L'anno del dopo-Brexit e dei test elettorali

May, Le Pen, Petry:
le Iron ladies

Sotto la cenere, nell’era del post-austerità covano frustrazione sociale e razzismo. Da Londra a Parigi, passando per Berlino. Tre donne, tre leader, tre stili diversi hanno segnato il 2016 e potrebbero cambiare le sorti del nuovo anno. Le prossime sfide sono: l’avvio dei negoziati veri e propri per la Brexit e i test elettorali nazionali in Francia a maggio e a inizio autunno in Germania. Le abbiamo raccontate così

4 gennaio 2017

Sul piano strettamente politico, le connessioni e gli intrecci su cui si fondava la stabilità in area Ue sono saltati, la crisi di legittimità è ormai endemica, la perdita di egemonia da parte dei partiti tradizionali (moderati e socialisti) è sotto gli occhi di tutti. Ovunque, in Europa, si attivano processi, emergono parole d’ordine e si formano linguaggi tendenti a coagulare il rifiuto dello stato di cose presente. La convergenza tra conservatori e socialdemocratici, il modello della grande coalizione, pilastro del cosiddetto estremismo di centro, sta perdendo aderenza.
Da Germania-Europa: nessun grado di separazione – Il Tredicesimo piano 

Tre donne, tre leader, tre stili diversi che raccontano il 2016 e tracciano i contorni delle destre d’Europa a 2017 appena iniziato: Theresa May, Marine Le Pen e Frauke Petry.

Da un lato c’è la premier britannica con il suo conservatorismo moralista duro con l’immigrazione e devoto al cosiddetto «capitalismo responsabile». A lei toccherà traghettare la Gran Bretagna che ha scelto la Brexit, verso nuovi equilibri economici fuori dal collaudato asse Londra-Bruxelles.

Dall’altro ci sono Marine Le Pen e Frauke Petry: la prima candidata alla presidenza francese a maggio 2017 e leader storica dei militanti d’ultradestra del Front National, la seconda da luglio 2015 a capo dell’AfD, Alternative für Deutschland, che ha conquistato seggi in ben nove delle sedici assemblee statali della Germania, sfiorato il 25% in Sassonia a marzo e scavalcato la Cdu di Angela Merkel alle ultime elezioni d’inizio settembre in Meclemburgo-Pomerania.

Il 2016 ha registrato l’avanzata dei populismi alle regionali tedesche e nei sondaggi francesi, ha segnato una cesura storica con il referendum del 23 giugno, quello che ha deciso l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea.

L’euro e l’Ue sono diventati i bersagli preferiti di chi ha imbastito un progetto preciso di ridefinizione degli assetti politici da destra: la rinazionalizzazione delle masse e la ridefinizione della sovranità dello Stato. Il “popolo” è stato mobilitato contro una minaccia percepita: la moneta unica, i tecnocrati europei, gli immigrati, le élite.

La Brexit ha fatto da capsula detonante, è diventata collettore delle istanze populiste e sovraniste. Ha canalizzato la rabbia sociale contro un nemico di volta in volta identificato con l’Europa, lo straniero, l’establishment.

Sotto la cenere, nell’era del post-austerità covavano frustrazione sociale e razzismo, da Londra a Parigi, passando per Berlino. 

Tre donne, tre leader, tre stili diversi hanno segnato il 2016 e potrebbero cambiare le sorti del nuovo anno visto che le prossime sfide sono: l’avvio dei negoziati veri e propri per la Brexit e i test elettorali nazionali in Francia a maggio e a inizio autunno in Germania.

Le abbiamo raccontate così, negli ultimi mesi.

may

Theresa May, la moralista diligente

Il suo cuore batte a destra da quando era una ragazzina, la sua retorica è intrisa di buone intenzioni. Per questo sembrerebbe più una Gordon Brown in versione Tory. Come lui di famiglia religiosa, avvezza al comando, approdata a Downing Street dopo le elezioni, vendutasi come una che «non ama spettegolare in pausa pranzo».

Nelle cronache più generose è descritta come leale, attenta, disciplinata. In quelle più taglienti come una «bigotta imprevedibile», ossessionata dal bisogno di controllare tutto, «noiosa e competente». Competente, sì, ma forse priva di visione proattiva. L’esperienza – dicono i sostenitori – è il suo «crucial factor».

Figlia di un pastore anglicano, studia in una scuola privata cattolica, poi geografia ad Oxford, dove conosce il marito Philip in una discoteca. È Benazir Bhutto (poi due volte premier in Pakistan) a presentarglielo. A ridosso della laurea perde il padre in un incidente stradale, un anno dopo viene a mancare la madre per malattia. Tra il 1986 e il 1994 è assessore a Merton, Londra. Nel 1997 diventa deputata, nel 2002 presidente dei Tories. Nel 2010 conquista la poltrona da ministro degli Interni, il più a lungo in carica negli ultimi cent’anni. Ammirata dalle donne della sua cerchia per la sua dedizione alla causa della «corretta sorellanza», sostiene anche il matrimonio gay.

Raccontata troppo spesso per il colore delle décolleté che indossa (dei commenti dice di infischiarsene), l’ex ragazza coscienziosa Theresa ha costruito il suo personaggio su uno stile sobrio e determinato. Le scarpe, però, vuole farle all’immigrazione, al capitalismo spericolatoal Labour, al modello industriale, al terrorismo.
E giorno dopo giorno, almeno dall’università in poi, lavora solo in questa direzione.

È radicalmente ostile all’immigrazione, e sulla disuguaglianza usa una retorica opaca.

Theresa May, già nel 2010, dice di essere in grado di ridurre l’immigrazione senza arrecare alcun danno all’economia britannica. Nello stesso anno, elimina un requisito legale che imponeva agli enti pubblici di ridurre (ove possibile) le disuguaglianze causate dallo svantaggio di classe. Secondo May, il provvedimento inserito nella legge per le Pari Opportunità inglese, il New Equality Act dalla laburista Harriett Harman, è semplicemente «ridicolo».
Qualche mese dopo, nel 2011, introduce nuovi paletti ai neolaureati stranieri nelle università britanniche. Si scaglia contro chi «ha approfittato della generosità del governo».
Nel 2015 afferma che è «impossibile creare una società coesa dove c’è l’immigrazione», perché «le conseguenze (dell’immigrazione, ndr) arrivano sempre a caro prezzo».

Il linguaggio di questi attacchi appiattisce ogni complessità. I toni sono incendiari, le leggi che ne derivano durissime. Il passaggio da frasi come: «I migranti pensano che le nostre strade siano lastricate d’oro, credono che la Gran Bretagna sia un posto dove fare soldi, ma non è così», alla traduzione legislativa di certe politiche è esattamente l’Immigration Bill, che dà maggiori poteri ai proprietari di casa, liberi di buttare fuori gli inquilini considerati “irregolari” senza bisogno di un giudice.

Una volta arrivata a Downing Street a luglio 2016, l’ex ragazza modello non può essere più cristallina: «Il voto del 23 giugno per la Brexit ha lanciato un chiaro messaggio. La gente vuole il controllo della libera circolazione delle persone all’interno dell’Ue».

The head of France's far-right National Front party Marine Le Pen delivers a speech during a meeting ahead of the second round of departemental local elections in Henin Beaumont, on March 25, 2015. Several opinion polls predicted victory for Le Pen's surging anti-EU and anti-immigration FN in Sunday's local elections, through her party finished second but with its highest ever vote. The second round will take place on March 29.  AFP PHOTO / DENIS CHARLET        (Photo credit should read DENIS CHARLET/AFP/Getty Images)

Marine Le Pen e la “grandeur perduta” di Francia

Brachay è un paesino della Marna francese. Lì il 4 settembre, Marine Le Pen, leader del Front National fa il grande ingresso nella campagna elettorale 2017. Dalla provincia profonda riparte alla conquista dell’Eliseo, verso le presidenziali del 23 aprile.

Dice di parlare alla «Francia dei dimenticati», al «Paese che soffre», a coloro che cercano la grandeur perduta. Il copione sembra sempre lo stesso: euroscetticismo, retorica incendiaria contro l’immigrazione, protesta anti-Islam, ipotesi Frexit: «Se sarò eletta organizzeremo un referendum per uscire dall’Ue».

Aggiunge: «La miglior risposta contro il terrorismo è la scheda nell’urna». Anzi, Le Pen è fiera di aver fatto da apripista: «Siamo stati i primi a infrangere la barriera del politicamente corretto». Lo slogan Marine Président rischia di diventare realtà nei prossimi mesi?

Frexit, uscita della Francia dall’Unione europea: la invoca il Front National di Marine. «Vittoria della libertà! Come chiedo da anni ora serve lo stesso referendum in Francia e nei Paesi dell’Ue», scrive su Twitter la numero uno del FN.

Il suo braccio destro, Florian Philippot, aggiunge: «La libertà dei popoli finisce sempre per vincere. Bravo Regno Unito. Ora tocca a noi».

La più piccola della squadra, Marion Le Pen, riassume: «Dalla Brexit alla Frexit, è ormai ora di importare la democrazia nel nostro paese. I francesi devono avere il diritto di scegliere».

A novembre, a festeggiare l’elezione di Donald Trump alla presidenza Usa, c’è proprio Marine, che ha scalato i sondaggi francesi (in percentuale il suo è il primo partito ed è molto probabile che arrivi al ballottaggio).

Su Twitter scrive: «Quello che è successo questa notte non è la fine del mondo, è la fine di un mondo. La sua elezione è una buona notizia per il nostro Paese. I suoi impegni saranno benefici per la Francia». E ancora, secondo Le Pen «è il ritorno dei popoli liberi e di un’immensa sete di libertà». La bionda pasionaria di ultradestra ripete sistematicamente in diversi tweet due concetti: la sovranità popolare e la libertà del popolo, appellandosi dunque alla “pancia” del Paese.

Cosa hanno in comune Marine e “the big” Donald? Di certo la retorica amara contro l’immigrazione, ma i punti di contatto sono svariati: dall’agitazione delle folle contro l’establishment alla legittimazione dell’odio xenofobo degli ambienti di ultradestra.

Trump vuole costruire un muro con il Messico per bloccare gli ingressi illegali ed è intenzionato a fermare i musulmani che vogliono entrare negli Usa.

Le Pen, invece, paragona i musulmani che pregano per le strade di Francia all’occupazione nazista durante la Seconda Guerra Mondialesi oppone alla redistribuzione dei migranti.

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Frauke Petry, l’anti-Merkel di ultradestra dalla faccia pulita

La chiamano «la predicatrice d’odio»«la faccia sorridente» della destra populista, la «Dr. Stranamore». Frauke Petry ha 41 anni, faccia acqua e sapone, taglio di capelli sbarazzino.

Classe 1975, è una ragazza cresciuta nell’ex DDR. Ma sa che lì, nella Germania est, non avrebbe vissuto a lungo: «Sono cresciuta con la consapevolezza che non avrei passato la mia vita nella DDR», racconta a “Der Spiegel”.

A sei anni inizia la scuola di religione («eravamo solo due»), di politica parla con i genitori «intorno al tavolo della cucina» perché a scuola «non si può parlare liberamente», la parola Germania era impronunciabile. Appena adolescente, a quattordici anni, poco prima della caduta del muro di Berlino nel 1989, si trasferisce all’Ovest.

Poi gli studi di chimica in Inghilterra, alla University of Reading, e il dottorato all’Università di Göttingen. Più tardi si sposta a Lipsia, dove fonda un’azienda che produce poliuretani eco-friendly. Vince anche una medaglia per la sua attività di ricerca, ma alla fine l’attività imprenditoriale si blocca: l’azienda è insolvente.

La sua storia politica comincia nel 2013. Si fa strada nel partito anti-euro fondato da un gruppo di economisti (Bernd Lucke, Alexander Gauland e Konrad Adam), e viene eletta nel Parlamento della Sassonia. Da luglio 2015 diviene leader dell’AfD, Alternative für Deutschland, che ha conquistato seggi in ben nove delle sedici assemblee statali della Germania, sfiorato il 25% in Sassonia a marzo e scavalcato la Cdu di Angela Merkel alle ultime elezioni d’inizio settembre in Meclemburgo-Pomerania.
A febbraio lo “Spiegel” le dedica una copertina dove sembra una piccola “Adolfina”, il “Guardian” un ritratto da leader della destra emergente, “Freitag” un’editoriale al vetriolo, a firma di Hans Hütt, con riferimento al film di Stanley Kubrick del 1964 e a un ex scienziato nazista. Petry rappresenta il «volto borghese» della destra populista, dice a “La Stampa” Michael Lühmann, politologo all’Institut für Demokratieforshung di Gottinga, ed «è percepita come un’alternativa che non si posiziona così tanto a destra». Eppure le sue posizioni lo sono, come ricostruiamo qui sotto.

«Quanto è pericolosa questa donna?»: tra xenofobia e contraddizioni

A maggio 2015, prima che Frau Frauke diventasse leader dell’AfD, “Die Zeit” si chiedeva: «Quanto è pericolosa questa donna?». E aggiungeva: «Quanto è di destra?». Mamma di quattro figli, separata da un pastore protestante, Petry ha oggi una relazione con un collega di partito, Marcus Pretzell. La sua vita privata importerebbe molto poco se politicamente non facesse battaglie per la protezione della famiglia tradizionale. Lei non si sente in contraddizione: «Sono in grado di lottare per il mantenimento e la promozione delle famiglie tradizionali anche se io, per motivi personali, non vivo questo modello». Era a favore delle quote rosa e per i sussidi statali quando era imprenditrice. Adesso dice che «lo Stato interferisce in ogni cosa» e non va bene. Anti-establishment, avversaria indiscussa di Angela Merkel, vorrebbe una Germania senza immigrati, è convinta che l’Islam sia «incostituzionale» e che come estrema ratio si dovrebbe «poter sparare ai migranti» che cercando di entrare illegalmente.

Non sa giocare in squadra, raccontano i retroscena. «È sempre stata una ragazza intelligente», dichiara un suo ex insegnante alla stampa tedesca. È una che «vuole il potere, punta al governo», secondo Hajo Funke, professore alla Freie Universität di Berlino.

Quando Bernd Lucke lascia l’AfD la accusa di aver reso il partito una «palude di destra» con derive xenofobe. Nelle interviste, Petry risponde e controbatte alle notizie di quella che chiama «stampa-Pinocchio». Per ora si accontenta dell’opposizione, ma riguardo al governo non si espone troppo. «Naturalmente vogliamo governare qualche volta. Ma attualmente ci consideriamo un partito di opposizione e sono convinta che stiamo consolidando il più giovane partito all’opposizione oggi», afferma a “Die Welt”.
Accostata più volte alla leader del Front National francese, Marine Le Pen, Petry nega di considerarla un modello: «È iperpolarizzata, è piuttosto estrema, va troppo oltre».

Ora il fuoco cova sotto la cenere. Forze nuove sono pronte a ravvivare la fiamma per diffondere l’incendio. Noi dobbiamo arrivare prima degli altri.
Da Chi ha paura del risveglio? – Il Tredicesimo piano

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I Diavoli della nostra epoca dominano le variabili. Prevedono il futuro. Se è necessario lo determinano per influenzare il corso degli eventi. Non credono al caso o alla fortuna. Figure enigmatiche e ambivalenti – I Diavoli – tra inganno e prodigio, perseguono un ordine molto spesso volto al loro esclusivo interesse. In questi anni si sono mossi – decisi e sfuggenti – davanti ai grandi eventi della nostra epoca. Dalle pagine di questo sito proveremo a raccontare fatti e raccogliere testimonianze di uomini capaci di intercettare queste verità e forzare dunque la scatola dei segreti del potere finanziario, per mostrarne a tutti il contenuto.

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