Decodificare il presente, raccontare il futuro

VISIONI


Thu, August 24, 2017

AMERIKA OGGI. USA AL TEMPO DELL’ALT-RIGHT

Polvere e gas. Ovunque. Sullo sfondo dei Monti Appalachi, una muta di elicotteri incombe sulle pianure della Virginia fendendo le prime luci dell’alba. La telecamera plana dai velivoli, in soggettiva, scende lungo la Main Street, indugia davanti alla porta basculante del Double R, approfitta dell’uscita di un ignaro cliente e si intrufola all’interno del diner per osservare un particolare gruppo di avventori. Pantaloni di raso nero, camicia dello stesso colore e cappello da cowboy a tesa larga, un omino smilzo e nervoso sta arringando i commensali. Il suo nome è Dick. “Fottuti comunisti, arriveranno tutti qui da Jew York, bisogna fermarli”.

In memoria di Heater Heyer, 32 anni, morta il 12 agosto 2017 a Charlotteville, Virginia. Travolta dalla macchina di un kamikaze bianco, mentre protestava contro il risorgere del neonazismo negli Stati Uniti d’America. Il giorno stesso, sul suo profilo social aveva scritto: “Se non scegli da che parte stare, sei complice”.
Polvere e gas. Ovunque. Sullo sfondo dei Monti Appalachi, una muta di elicotteri incombe sulle pianure della Virginia fendendo le prime luci dell’alba. Inquietanti volatili meccanici, dalle fauci irrorano d’insetticida gli sterminati campi di tabacco. Fanno pulizia. Polvere dai campi. Gas dagli elicotteri. L’aria è irrespirabile. La telecamera plana dai velivoli, in soggettiva, scende lungo la Main Street, indugia davanti alla porta basculante del Double R, approfitta dell’uscita di un ignaro cliente e si intrufola all’interno del diner per osservare un particolare gruppo di avventori. Pantaloni di raso nero, camicia dello stesso colore e cappello da cowboy a tesa larga, un omino smilzo e nervoso sta arringando i commensali. Il suo nome è Dick.
“Fottuti comunisti, arriveranno tutti qui da Jew York, bisogna fermarli”. “La Virginia è bianca, la Virginia è Cristiana”, bofonchia un tizio dalle retrovie. “Stanno distruggendo il nostro paese, i nostri valori, le libertà per cui i nostri padri hanno combattuto”, continua Dick.
Piccolo ladro d’auto, è arrivato in paese solo la notte prima, insieme al suo compare Perry. Si sono conosciuti in uno dei vari penitenziari di cui sono stati ospiti. “Anche il Presidente ci ha tradito. Dopo quel fottuto negro islamico, che non era nemmeno americano, abbiamo creduto nel nuovo Presidente. Sembrava uno dei nostri, parlava come noi. Invece ci ha lasciati soli”, annuncia con voce stridula un ragazzo pallido ed emaciato, dai lineamenti femminei.
“E allora dobbiamo pensarci noi, difenderci da soli, come abbiamo sempre fatto nella storia. Contro gli ebrei e i comunisti”, coglie la palla al balzo Dick, “Con ogni mezzo necessario!”
“Fare pulizia”, interviene Perry, “Sterminare quegli insetti!” Omaccione corpulento, strizzato in una salopette di jeans e una camicia di flanella a scacchi, è quanto di più lontano fisicamente possa esserci da Dick. Sembrano Stanlio e Olio nell’America profonda e rurale del ventunesimo secolo. Ma non c’è niente da ridere. Dick e Perry sono esaltati. Sono armati. Sono pericolosi.
Il telefono dell’officina non smette di suonare. Danny Malone con un gesto di stizza lascia cadere il carburatore nel cofano dell’auto, si pulisce il grasso dalle mani sui pantaloni e si avvia a rispondere. Una voce di donna, educata, impostata, lo ringrazia per l’attenzione e gli comunica che da diversi giorni sta cercando di mettersi in contatto con lui. Se è così gentile da aspettarla, in meno di un’ora sarà lì, e gli spiegherà i termini della proposta. È un lavoretto facile. Ben pagato. Quando Danny prova a ribattere che non ha nessuna intenzione di accettare alcun lavoretto facile da chicchessia, la voce al telefono si fa più dura. Quasi metallica. Gli ricorda che è un informatore dell’Fbi. Che per lei sarebbe molto facile farlo sapere in giro e che per lui, nel caso, sarebbero cazzi amari. Danny si guarda intorno. La telecamera ruota di 360 gradi. Più che un’officina, sembra una polverosa fossa comune di lamiere e copertoni. Ormai il lavoro manca da troppo tempo, da qui non passa più nessuno. Un lavoretto facile capita a fagiolo. Ma non così cazzo! Non con l’ennesimo ricatto dei federali!
L’hanno incastrato. Quando ha cominciato a frequentare le riunioni dei gruppi suprematisti bianchi e neonazisti, l’ha fatto per noia. Li aveva intercettati su Facebook. Gli piacevano i loro slogan. Erano facili, limpidi, efficaci. Ogni tanto erano un po’ forti, ma in fondo avevano ragione. Una bella sveglia era necessaria. O l’America sarebbe sprofondata.
Così Danny Malone aveva partecipato a un paio riunioni dal vivo, giusto per farsi qualche birra in compagnia. Poi erano arrivati il Federal Bureau of Investigation (Fbi) e il Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms and Explosives (Atf). E lo avevano incastrato. O lavori per noi, tieni sotto controllo i tuoi compari, ci fornisci nomi, indirizzi, spostamenti, oppure domani facciamo irruzione in quella tua lurida baracca e troviamo due panetti di brown sugar. Danny non aveva nemmeno protestato, aveva accettato subito. Era abituato a perdere. Danny dice sì anche oggi. Alla telefonata, al lavoretto facile. La telecamera inquadra la sconfitta, scolpita sulle rughe del suo viso.

Dalla finestra del suo attico al ventiduesimo piano, un uomo abbassa lo sguardo su Central Park. La telecamera non lo segue, resta fissa sulla sua schiena, inquadra il cielo terso di una mattina d’estate sopra New York. Poi l’uomo torna alla scrivania e ingolla in un solo sorso la centrifuga sedano e mele. Da quando ha smesso con il whisky sta molto meglio, la sua prospettiva di vita si è allungata notevolmente. E la sua vita è molto importante. Forse non per lui, di sicuro per molta gente che conta. Nessuno sa il suo nome. Amici e nemici lo chiamano Klaus. Forse perché il suo accento tradisce origini tedesche. Forse perché sembra voler ripetere le gesta di Klaus Barbie: il sanguinario criminale nazista che dopo il crollo del Terzo Reich, rifugiatosi in Sud America, riuscì con l’aiuto della Cia e dei narcotrafficanti a installare il Quarto Reich. In Bolivia. L’uomo alla scrivania legge velocemente le relazioni dettagliate sul giorno che sta cominciando. Da quello deriva il suo potere, dalla precisione dei report su quanto deve ancora accadere. Oggi, da qualche parte, in una cittadina della Virginia, diversi gruppi dell’estrema destra radicale stanno organizzando una marcia di protesta contro l’abbattimento delle statue dei generali confederati. Da qualche parte, sempre nella stessa cittadina della Virginia, si sta preparando una contromanifestazione del movimento dei diritti civili.
Ha organizzato tutto lui, in stretto contatto con il Presidente. E non solo. Da almeno un decennio ha preparato l’ascesa di quelli che vengono comunemente definiti i gruppi della alt right statunitense. Non è stato difficile. Ha resuscitato i vecchi arnesi del Ku Klux Klan, mantenuto una base di pregiudizio antisemita, versato due dosi di paranoia antislamica, e aggiunto una spolverata di complottismo, che nell’era della Rete attecchisce come insetticida sulle piantagioni di tabacco.
Lo stesso Presidente è una sua creatura. Sua e delle altre persone cui fa riferimento. Allo stesso tempo, grazie ad alcune fondazioni, sovvenziona i gruppi di protesta. A quelli di Occupy Wall Street ha fatto una donazione di decine di migliaia di dollari a suo nome. Il suo vero nome. Il divertimento valeva il rischio. Partecipare al conflitto è l’unico modo per vincere il conflitto. Di prima mattina ha inviato a chi di dovere le due relazioni sulla giornata a venire. Per questo è stato pagato profumatamente. Il terzo report invece lo ha solo lui. Su questo è scritto che oggi, da qualche parte, ovviamente nella stessa cittadina della Virginia, ci sarà un incidente in auto. Ha messo in moto un meccanismo sincronizzato a orologeria. In realtà, come lui sa bene, nulla può essere organizzato alla perfezione. Alla fine vincono sempre le coincidenze. È il caos l’unica forza materica che governa l’universo. Però è sempre divertente dare una mano al caos. L’uomo si alza, sogghigna. Si avvicina alla libreria e prende in mano un libro di pelle rilegato a mano. È una delle pochissime copie esistenti del Piano Kalergi. Forse l’unica. La macchina corre veloce per le strade polverose della Virginia. L’odore del tabacco si mescola a quello ripugnante di un gas che impregna l’aria. Forse è un insetticida. “Siamo sicuri che è tutto pronto? Abbiamo investito tantissimo in questo progetto. Venduto spazi pubblicitari con la promessa di un picco di share. Non accetto fallimenti”, dice la donna a tutti e nessuno, mentre guarda con aria disgustata fuori dal finestrino e con un fazzoletto si copre la bocca. “Tranquilla Judith, sarà un successo. Faremo il botto!”, le risponde il giovane producer riccioluto accasciato sui sedili posteriori. Judith O’Dea, nonostante non sia più giovanissima, è la punta di diamante del network televisivo Frog News. La voce ufficiale della destra americana. Il canale di riferimento del Presidente. È stata lei, quando ancora c’era il vecchio Presidente, a suggerire di riempire i canali all news di documentari sui grandi complotti della storia. E così facendo ha mutato il corso della Storia.
Dall’antico Egitto agli Illuminati, dal nazismo esoterico a Hilary Clinton rettiliana. La cospirazione ha molto più impatto di qualsiasi fake news. Nell’epoca della morte di Dio, per trovare conforto è molto più facile attingere al Disegno che non attivare la Ragione.
Questo le ha permesso in poco tempo di diventare il volto più noto del network televisivo e di ottenere un programma tutto per sé in prima serata. E Judith, una volta che ha visto spalancarsi le porte del jet set, non ha nessuna voglia di farsele richiudere in faccia. Per questo, dopo un attimo di esitazione, prende il telefono e sulla rubrica digita il nome K. “Il raduno dei nazisti sta andando alla grande, anche la Cnn stamattina ha mostrato la marcia notturna preparatoria degli incappucciati con le croci in fiamme. E va benissimo perché ci prepara il terreno alla trasmissione di stasera. Ma la contromanifestazione? I miei uomini sul luogo non vedono nulla, e abbiamo bisogno dell’incidente”, dice, tradendo forse troppa ansia. Al ventiduesimo piano di un grattacielo affacciato su Central Park, il vecchio poggia un libro rilegato in pelle e scruta con disprezzo un bicchiere in cui fino a poco prima galleggiava una centrifuga di sedano e mele. Poi risponde al telefono. “È tutto a posto Judith cara, non ti preoccupare”, dice con voce soave. “I miei uomini non tradiscono mai. E tu puoi immaginare il perché”. “Non parlate con le televisioni. Nemmeno con Frog News. Non possiamo fidarci di nessuno. Da sempre i media di questo paese sono in mano ai fottuti comunisti e ai loro padroni giudei!”, urla Dick dal palco. Quando lui e Perry si sono avvicinati al pulpito, con aria sicura, anche se nessuno li aveva mai visti prima, li hanno lasciati salire. E prendere parola. D’altronde, la maggior parte di loro si conosce solo con i nickname di internet, non si sono mai visti dal vivo. E probabilmente, avranno pensato in molti, quei due sono tra quelli con più follower. E se non si rivelano, è perché giustamente vogliono restare anonimi. Essere un nazista in America, oggi, è pericoloso. Ancora per poco, però.
“Abbattono le statue dei confederati per abbattere noi, le nostre tradizioni, la nostra mappatura genetica”, continua il suo assolo Dick, che Perry, sempre al suo fianco, in realtà è un tipo taciturno. “È in atto un piano ben preciso, vogliono mandare via noi cittadini americani e sostituirci con negri e messicani, che sono più facili da controllare e costano meno per lavorare!”
“Non è vero che chiudono le fabbriche perché non c’è lavoro, le chiudono i banchieri ebrei per mandare via noi, onesti lavoratori bianchi. E per sostituirci con quella feccia che ha bisogno di meno soldi per vivere. Perché vivono come animali quali sono!” Nel tripudio di applausi, la telecamera si muove velocemente per inquadrare i volti nella folla. Sosta su visi bovini, calvizie incipienti, mascelle flaccide. Scivola si muscoli steroidei e petti siliconati. Poi risale. Indugia sugli occhi spaventati e lì si ferma.

Quella dei nazisti non è paura del giorno che viene, è orrore per la vita vissuta.
“Se non ci svegliamo, se non facciamo qualcosa, anche le nostre campagne perderanno i valori della tradizione. E diventeranno come le città controllate dai comunisti. Come Jew York e Jewllyhood!
Luridi luoghi del peccato dove si incita all’omosessualità e alla pederastia. Per fermare le nascite. Per sterminare i veri americani bianchi e sostituirli con razze inferiori!”, continua Dick. “Ma questa è la nostra terra, il nostro suolo, e noi lo difenderemo col sangue! Come difenderemo le statue dei nostri padri fondatori confederati, che per primi scoprirono il disegno della sostituzione etnica dietro la liberazione degli schiavi. E per questo furono pugnalati alle spalle dai traditori!” “Gli stessi traditori comunisti che oggi vorrebbero impedirci di protestare! Ci chiamano redneck, ci chiamano colli rossi. Ma siamo noi il popolo. Non le élite delle università liberal dei giudei e dei comunisti. Noi siamo l’America. E l’America non accetterà più alcun tradimento!” È oramai mezzogiorno, e il sole di agosto brucia il tetto di lamiera incandescente. La macchina si ferma davanti a quella baracca perduta nel nulla. Ne esce una donna bionda di mezza età, stretta in un tailleur rosa pastello. Molto agitata. “È un’officina o un cimitero questo?”, chiede disgustata. Con aria affranta, Danny Malone la squadra. La riconosce. È Judith O’Dea, anchorwoman di Frog News.
“Il piano di lavoro è molto semplice. Oggi in città ci sarà una manifestazione di bravi cittadini americani che a un certo punto saranno assaltati da una folla inferocita di comunisti. Il tutto avverrà sotto gli occhi delle telecamere, che registreranno le immagini in esclusiva per il mio programma in prima serata.
Non appena la situazione diventerà incandescente lei riceverà una chiamata da un numero sconosciuto, è il mio collaboratore”, dice Judith indicando il ragazzo riccioluto, che intanto l’ha raggiunta e si è accucciato ai suoi piedi. “Non appena sentirà lo squillo lei si lancerà con l’auto contro la folla. Mi raccomando, prenda bene la mira!” Un secondo uomo, tarchiato e piuttosto insignificante, scende dalla macchina con in mano una valigia, la posa sul cofano di un vecchio pick-up scrostato e la apre. Mazzette di biglietti verdi usati di piccola taglia vengono abbagliati dal sole della Virginia. Danny Malone, gli occhi da cane bastonato, annuisce e rientra nella baracca. “Bene, più facile di quello che pensavo. Si vede che Klaus Barbie ha organizzato tutto alla perfezione”, mormora tra sé Judith, prima di allontanarsi e prendere di nuovo in mano il telefono. “Se tutto fila così liscio, è perché sanno quanta importanza abbia il mio programma in prima serata”, afferma convinta al ragazzo che la segue fedele. Poi pigia di nuovo il tasto K. La telefonata sembra procedere per il meglio. Non cogliamo le esatte parole, la telecamera sta inquadrando un campo largo con la silhouette di Judith che si staglia sulle infinite pianure polverose della Virginia. Sullo sfondo il contorno incerto dei Monti Appalachi. Ma origliando un po’, riusciamo a capire che Judith sta chiedendo più soldi per la puntata odierna. E la promessa di una promozione. Un altro scalino salito nell’ascensore sociale dell’America di oggi. Quella raccontata dalle telecamere di Frog News.

Quello che Judith non sa, è che Danny Malone poco prima ha ricevuto la visita del Reverendo, occhiali scuri e borsalino sulle lunghe trecce rasta. Un pastore di St. Louis, musicista e performer, che è stato in prima fila a Ferguson e Baltimora con il movimento Black Lives Matter. E questa mattina si è presentato all’officina. Gli ha raccontato per filo e per segno della telefonata. E poi della visita che avrebbe ricevuto. E l’ha convinto a disertare. A fermare la macchina un attimo prima dell’impatto. Quello che Judith non sa è che il Reverendo è in missione per conto di Dio. Quello che Judith non sa è che Klaus Barbie ha altri piani. Quando l’uomo, mentre sfoglia il suo libro rilegato in pelle, osserva sul display la seconda telefonata in poche ora dallo stesso numero, ha un moto di stizza. “Ancora quella giornalista di Frog News”, pensa. “Sta diventando troppo petulante, bisognerà fare qualcosa. Bisogna fermarla”. “Vedi mia cara Judith”, aveva detto l’uomo al telefono, “quando ci siamo incontrati la prima volta tu avevi ancora la testa piena di quelle idiozie liberal con cui ti avevano fregato all’università. Eri molto intelligente e molto graziosa, e questo era il tuo problema, perché da te la gente voleva sempre la stessa cosa. Quando hai iniziato a lavorare per me, invece, lo hai fatto perché ci credevi. E tutto quello che hai avuto te lo sei conquistato da sola. Ora, mia cara, non credo sia il caso di pretendere troppo…” Chiusa la comunicazione, l’uomo chiama due tuttofare di cui si serve di solito, due ladri d’auto, due avanzi di galera chiamati Dick e Perry, per dare loro istruzioni in merito.
Davanti a sé ha il dossier sulla Corea del Nord, altro affare di cui si deve occupare in giornata, una volta messi in moto gli eventi in quella insignificante cittadina polverosa della Virginia.
“Abbiamo una nuova preda”, dice Perry trattenendo a stento un sorriso idiota. “Bene, bene”, mormora Dick. I due stanno marciando per la Main Street con un centinaio di altri neonazisti. L’intento sarebbe di serrare i ranghi compatti, assumere un atteggiamento militare, un’estetica marziale. L’esecuzione invece è un gregge di pecore disordinate, spaventate, che deambulano poco convinte e timorose della verga di un immaginario Condottiero. “Prima del meccanico”, continua Perry, “Bisogna occuparsi di quella giornalista di Frog News, la bionda. Pare abbia alzato troppo la cresta”. “Mmmh”, si eccita Dick, “Possiamo darle una ripassatina prima di farla fuori?” “Pfui! Tu non saresti in grado di dare una ripassatina a un cane”, lo zittisce Perry. A differenza del loro apparire pubblico, dove Dick è il più sfacciato e ciarliero, all’interno della coppia la gerarchia muta notevolmente. Il bastone lo impugna Perry. Intanto, l’incerto corteo è sempre più stretto da due ali di folla di militanti antirazzisti. E benché un nutrito contingente di poliziotti sia lì a esclusiva protezione del comparto neonazista, comincia a serpeggiare una certa paura. La telecamera si sofferma su omaccioni che si guardano intorno spaventati, starnutiscono o si grattano il naso. Uno di loro, un pelato che in una trasmissione televisiva si era presentato come il leader della Rinascita Bianca, prende uno schiaffo da un ragazzo e comincia a reagire in maniera isterica solo dopo aver percorso diversi metri. Quando ovviamente è già troppo lontano. “Eccola!”, fa cenno Dick, e lestamente si allontana dal corteo in compagnia di Perry. Raggiunta in un vicolo laterale l’auto della produzione di Frog News, i due si accaniscono coi calci delle pistole sugli occupanti della macchina, lasciandoli poi fuggire. Tutti tranne Judith O’Dea. “Adesso ti faccio vedere io come me la lavoro”, grugnisce Dick abbassandosi i pantaloni. Il cowboy vestito di nero è però così impacciato nei movimenti che Perry scoppia a ridere. Dick, i mutandoni ancora calati, lo affronta a pugni alzati. Perry non riesce a smettere. Judith approfitta dell’empasse, e riesce a fuggire. Danny Malone siede a bordo dell’auto. Il motore acceso. È a pochi isolati dalla Main Street. E pensa. La telecamere zooma sulle sue mani, sudate, appiccicate al volante. Da una parte i federali, la giornalista di Frog News, i ricatti, dall’altra le parole del Reverendo. Deve vomitare. Pigia il pedale dell’acceleratore, in folle, perché i giri del motore gli facciano pulizia in testa. Non ce la fa. Deve vomitare. Da Ovest si sta alzando il vento, e sta portando in città un disgustoso lezzo di insetticida che si mischia alla polvere. Bisogna fare pulizia, pensa. È l’ora. Sta per ingranare la marcia quando sul sedile accanto a lui vede il Reverendo. Come cazzo abbia fatto a entrare in quella macchina non lo sa. Però ora si sente più tranquillo. In pace. Scende dall’auto e insieme al reverendo si avvia verso la Main Street. La telecamera li inquadra da dietro mentre si allontanano. Nello stesso momento una donna, stretta nel suo tailleur rosa, sta correndo spaventata. Vede la macchina ancora accesa di Danny Malone e senza pensarci due volte entra. Ingrana la marcia e si lancia a tutta velocità contro la folla che manifesta.
Per un attimo forse vorrebbe lanciarsi contro i suprematisti bianchi. Fare la cosa giusta, come non faceva da tempo, per l’ultima volta. Ma poi si rende conto che oramai è troppo tardi. Ha attraversato il ponte della rat race. È corrotta, marcia. Non c’è più redenzione possibile. Così, gira il volante verso il raduno antirazzista, chiude gli occhi e si prepara all’impatto.
La telecamera inquadra un pauroso incidente mortale, in soggettiva e in controcampo. Poi solo corpi riversi sull’asfalto. Quando Klaus Barbie sul plasma luminoso legge la breaking newsdella Cnn – una giornalista di Frog News si è lanciata come kamikaze con l’auto contro una folla di manifestanti – ha un sussulto. Qualcosa è andato storto. Tutto è andato storto. Ha perso milioni di dollari. Ancora peggio, i suoi report hanno perso credibilità. Quando poi vede che la manifestazione antirazzista cresce sempre di più, e che lì in mezzo, insieme a quel maledetto Reverendo, c’è anche Danny Malone, ha anche paura. La situazione è fuori controllo. C’è il rischio che tutto possa degenerare. Che la gestione del conflitto gli possa sfuggire. Poi però la telecamera si avvicina al corteo, e inquadra i due uomini alla testa. Sembrano i più agitati e convinti. Scandiscono slogan di militanza e alzano i pugni chiusi al cielo. Uno è un segaligno nervoso, vestito di nero con un grosso cappello da cowboy. L’altro è un omaccione con salopette di jeans e camicia di lana. Sono Dick e Perry. Sono i nuovi leader della protesta. Klaus Barbie sogghigna. La telecamera continua a riprendere.

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