Il ritratto

Il fenomeno Macron
in Francia

I sondaggi che danno in ascesa Emmanuel Macron alle elezioni francesi segnalano un riallineamento politico destinato a consolidare il controllo delle élite.

20 aprile 2017

di Christakis Georgiou, per Jacobin Magazine*

Le elezioni presidenziali francesi che si terranno a fine mese faranno da spartiacque nella storia politica del paese. Oltre ai numerosi colpi di scena visti finora – dalla decisione di François Hollande di non ricandidarsi al crollo del principale candidato della destra mainstream, François Fillon – il fatto che i due candidati che con ogni probabilità di sfideranno al secondo turno – Emmanuel Macron e Marine Le Pen – non appartengano né al Parti Socialiste (PS) né a Les Républicains (LR) rappresenta un avvenimento di portata storica.

Sin dalla formazione della Quinta Repubblica nel 1958, i socialisti e i repubblicani – o una qualsiasi delle varie manifestazioni della destra gaullista – si sono sempre alternati al potere. Quest’anno la carica di presidente francese andrà probabilmente o al liberal-socialista Macron, esponente del partito En Marche! fondato solo un anno fa, o all’estremista di destra Marine Le Pen del Front National (FN). Tutti i sondaggi danno Macron vincente al secondo turno.

Il successo di Le Pen, pur straordinario, rientra nella crescita sul lungo termine del FN, che ha visto il partito conquistare una parte sostanziale dell’elettorato francese sin dal 1986, e più in generale nella crescita della destra radicale in seno al capitalismo avanzato. L’apparizione improvvisa di Macron, per contro, richiede un’analisi più approfondita.

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Nuovo alla politica (è diventato un personaggio pubblico meno di tre anni fa, quando fu nominato ministro dell’economia) e forte di un movimento politico nuovo di zecca, Macron è capace di attirare folle come nessun altro, saturare i media e guadagnare sostegno politico attraverso l’intero arco parlamentare.

Il suo successo non è solo frutto del suo carisma. Piuttosto, ampie sezioni della classe dirigente francese hanno risposto con favore al suo progetto politico, facendo guadagnare impulso alla sua candidatura.

Chiaramente, i media e la stampa mainstream gli hanno accordato in larga maggioranza una copertura assolutamente positiva, mostrando quanto Macron di fatto goda del sostegno di figure chiave all’interno della struttura di potere francese.

La classe dirigente lo sostiene poiché Macron può aiutare a trasformare il sistema politico-istituzionale della Quinta Repubblica preservandone la capacità di dettare l’agenda di governo per gli anni a seguire. L’elezione di Macron permetterebbe di rimettere in riga la politica francese, spianando la strada per un piano di riforme che negli ultimi vent’anni ha incontrato diversi ostacoli.

Straight Outta the ENA

Macron fa parte del cerchio ristretto della classe dirigente francese, quello che Pierre Bourdieu chiamava la “nobiltà di stato”. Diversi sociologi, da Ezra Suleiman a Pierre Birnbaum, hanno dimostrato come questi burocrati di alto livello costituiscano il gruppo sociale più potente di tutta la Francia.

Laureati presso le cosiddette grandes écoles (in particolare il Polytechnique o l’École Nationale d’Administration, ENA) solitamente entrano direttamente a far parte della burocrazia di stato. L’inspection générale des finances recluta i migliori laureati dell’ENA, mentre i corps des mines i migliori del Polytechnique.

Questi burocrati sono a capo delle istituzioni statali, specialmente nei ministeri cruciali per l’economia, entrano a far parte degli staff dei principali funzionari eletti, amministrano le più importanti blue-chip corporation francesi.

Macron si è laureato all’ENA nel 2004 e, nello stesso anno, è entrato nel ministero delle finanze. Ogni anno solamente cinque o sei ispettori delle finanze vengono assunti appena usciti dall’ENA e spesso dominano i due dipartimenti più potenti del ministero – tesoro e budget – e altre agenzie finanziarie di stato, come la Banca Centrale e la Commissione per i Titoli e gli Scambi francese (SEC).

Gli ispettori delle finanze vanno anche ad occupare poltrone nei consigli d’amministrazione delle principali banche e compagnie assicurative del paese. I presidenti e gli amministratori delegati di BNP Paribas e di Société Générale – le prime due banche universali di Francia – sono sempre stati ispettori delle finanze con decenni di esperienza alle spalle.

Anche se la maggior parte degli ispettori delle finanze tende politicamente a destra, esiste un certo grado di diversità all’interno dei loro ranghi, almeno quando si tratta di questioni culturali. Rispetto alle questioni socioeconomiche, invece, gli ispettori delle finanze condividono praticamente le stesse idee, avendo architettato e implementato tutte le principali politiche economiche degli ultimi trent’anni.

Macron appartiene all’ala liberale dell’ispettorato. È entrato a far parte dei Gracques, un gruppo formato dalla burocrazia della destra del Parti Socialiste e da corporate manager.

Quando Macron fece un discorso al loro meeting annuale a pochi giorni dagli attacchi terroristi di Parigi del novembre 2015, disse che «la ferita che ci è stata inferta questa settimana è la ferita dei musulmani francesi» e ricordò agli ascoltatori che «una persona, solo per il pretesto di avere la barba o un nome che suona musulmano, ha quattro volte meno probabilità di ottenere un colloquio di lavoro rispetto agli altri».

Macron ha anche sostenuto la decisione della Germania di accogliere un numero illimitato di rifugiati, ha attaccato la destra e l’estrema destra per aver strumentalizzato il tema del secolarismo diffondendo retorica islamofoba, ha difeso il multiculturalismo francese e ha definito la colonizzazione un crimine contro l’umanità.

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Nel 2007 Nicolas Sarkozy nominò Macron come rapporteur della commissione Attali, bipartisan, sulla crescita economica. All’epoca il giovane ispettore delle finanze già conosceva François Hollande – anch’egli laureatosi all’ENA – e l’amico intimo di Hollande Jean-Pierre Jouyet, a capo dell’ispettorato delle finanze dal 2005 al 2007 e membro fondatore dei Gracques, che aveva notato Macron mentre lavorava al ministero.

Sia Jouyet sia Macron esemplificano la capacità degli ispettori delle finanze di trascendere le divisioni partitiche: Jouyet, membro del Parti Socialiste ed ex assistente al capo di gabinetto del primo ministro Lionel Jospin, diventò sottosegretario del governo Sarkozy prima di essere nominato a capo della SEC francese nel 2008.

Nonostante ciò, Hollande lo avrebbe comunque nominato a capo della public development bank francese nel 2012, prima che Jouyet diventasse segretario generale del primo ministro due anni più tardi. Allo stesso modo, nel 2010, l’allora primo ministro François Fillon offrì a Macron il posto di assistente al capo di gabinetto.

Dopo quattro anni al ministero delle finanze, Macron attraversò le porte girevoli e venne assunto alla Rothschild and Company, la società di consulenza più esclusiva del paese. Come la sua controparte Lazard Frères, Rothschild consiglia e tratta per contro delle blue-chip corporation e per gli stati. Queste banche si servono solo della crème de la crème dei finanzieri di Parigi.

Macron velocemente si fece una reputazione di brillante deal-maker. Nel frattempo, sosteneva la candidatura alla presidenza di Hollande e guidava un gruppo di economisti liberal-socialisti (tra i quali figurava Philippe Aghion di Harvard) col compito di consigliare il candidato.

Dopo la vittoria di Hollande, Macron diventò assistente segretario generale alla presidenza, con deleghe all’economia e alla finanza. Macron mise a punto la politica degli sgravi fiscali per le aziende e guidò la politica europea della Francia, in particolare col compromesso raggiunto con la Germania che nel 2012 portò alla centralizzazione delle politiche bancarie dell’Eurozona.

Macron diventò uno dei più grandi sostenitori della svolta liberal-socialista di Hollande.

Chiaramente, oggi Macron cita la divisione della maggioranza di sinistra all’interno dell’Assemblea Nazionale – causata proprio da questa svolta – per giustificare lo sviluppo di una forza politica di centro in grado di catturare consensi dall’ala destra della Sinistra e dall’ala sinistra della Destra.

La lista dei sostenitori di Macron suona come un estratto del “who’s who” della classe dirigente francese.

Henry Hermand, milionario con investimenti in catene di distribuzione e nell’immobiliare che ha foraggiato una serie di think tank vicino all’ala destra del Parti Socialiste, è stato il principale sponsor di Macron. Pierre Bergé, il ricco co-proprietario di Le Monde; Alain Minc, ispettore delle finanze che ha messo in piedi una sua compagnia di consulenze e fu tra i principali consiglieri economici “non ufficiali” di Nicolas Sarkozy; Jacques Attali, consigliere di Mitterand e noto finanziere; Serge Weiberg, presidente del colosso farmaceutico Sanofi e banchiere parigino di primo piano; e Pascal Lamy formano i ranghi dei sostenitori di Macron.

Christian Dargnat, ex direttore esecutivo del comparto asset-management di BNP-Paribas, si sta occupando della raccolta fondi e Bernard Mourad, ex investment banker e presidente di Altice Media Group, è responsabile delle relazioni col mondo degli affari e della politica economica.

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Una fonte vicina alle discussioni all’interno della classe dirigente francese, riporta Le Monde, ha descritto Macron come “un uomo che Le Siècle [il club elitario più importante di Parigi] ha sempre sognato; uno di sinistra che implementa politiche pro-business”.

Più che ogni altro candidato, Macron vanta la carriera più tipica dell’élite francese. Già questo prova sostanzialmente che la sua volontà di costruire una nuova forza politica – “né di destra, né di sinistra” – e di allearsi poi col partito centrista Modem si allinea perfettamente alla strategia di buona parte della classe dirigente francese.

Non si tratta però di un progetto nuovo. Se ne parla apertamente dal almeno dieci anni, se non fin dal 2002. Ma la crisi politica nazionale sempre più profonda ne ha accelerato drasticamente i tempi di gestazione.

Verso il centro

Dalle ultime elezioni presidenziali, gran parte della classe dirigente francese si è convinta della necessità di un’ampia coalizione di centro. Valls si è sforzato di costruire un consenso all’interno della propria maggioranza parlamentare e di forgiare un’alleanza bipartisan eccezionale con i deputati della destra per passare norme come il decreto Macron o il decreto El Khomry.

Nel frattempo, la crescita continua del Front National e l’ulteriore radicalizzazione di ampie sezioni della destra andavano a minacciare il blocco dei conservatori. Questi sviluppi hanno finito per rafforzare la posizione di chi chiedeva un riallineamento che potesse modificare la logica istituzionale della Quinta Repubblica.

Il problema chiaramente deriva da quella stessa logica. L’accordo costituzionale in vigore fa del secondo turno delle presidenziali il fulcro del sistema elettorale e politico francese. Sin dall’adozione dell’attuale costituzione francese, la politica è stata organizzata attorno alle divisioni tra sinistra e destra. Nelle elezioni legislative, i deputati sono eletti separatamente in ogni circoscrizione secondo un sistema a doppio turno, che crea un’assemblea nazionale polarizzata.

La novità istituzionale, nel 1960, costrinse François Mitterrand a modificare la propria strategia elettorale verso un’unione con tutte le forze di sinistra, in una grande rottura con la Section Française de l’Internationale Ouvrière (SFIO, il principale antenato del PS di oggi) che, per la maggior parte della Quarta Repubblica (1947 – 1958) provò a formare coalizioni di governo centriste rifiutando la possibilità di governare assieme al Partito Comunista.

Negli ultimi 20 anni questo sistema ha prodotto due blocchi opposti, nessuno dei quali in grado di mettere in atto le riforme chiamate a gran voce dalla classe dirigente francese. Sarkozy aveva promesso una riforma radicale della Francia, ma non andò mai tanto a fondo quanto invece i suoi sostenitori della classe dirigente speravano; il mandato di Hollande sta finendo in una bufera politica, con nessuna maggioranza parlamentare possibile.

L’idea di un’ampia maggioranza di centro è apparsa per la prima volta nel 2002, dopo la netta vittoria di Jacques Chirac su Jean-Marie Le Pen alle elezioni presidenziali. François Bayrou – leader dell’ala centrista della Destra – auspicò questa mossa, ma Chirac la respinse. Invece, fece fondere i due partiti della Destra – l’Union pour la Démocratie Française (UDF) e Rassemblement pour la République – in una sola formazione che potesse sostenere le sue politiche.

Cinque anni dopo, i Gracques si appellarono pubblicamente a un’alleanza tra i socialisti di Ségolène Royal e Bayrou, progetto che non si materializzò. Lo stesso anno, Sarkozy provò a spostarsi verso una coalizione simile, nominando diversi esponenti socialisti nel suo gabinetto e formando commissioni bipartisan col compito di formulare riforme consensuali: la commissione Attali per la crescita economica, il rapporto Védrine su Francia e globalizzazione, il rapporto Juppé-Rocard sugli investimenti pubblici.

Ma lo stesso Sarkozy vanificò questo tentativo quando, nel 2009, aprì un dibattito pubblico sull’identità nazionale, nella speranza di placare l’ala radicale della destra ed evitare che i propri elettori si spostassero in massa verso il Front National.

Alle elezioni successive, Bayrou chiese di votare per Hollande, dando adito a voci di un’alleanza tra il Parti Socialiste e il nuovo partito dello stesso Bayrou, Modem.

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L’idea di un’ampia coalizione di centro è riemersa con forza alla luce delle continue fratture all’interno della maggioranza di Hollande. Nel 2014, Hubert Védrine ha pubblicato un libro in cui auspicava una “coalizione destra-sinistra per le riforme” che potesse permettere di passare velocemente una serie di misure impopolari.

Come Macron, Védrine si era laureato all’ENA prima di approdare al mondo del governo (prima come consigliere diplomatico e segretario generale di Miterrand, poi come ministro degli esteri di Jospin dal 1997 al 2002) e degli affari (è consulente per diverse blue-chip corporation francesi e siede nel consiglio d’amministrazione del gigante del lusso LVMH). Su traiettorie simili, Attali auspicò un «governo di salvataggio nazionale» espressione di un «grande partito di salvezza nazionale», mentre Lamy spinse per un governo di unità nazionale riformista.

A destra, l’ala moderata dei Républicains si gingillava con la medesima idea. Nel gennaio del 2015, Alain Juppé si disse favorevole alla prospettiva di una grande coalizione che permettesse «a persone ragionevoli di governare insieme, spingendo da parte i due estremi, sia di destra sia di sinistra» prima di riconoscere, alcuni mesi dopo, che «un movimento di unità nazionale arriverà, è ovvio». Nel dicembre del 2015, l’ex primo ministro moderato Jean-Pierre Raffarin propose un «patto repubblicano contro la disoccupazione».

Ma il segnale più chiaro dell’idea in evoluzione partorita dalla classe dirigente francese arriva da un noto industriale, Jean-Louis Beffa, laureato al Polytechnique, membro dei corps des mines, presidente e amministratore delegato del colosso dei materiali edili di ultima generazione Saint Gobain dal 1986 al 2007, prima di diventarne presidente onorario.

La Saint-Gobain siede al centro della rete della corporate élite francese e funge da incubatrice per molti dirigenti industriali, come Siemens in Germania o General Electrics negli Stati Uniti. Beffa è soprannominato «il papa dell’industria francese» e il padrino dei corps des mines, nomignolo che riflette la sua posizione predominante tra le élite industriali del paese.

Nonostante sia generalmente considerato un conservatore, gode di uguale influenza in entrambi i lati dell’arco parlamentare. Sotto Hollande, Beffa è velocemente emerso come principale consigliere non ufficiale del presidente e dei suoi ministri dell’economia. Assieme ad altri due industriali di primo piano, Louis Gallois e Louis Schweitzer, ha ispirato gran parte delle politiche economiche dell’amministrazione Hollande.

Beffa, entrato nel partito En Marche! di Macron, nel 2015 ha ammesso di «aver sognato di vedere la Francia governata da una grande coalizione con Alain Juppé presidente e Emmanuel Macron primo ministro, così che insieme possano implementare delle riforme alla Schroeder». In un’altra intervista, ha dichiarato: «In ogni paese di successo…c’è un’unità di destra e sinistra attorno a posizioni di centro». Ma ha proseguito spiegando:

«In Francia c’è un 20 per cento di sinistra, del Front de gauche, dei Verdi, che non ammette la realtà, e approssimativamente allo stesso modo, un 20 per cento o forse di più che al momento, nella destra estrema, ugualmente non la accetta. Rimane un 60 per cento. Se si divide in due, non avremo mai una maggioranza per le riforme».

Sorprendentemente, il modello Beffa per questa grande coalizione, oltre che dalla Germania, arriva dalle coalizioni di centro della Quarta Repubblica. Detto questo, Beffa vuole comunque preservare i poteri guadagnati dall’esecutivo con la costituzione ora in vigore, strategia per mantenere l’influenza che la classe dirigente può esercitare sul sistema politico. Beffa vuole modificare questo sistema per evitare una polarizzazione politica e creare un’ampia coalizione di centro. Ciò spiega perché sia lui sia Macron richiedono l’introduzione di una qualche forma di proporzionale nelle elezioni legislative. Qui si ispirano chiaramente ad altri sistemi parlamentari, specialmente quello tedesco.

La classe dirigente francese vede le coalizioni tedesche come fonte di forza per il capitalismo locale. Inoltre, si sta preoccupando di implementare delle riforme che possano ristabilire una certa credibilità negli occhi della propria controparte tedesca. Non sorprende quindi che la classe dirigente francese voglia copiare il sistema tedesco.

Chiaramente, le riforme francesi sono il prerequisito, per la classe dirigente tedesca, per imbarcarsi in una profonda riforma dell’Unione Europea e dell’Eurozona. Questa riforma dovrebbe creare un sistema di trasferimenti fiscali gestito dai ministri delle finanze dell’Eurozona, accentrando ulteriormente il potere a livello sovranazionale. Macron, Beffa e altri in passato hanno più volte evidenziato questo punto.

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La nuova politica francese

Il progetto di Macron e la sua alleanza con Bayrou hanno accelerato il processo già in atto di un riallineamento politico. La probabile eliminazione di François Fillon al primo turno porterà a una divisione del voto nella base elettorale conservatrice.

Da una parte, i moderati voteranno per Macron e forse entreranno nel suo governo e nella maggioranza parlamentare; dall’altra, i falchi – come Sens Commun, i fondamentalisti cristiani emersi come i principali sostenitori di Fillon – propenderanno per il Front National. Jean-Louis Borloo, leader dei centristi per Fillon, ha lasciato intendere un’alleanza con Macron sostenendo apertamente «un riallineamento politico tra la sinistra moderata e la destra progressista», mentre i principali leader di estrema destra hanno già sfilato sotto il vessillo di Marine Le Pen.

Fillon, dal canto suo, è sempre più sotto l’influenza dei falchi. In campagna elettorale ha arruolato Charles Millon, ex ministro della difesa espulso dall’UDF nel 1998 per essersi alleato a livello locale col Front National. Millon ha sistematicamente spinto per un’alleanza col Front National da allora. Da quando ha preso il potere nel 2011, Marine Le Pen ha basato la propria strategia elettorale sulla prospettiva di sganciare dal partito una fetta importante dell’elettorato della destra mainstream e formare un’alleanza di ampio respiro coi conservatori nazionalisti e reazionari. Questo spiega perché il Front National avrebbe preferito Alain Juppé come candidato della destra mainstream, figura che avrebbe incentivato ulteriormente il riallineamento.

Lo stesso processo è in atto anche a sinistra. La vittoria di Benoît Hamon alle primarie del Parti Socialiste ha rappresentato la vittoria degli opposizionisti, aprendo il fianco a un drenaggio di voti dei socialisti di centro verso Macron e spingendo figure chiave della presidenza Hollande a dichiarazioni di voto per Macron.

La retorica di Valls fa eco a quella della controparte dell’ala destra. Valls ha apertamente invitato i suoi sostenitori a «prepararsi a un grande riallineamento politico della sinistra» prima di dichiarare ufficialmente il proprio voto per Macron al primo turno e, un anno fa, prima che uno dei suoi luogotenenti facesse un appello per una coalizione con una parte della destra dopo le elezioni del 2017.

Se, come ora pare probabile, la scommessa di Macron risulterà vincente, allora il Parti Socialiste si dividerà tra chi – come Valls e Jean-Christophe Cambadèlis, l’attuale segretario del partito – vorrà entrare nel governo Macron o sostenerlo, e chi vorrà stare all’opposizione. Le manovre interne al partito sono già in corso e determineranno il post-elezioni.

Qualsiasi forma assuma questa divisione, eliminerà le obiezioni strategiche di Jean-Luc Mélenchon rispetto alla formazione di un’alleanza con Hamon e i suoi sostenitori, che includono i Verdi. Sfortunatamente quest’alleanza non si è materializzata in queste elezioni (nonostante la grande maggioranza degli elettori di sinistra si fosse detta favorevole all’idea): avrebbe rappresentato l’unico vero ostacolo all’ascesa di Macron e dei suoi sostenitori della classe dirigente, che sono già al lavoro per aggiudicarsi i rami legislativo ed esecutivo del governo per il futuro prossimo, marginalizzando la sinistra.

Prima la Sinistra riconoscerà le dinamiche di questo riallineamento politico e la necessità di formare un’unità di intenti, prima sarà meglio posizionata per raggrupparsi e organizzare un’opposizione ai governi Macron.

*Christakis Georgiou è associate fellow al Centre Emile Durkheim di Sciences Po Bordeaux, Francia.

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