"Estranei" all'Ue

La mappa dei populismi d’Europa

Il “Million Dollar Babiš” euroscettico e anti-Islam della Repubblica Ceca è solo l’ultimo ad aver sigillato il consenso alle urne. L’Unione europea è costellata di cuori neri, narrazioni sovraniste e retorica contro migranti, stranieri e musulmani: dalla Francia alla Polonia, passando per Olanda, Germania, Austria e Ungheria.

23 ottobre 2017

L’ultimo a trionfare alle parlamentari della Repubblica Ceca è stato Andrej Babiš, ribattezzato “Million Dollar Babiš” da Politico. Magnate euroscettico e anti-Islam, detto “il Trump di Praga”, ha conquistato il 29,64 per cento dei voti, ovvero 78 seggi su 200 in parlamento, con il suo movimento Ano 2011, “Azione del cittadino scontento”. Toni populisti, stile severo, Babiš ha origini slovacche, è a capo di una holding agroalimentare, nonché proprietario del gruppo editoriale Mafra. Prima vicepremier e poi ministro delle Finanze, è finito in uno scandalo per frode legato ai finanziamenti europei.

Con lui, la Repubblica Ceca si unisce al fronte populista che si oppone a Bruxelles, minaccia l’Unione, è pronto a sigillare i confini contro i migranti (in particolare i musulmani), chiede l’uscita dalla moneta unica. Ecco chi sono i sobillatori anti-Ue che racimolano consensi nel Vecchio Continente.

Il Partito della Libertà d’Austria, Fpö, guidato da Heinz-Christian Strache, si è piazzato terzo alle ultime elezioni legislative con il 26 per cento dei voti. Strache ha ispirato il giovanissimo leader dei popolari Sebastian Kurz che si è aggiudicato la vittoria con il 31,5 per cento.

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“L’Islam non fa parte dell’Austria”, “Stop all’immigrazione”, grida da anni Heinz-Christian Strache, detto HC. Quarantotto anni, ultranazionalista con tre campagne elettorali alle spalle, è un sovranista convinto e fiero. Inneggia all’Europa “delle patrie” e molto probabilmente sarà la vera giacchetta nera del dopo-elezioni. “L’Austria ancora e sempre”, “l’Austria prima di tutto”, “l’Islam non c’entra nulla con noi, è “misogino, anti-liberale, fascista”: la narrazione anti-migranti di Strache si compone di profondo spirito nazionalista, costruzione di un Altro, una minaccia da disinnescare.
Da “Il cuore nero d’Austria”

In Germania l’estrema destra di Alternative für Deutschland ha ottenuto il 12.6 per cento ed è entrata per la prima volta nel Bundestag con 94 seggi alle elezioni del 24 settembre. Dal 2016 aveva fatto il suo ingresso nei parlamenti di Baden-Wuerttemberg, Renania, Sassonia-Anhalt e Meclemburgo-Pomerania. La leadership è affidata alla coppia Weidel-Gauland. La prima, Alice Weidel è una sovranista anti-euro, lesbica militante in un partito contro i matrimoni gay, e vanta un passato in Goldman Sachs. Il secondo, Alexander Gauland, è un fuoriuscito della Cdu.

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Ordine e disciplina sono le parole d’ordine: “L’AfD è l’unico partito che si impegna per la legge e per l’ordine”. Il suo progetto politico prevede la chiusura delle frontiere e il ripristino dei controlli interni. Il fine ultimo è fare arrivare in Germania solo un’immigrazione altamente qualificata per sbarazzarsi di quell’idea di Germania uguale “porto sicuro per i criminali stranieri”. Weidel è una strenua sostenitrice della Dexit, l’uscita della Germania dall’euro, la bionda Alice si dice “assolutamente contraria alle politiche di salvataggio dell’euro”. Critica la Banca centrale europea, che a detta sua fa “esattamente il contrario” rispetto ai comportamenti che dovrebbe assumere una istituzione di quel calibro.
Da Il volto borghese della destra xenofoba AfD

Alla guida del Front National di Francia c’è Marine Le Pen, che ha perso la corsa all’Eliseo alle elezioni di aprile con Emmanuel Macron, ma ha ottenuto un risultato storico: il 21,53 per cento dei voti.

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Dice di parlare alla “Francia dei dimenticati”, al “Paese che soffre”, a coloro che cercano la grandeur perduta. Il copione sembra sempre lo stesso: euroscetticismo, retorica incendiaria contro l’immigrazione, protesta anti-Islam, ipotesi Frexit: “Se sarò eletta organizzeremo un referendum per uscire dall’Ue”. Aggiunge: “La miglior risposta contro il terrorismo è la scheda nell’urna”. Anzi, Le Pen è fiera di aver fatto da apripista: “Siamo stati i primi a infrangere la barriera del politicamente corretto”.
Da “Iron Ladies”

Nei Paesi Bassi il crociato anti-Islam Geert Wilders, che fremeva per l’arrivo della “primavera patriottica” in Europa, ha raccolto il 13 per cento alle elezioni del marzo scorso. Con il suo Pvv, il Partito della Libertà, è arrivato dietro al premier Mark Rutte .

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“Lo scontro di civiltà è un tema urgente (…) la motivazione di queste persone è l’odio: stanno contro di noi in ogni senso (…) Chi sono queste persone? L’islam radicale: la maggioranza dei musulmani non è così, ma c’è una crescente minoranza che è vicina al terrorismo”, sostiene Wilders. Sovranista, euroscettico, islamofobo, inneggia a un’identità considerata superiore. Invoca le radici cristiane contro la (percepita) invasione musulmana, ma oggi si definisce agnostico. Vuole bandire le moschee, le scuole coraniche e mettere una tassa sul velo.  Deride l’establishment europeo e si batte per l’uscita dell’Aja dalla moneta unica. Il suo slogan è: “L’Olanda torni ad essere nostra”.
Da “Il crociato anti-Islam d’Olanda”.

A guidare la rivoluzione neosovranista in Ungheria è Viktor Orbán, al secondo mandato da premier e leader della destra populista di Fidesz. Un anno fa, il 2 ottobre scorso, è riuscito a fare approvare dal Parlamento un referendum sulla distribuzione dei migranti. Alla fine, però, è stato un flop. E, in vista delle elezioni del 2018, il partito nazionalista Jobbik punta a superare Orbán da destra.

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Il suo motto è “ripristinare l’ordine”, il suo diktat “controllo, identificazione e rimpatrio”. Probabilmente la maggior parte degli europei sente parlare di lui sistematicamente da poco più di un anno. Le cronache, infatti, associano da mesi il suo nome alle immagini dei profughi fermati e arrestati, lasciati da soli oltre una barriera di filo spinato ai confini ungheresi. Per Orbán gli arrivi dei richiedenti asilo in Europa non sono altro che un “veleno”, perché l’Ungheria – le parole sono del luglio scorso – “non ha bisogno di un singolo migrante per l’economia o per il suo futuro”. L’equazione è sempre la stessa: migranti uguale pericolo, terrorismo, combattenti (intesi come integralisti islamici).
Da “L’uomo che odiava i migranti”.

A ridefinire il nuovo paradigma delle destre contro l’Unione europea a Varsavia, in Polonia, insieme alla premier Beata Szydlo è il leader del PiS (Partito di Diritto e Giustizia), Jaroslaw Kaczynski che sovrappone alle istanze sovraniste l’evocazione del capitale nazionale nell’economia e nelle banche.

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La sua sfida all’Unione è iniziata e le tappe sono già stabilite: “Rafforzare il capitale nazionale, oggi troppo debole, investe poco. Aumentare il costo del lavoro, per rafforzare potere d’acquisto e domanda”. Il disegno nazionalconservatore stabilisce che l’economia diventi terreno di Stato:”Vogliamo più capitale polacco in economia e banche, abbiamo già preso misure. Siamo felici degli investimenti stranieri, ma vogliamo un trasferimento di economia e finanza in mani polacche”.  Il collante è l’unione contro lo straniero, la chiusura contro l’altro: il migrante, percepito come la minaccia al “noi” immaginario che, in una logica binaria, si contrappone a quel “voi” da temere. Kaczynski afferma che bisogna “rafforzare patriottismo e identità nazionale, concetti sfidati dal governo precedente”.
Da “Controrivoluzione nazionale in Polonia”

A detta di Kaczynski ciò che sta avvenendo sia a livello nazionale che continentale è la “liquidazione della democrazia da parte di gruppi di pressioni (…) Per questo — dice — ho parlato con Orbán di controrivoluzione, sebbene per tradizione polacca preferiamo chiamarla rivoluzione che aiuti a conquistare la libertà”.

In realtà, il rischio è che i populismi di ultradestra soffochino lo spazio democratico del Vecchio Continente e i valori d’accoglienza dell’Unione europea.

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