomani della riunione di governo a porte chiuse nella residenza di campagna di Theresa May ai Chequers. Un incontro lontano dai riflettori, deciso alla svelta, per accelerare l’iter della Brexit proprio mentre le autorità britanniche si trovano a fronteggiare il boom di richieste online di chi vuole ottenere la residenza in UK prima che entrino in vigore norme più restrittive. Ufficialmente, però, non è trapelato alcun dettaglio sui limiti in entrata.Qualche giorno prima, in visita in Slovacchia, la premier aveva ribadito che «il chiaro messaggio del popolo britannico sul controllo» dell’immigrazione dovrà essere preso in considerazione. Anche in quel contesto, May non aveva dato ulteriori informazioni. La vaghezza restava.

Corsia preferenziale per i lavoratori europei?

Vista l’incertezza sul piano ufficiale, si sprecano i retroscena sulle intenzioni di Theresa May. Mancano le conferme, ma ci sarebbe un programma sul tavolo. Si tratta di un sistema di permessi di lavoro per sbarrare le porte a chi, invece, un impiego vuole cercarlo in Gran Bretagna. A chi la etichetta come una leader con un piano «troppo soft» per proteggere le frontiere, May risponderebbe così, almeno secondo il “Telegraph”. Sì al capitale umano solo se porta soldi, insomma.
Oggi, UK rappresenta una delle mete privilegiate. Su scala globale, a questa forza centrifuga ne corrisponde una centripeta e attrattiva. Dovete pensare Londra come una calamita capace di attirare capitali esteri su scala planetaria, grazie a una burocrazia snella e a una scarsa regolamentazione. Da Brexit tra turisti del welfare e turismo del capitale. Il Tredicesimo piano

Il lungo May day anti-immigrazione

Se davvero la premier britannica avesse in cantiere un piano per consentire l’ingresso solo a chi ha un lavoro, significherebbe più o meno: i turisti del capitale sì, quelli del welfare no. E ancora, se è vero che May vuole un «capitalismo responsabile» (nei termini qui spiegati), questo non sarebbe in contraddizione con la sua storica ostilità all’immigrazione, in quanto fonte di disuguaglianza per i britannici. Negli anni la retorica della May non è cambiata affatto. Come ricostruito da “i Diavoli” qui, già nel 2010,  quando era ministro dell’Interno, Theresa May dice di essere in grado di ridurre l’immigrazione senza arrecare alcun danno all’economia britannica. Nello stesso anno, elimina un requisito legale che imponeva agli enti pubblici di ridurre (ove possibile) le disuguaglianze causate dallo svantaggio di classe. Secondo May, il provvedimento inserito nella legge per le Pari Opportunità inglese, il New Equality Act dalla laburista Harriett Harman, sarebbe semplicemente «ridicolo». Qualche mese dopo, nel 2011, introduce nuovi paletti legati al reddito per l’ingresso ai neolaureati stranieri nelle università britanniche. Si scaglia contro chi «ha approfittato della generosità del governo». Nel 2015 afferma che è «impossibile creare una società coesa dove c’è l’immigrazione», perché «le conseguenze (dell’immigrazione, ndr) hanno sempre un prezzo molto alto». Il linguaggio di questi attacchi appiattisce ogni complessità. I toni sono incendiari, le leggi che ne derivano durissime. Il passaggio da frasi come: «I migranti pensano che le nostre strade siano lastricate d’oro, credono che la Gran Bretagna sia un posto dove fare soldi, ma non è così», alla traduzione legislativa di certe politiche è esattamente l’Immigration Bill, che dà maggiori poteri ai proprietari di casa, liberi di buttare fuori gli inquilini considerati “irregolari” senza bisogno di un giudice. Una volta arrivata a Downing Street a luglio 2016, May dice: «Il voto del 23 giugno per la Brexit ha lanciato un chiaro messaggio. La gente vuole il controllo della libera circolazione delle persone all’interno dell’Ue». Poi torna alla carica contro le università. La loro colpa è quella di essere una «via facile per la migrazione economica».

Quell’equazione immigrazione-povertà-Brexit che non convince

Come appena visto, May considera l’immigrazione all’origine dei problemi e dell’astio sociale che ha portato gli elettori a votare per la Brexit. Tuttavia, l’equazione povertà-immigrazione appare più come una costruzione politica che come una fotografia della realtà. A supportare questa tesi è un’analisi dell’istituto “Bruegel” di Bruxelles che, a tre giorni dal referendum britannico del 23 giugno, scriveva: «L’èlite politica britannica ha sfruttato le paure legate alla povertà e all’immigrazione per il voto», cioè la «connessione tra angosce-immigrazione-Ue è stata in parte una costruzione politica consapevole usata per scopi elettorali». Infatti, sempre secondo lo studio Bruegel, quel link tra chi varca i confini Ue alla ricerca di lavoro e fortuna, e la frustrazione per chi ha votato Leavemostrerebbe nei fatti diverse eccezioni.
In realtà il Leave è stato votato da un esercito d’invisibili, cittadini solo di nome, fantasmi di fatto, molto spesso sfuggiti ai big data, ai sondaggi, alla finestra sempre aperta dei social network.

Per la Brexit ci vorranno anni

Archiviata la burrascosa campagna Leave contro Remain, alla fine i britannici hanno scelto la Brexit. E su questo Theresa May non ha intenzione di tornare indietro: «Brexit significa Brexit», «non rientreremo nell’Ue dalla porta di servizio», bisogna considerare «i nuovi passi», no a un secondo voto. In tanti a sinistra, da Jeremy Corbin a Owen Smith, hanno promesso battaglia alla Brexit, a meno che non si vada di nuovo a votare. May teme l’ostruzionismo in Parlamento, perché il referendum del 23 giugno era consultivo e non vincolante. A fine agosto, rifiutando l’idea di un secondo referendum, come chiesto da una petizione con quattro milioni di firme, May aveva detto che con l’uscita dall’Unione «decideremo dei nostri confini, leggi e tasse, ma senza voltare «le spalle all’Europa». Inoltre, la questione si concentra sull’articolo 50 del Trattato europeo di Lisbona. Quando la premier lo invocherà, sarà il vero inizio dell’implementazione Brexit. Prima, però, May avrebbe bisogno di un ripudio formale in Parlamento dello European Communities Act con cui il Regno Unito entrò nell’Unione europea nel 1972. Lo attiverà senza passare dal voto dei Lord, temendo di essere bocciata? Ma la vera incognita sono i tempi. Stabilirli è fondamentale. L’accelerazione di queste ultime settimane potrebbe essere solo il frutto di pressioni politiche, almeno sul piano formale. In pratica, però, sembra molto più plausibile ciò che May aveva detto a lugliodurante la conferenza stampa: «Ci servirà tempo per l’uscita dall’Ue», «non invocheremo l’articolo 50 del Trattato di Lisbona prima del 2017». Con buona pace di chi spera in un cambio di rotta, a partire dalle università che sono crollate nei rankings. D’altronde da Bruxelles, per bocca di Herman Van Rompuy, avevano avvertito: no panic, tanto «per la Brexit ci vorranno anni e anni».
Londra vive di quest’ambivalenza: da un lato è la piazza ufficiale di tutte le transazioni in euro, dall’altro gode di una flessibilità regolamentare che le consente di attrarre capitali più disparati e meno trasparenti. La City è il porto franco di quest’intreccio di flussi finanziari. Ma l’alchimia che la sostiene è altamente instabile e, se dovesse venire meno uno degli elementi che la compongo, il rischio è che questa scintillante vetrina del capitale globale vada in frantumi. Da Brexit tra turisti del welfare e turismo del capitale. Il Tredicesimo piano

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