L'enfant prodige con manie di grandezza

La sindrome napoleonica di Macron

«Derive assolutiste», denunciano i suoi detrattori, ma il presidente francese continua indomito sulla sua strada. Sceglie Versailles e non l'Eliseo per il suo discorso al Parlamento. Moralizzatore in politica, liberale in economia (per una Francia «nazione startup»), securitario contro il terrorismo. Sul lavoro ha coniato la formula "flexi-securité", ma sindacati e sinistra promettono già battaglia.

3 luglio 2017

La classe dirigente lo sostiene poiché Macron può aiutare a trasformare il sistema politico-istituzionale della Quinta Repubblica preservandone la capacità di dettare l’agenda di governo per gli anni a seguire.
Da Il fenomeno Macron

 

La cornice è quella di Versailles. Niente Eliseo: il presidente francese Emmanuel Macron pronuncia il suo discorso al Parlamento riunito in Congresso alla reggia più famosa di Francia. La République entra nei luoghi simbolo della monarchia con il leader di En Marche, enfant prodige (quasi) digiuno di politica diventato presidente a 39 anni (il più giovane leader dai tempi di Napoleone). È «un discorso sullo stato della nazione» in pieno stile americano, per illustrare gli obiettivi del suo mandato, annunciano i comunicati ufficiali.

Macron aveva fatto il suo ingresso da ottavo presidente della Quinta repubblica francese con una lunga camminata sulle note dell’Inno alla gioia. Sullo sfondo c’era il Louvre.

Il sottotesto simbolico richiamava alla difesa dell’Europa (salvo poi dire sui migranti all’Italia: «Solidarietà sì, ma non su quelli economici»), all’esaltazione dei valori dell’Illuminismo. Invocava audacia, prometteva riforme, si ergeva a presidente di tutti i francesi, chiudendo il grande evento con la Marsigliese.

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Auto-celebrazione à la Macron

Due mesi dopo, Macron esibisce potenza. Parla al Congresso, alla vigilia del discorso di politica generale del premier, Edouard Philippe, in Parlamento. Indica la sua strada «liberal-socialista», quel “vento nuovo” evocato dal suo ritratto ufficiale, immortalato davanti a una finestra aperta.

«Una deriva assolutista», quella di Macron, denunciano i comunisti per bocca del leader Pierre Laurent. Ora che il riallineamento politico è avvenuto, senza paura di attingere anche al fronte dei Républicains per la squadra di governo, Macron è pronto ad autocelebrarsi, tra timori di tendenze egemoniche e media saturi della sua immagine.

Forte di avere la maggioranza in Parlamento, con 360 seggi su 577, il neopresidente di Francia si crede inarrestabile.

Il 14 luglio, dopo la tradizionale parata sugli Champs-Élysées, non si presterà alla consueta intervista televisiva per celebrare la Festa nazionale, con tanto di ospite internazionale: il presidente Usa Donald Trump. L’Eliseo sostiene che «il pensiero complesso» di Macron non possa essere ridotto a domande e risposte con i giornalisti. «Nessun rifiuto o ostacolo alla stampa», si intenda – sostiene lo staff presidenziale.

Eppure lui, il gelido e sicuro Emmanuel, che promette rivoluzione ma de facto incarna la carriera più «tipica dell’élite francese», continua indomito sulla sua strada del «né di destra né di sinistra (salvo poi allearsi con i centristi di MoDem). Non teme critiche rispetto ai recenti segnali che raccontano esibizioni di potere e manie di grandezza.

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Il moralizzatore europeista e securitario

Proprio lui, Macron, dal primo giorno accostato a Napoleone per aver coniugato giovinezza e leadership, vuole in ordine: «moralizzare la politica»; assicurare certezze alle angosce dei francesi attraverso misure securitarie in tema di antiterrorismo; rendere la Francia «una nazione startup» e sfidare il mito delle 35 ore al lavoro.

D’altronde era stato uno degli slogan più forti in campagna elettorale: rendere «morale» la vita pubblica. Si era trasformata in promesse a presidenza conquistata, il 7 maggio scorso: «Sarà la base della mia azione».

Meno di quaranta giorni dopo, il ministro della Giustizia François Beyrou (prima di dimettersi, seguito a ruota dalla ministra per gli Affari europei Marielle de Sarnez) ne aveva fatto «un affare personale».

La road map è già ben definita: 1) presentare una legge per evitare conflitti di interesse ed evitare assunzioni di parenti e amici; 2) procedere a una riforma costituzionale per soffocare la Corte di Giustizia della repubblica (tribunale speciale composto da parlamentari); 3) imporre l’ineligibilità per almeno dieci anni a chi ha una condanna per corruzione sulle spalle.

Nonostante intellettuali, cittadini comuni e organizzazioni come Human Rights Watch segnalino il pericolo di un’erosione delle libertà dei francesi, Macron e i suoi – in primis il ministro dell’Interno, Gérard Collomb – proseguono dritti per la loro strada. Singoli prefetti e il dicastero degli Interni avranno più poteri e potranno anche disporre la chiusura temporanea di luoghi ci culto fino a un massimo di sei mesi, insieme alla creazione di zone “off limits” qualora necessario.

Il rischio, però, è far piombare la Francia in uno stato di emergenza permanente (è in vigore dalle stragi del 13 novembre 2015). «Normalizzare le misure dello stato d’emergenza comprometterebbe i diritti fondamentali» in una Francia che deve «dare prova di coraggio politico proteggendo i diritti e lottando al contempo contro il terrorismo».

C’è di più: Macron ha già disposto l’istituzione di un’équipe straordinaria all’Eliseo, guidata da Pierre de Bousquet de Florian, ex numero uno dei servizi. La task-force potrà prendere decisioni operative anche in 30 minuti in caso di emergenza.

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La “flexi-securité” sul lavoro

Mentre la comunicazione accoglie con favore le dichiarazioni slogan del presidente, deciso a fare della Francia «una nazione startup» con un «fondo da 10 miliardi per nuove imprese nel settore dell’innovazione», il governo ha già pronta la prima bozza di legge per la riforma della Loi de Travail. Per Macron maggiore facilità di licenziamento e una speculare precarietà per i più giovani non sono altro che passaggi necessari per un piano di «flexi-sécurité». I sindacati e la sinistra di Jean-Luc Mélenchon hanno già annunciato battaglia.

Il giovane rampante che si era costruito la reputazione da deal-maker, mentre sosteneva Francois Hollande e guidava una squadra di consiglieri (economisti) dal piglio liberal-socialista, oggi parla da Versailles al Congresso riunito. Il fenomeno Macron: «onnipresente» per Le Monde, ma anche pericolosamente affetto da una sindrome napoleonica.

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