Elezioni U.S.A.

Il Grand Old Party ha un problema: Donald Trump

In casa repubblicana la speranza è che l'imprenditore non raggiunga la soglia dei 1.237 delegati necessari a conquistare la nomination

16 marzo 2016

16 MARZO 2016 – Si conclude uno dei giorni più importanti per le presidenziali statunitensi, mentre l’America si prepara ad un potenziale scenario che soltanto qualche mese fa appariva decisamente improbabile: una sfida diretta tra Hillary Clinton e Donald Trump nelle prossime elezioni dell’8 novembre.

Sul fronte Democratico, Hillary Clinton vince in tutti gli Stati (Florida, North Carolina, Illinois, Ohio e Missouri) e si porta a quota 1.139 delegati, rispetto agli 825 di Sanders: un vantaggio sorprendente, che diventa quasi insormontabile contando anche i superdelegati, ovvero gli esponenti di punta del partito, governatori e membri del Congresso. Con un conteggio finale di 1.606 delegati a favore di Clinton contro gli 851 di Sanders, la sfida tra i Democratici appare pressoché chiusa.
Più delicato lo scenario nel Grand Old Party, dove Donald Trump appare inarrestabile nonostante il partito non si rassegni all’inevitabilità della sua nomination. Il magnate vince in Illinois, Missouri, North Carolina e Florida – premio quest’ultimo particolarmente ambito, visto che i 99 delegati in palio vanno interamente al primo qualificato (il cosiddetto sistema winner takes all). In virtù dello stesso meccanismo, John Kasich conquista tutti i 66 delegati del suo Ohio, mentre Ted Cruz raggiunge altissime percentuali di gradimento (tra il 30 e il 40%) in North Carolina, Missouri ed Illinois. Trump ha ora 661 delegati, più della metà dei 1.273 necessari ad ottenere la nomination, seguito da Cruz con 406; chiude Kasich con 142. Marco Rubio, dopo una bruciante sconfitta nella sua Florida, ha ufficialmente annunciato il proprio ritiro.

“SI APRONO ORA VARIE POSSIBILITÀ PER IL PARTITO REPUBBLICANO, MENTRE TRUMP SEGUITA AD ACCUMULARE DELEGATI IN OGNI ZONA DEL PAESE”

Si aprono ora varie possibilità per il Partito Repubblicano, mentre Trump seguita ad accumulare delegati in ogni zona del paese, mietendo consensi tra i più disparati gruppi di elettori: giovani universitari, Democratici delusi, lavoratori della classe operaia, evangelici, piccoli imprenditori.  Una prima opzione per il GOP, che osserva con crescente preoccupazione la campagna intollerante e parossistica dell’uomo d’affari newyorchese, potrebbe essere quella di sostenere Ted Cruz. Il Senatore ultraconservatore del Texas che strizza l’occhio ai Tea Parties e alla destra religiosa è l’unico altro candidato che ha sinora riscosso margini di gradimento importanti nel partito, e con adeguati endorsements potrebbe guadagnare abbastanza delegati per portarsi in vantaggio e sbaragliare Trump. Il rischio è che un appoggio dell’establishment affossi la candidatura di Cruz, proprio come è accaduto con Rubio.

Una seconda possibilità è che il Grand Old Party rimanga spettatore imparziale tra i due candidati ancora in lizza, proseguendo tuttavia la campagna denigratoria contro Trump. La speranza è quella di una brokered convention a luglio, in cui l’imprenditore non raggiunga la soglia dei 1.237 delegati necessari a conquistare la nomination. Se Trump arrivasse a Cleveland senza una solida maggioranza, il partito potrebbe verosimilmente proporre un’alternativa con discreto sostegno popolare (Cruz), oppure un candidato moderato (Kasich), o ancora un outsider come Mitt Romney, evidenziando sopra a tutto la necessità di unificare il partito. Questo sarebbe possibile poiché i superdelegati del GOP, a differenza della loro controparte Democratica, sono legati ad un candidato soltanto al primo voto, ma possono esprimersi liberamente in una seconda votazione. Anche questo tuttavia è uno scenario pericoloso, visto che Trump potrebbe effettivamente continuare la propria ascesa e raggiungere la maggioranza prima della convention: a quel punto, il partito difficilmente potrebbe ribaltare la volontà dei suoi elettori, e dovrebbe paradossalmente confidare nella vittoria di Hillary Clinton per mantenere la maggioranza al Congresso (che sovente si schiera con il partito di segno opposto a quello del Presidente).
In ogni caso, è difficile credere che Trump possa battere Hillary Clinton in una sfida diretta: in un testa a testa, i sondaggi danno l’ex Segretario di Stato in vantaggio in quasi tutti gli Stati. Sebbene queste primarie abbiano riservato sinora parecchie sorprese, la possibilità di una presidenza Trump appare al momento quanto mai remota.
Polling data: AP

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