Il dopo-Hollande

Il Maverick di Francia

Ritratto di Arnaud Montebourg, il ribelle (ma non troppo), che si fa largo nella politica francese in vista delle presidenziali della primavera 2017. Strenuo oppositore di François Hollande, vuole combattere l’estremismo di centro e ricostituire l’ala sinistra del Parti Socialiste. Già ministro dell'Economia, si rimette in pista con un programma pronto a ripensare la globalizzazione e il ruolo dello Stato in chiave keynesiana, intenzionato a ribaltare il paradigma dell’Europa dell’austerity e del bastone tedesco. È in campo per rinvigorire la sinistra mentre la destra gollista fa fuori l’ex presidente Nicolas Sarkozy dalla corsa all’Eliseo e si prepara alla scelta definitiva del proprio candidato alle elezioni di primavera, tra François Fillon e Alain Juppé, prevista al ballottaggio del 27 novembre.

21 novembre 2016

«Invece avete voluto combattere quest’ultima guerra, e adesso l’Europa brucia. Ma in fondo c’è qualcosa di buono perfino nelle vostre guerre, e tutto questo potrebbe portare benefici. I francesi molleranno sull’austerity, visto che li avete fatti a pezzi, e forse nascerà un’Europa nuova: più sociale e democratica.»

Da I diavoli di Guido Maria Brera (Rizzoli, 2014)

Ai tempi dell’università «portava i capelli lunghi e gli piaceva parlare», era già «un provocatore», uno che si infiammava per una discussione al ristorante. Oggi Arnaud Montebourg insegue ancora un sogno: riunire la sinistra, alla ricerca del tempo perduto.

Già ministro dell’Economia e candidato alle primarie socialiste del 22 gennaio 2017, da agosto scalda ufficialmente i motori per la corsa all’Eliseo (qui gli altri concorrenti) della prossima primavera in Francia. Ribelle ma non troppo, strenuo oppositore di François Hollande, vuole combattere l’estremismo di centro e ricostituire l’ala sinistra del Parti Socialiste.

 «L’économie d’abord», l’economia prima di tutto, è il suo motto. Nei giorni in cui da una sponda all’altra dell’Atlantico si consuma il declino degli ideali della sinistra sotto le martellate delle istanze populiste, Montebourg ha una missione: «Andare incontro alla ribellione della classe operaia e della classe media». E sono in pochi di questi tempi – nota Lénaïg Bredoux su Médiapart – ad avere il coraggio di ispirarsi a quel «The economy, stupid» che Bill Clinton cavalcò durante la sua campagna elettorale del 1992 negli Stati Uniti.

Il Maverick di Francia si fa largo nella politica francese. Si rimette in pista con un programma di sinistra pronto a ripensare la globalizzazione e il ruolo dello Stato in chiave keynesiana, intenzionato a ribaltare il paradigma dell’Europa dell’austerity e del bastone tedesco. È in campo proprio mentre la destra gollista fa fuori l’ex presidente Nicolas Sarkozy dalla corsa all’Eliseo e sceglie come candidato alle presidenziali di primavera,  François Fillon su Alain Juppé.

La parabola di un «eroe romantico»

Nel 1995, Montebourg aveva 33 anni, per Libération era «l’avvocato in ascesa», il giovane «entusiasta» della politica di Francia. Quasi vent’anni dopo, Le Figaro lo ribattezza «l’eroe romantico» della sinistra, il New York Times lo definisce un «agent saboteur», audace «matador» nascosto tra le file dei socialisti.

Classe 1962, figlio unico, cresce a Dijon, studia filosofia e letteratura. Poi approda a Sciences-Po a Parigi. Sono gli anni della formazione, della contestazione, degli incontri importanti. «A Sciences-Po era già un provocatore», ha raccontato qui l’amico Michel Piloquet. «Si indignava eccessivamente (…) Una sera l’ho visto parlare così forte in un ristorante (…)». E ancora: negli ultimi anni «ha fatto uno straordinario lavoro di autocontrollo».

Si iscrive al partito socialista nel 1985, diventa avvocato, entra in politica nel 1997, dopo l’elezione nell’assemblea nazionale nel distretto di Saône-Loire. Nel 2011 i tempi sono maturi per il suo exploit alle primarie presidenziali: ottiene un inaspettato 17 per cento di consensi e, l’anno seguente, viene nominato ministro dell’Industria (du Redressement productif).

Nel 2014 entra nel governo Valls, occupa la poltrona da ministro dell’Economia. Nel giro di pochi mesi non risparmia critiche alle scelte dello stesso esecutivo di cui fa parte. Dovrà farsi da parte entro agosto: lo strappo è inevitabile e si consuma per le sue stoccate alle politiche di austerità di Valls.

Paladino dell’anti-corruzione, accanito opposizione dell’economia dei manager e del liberismo spregiudicato, in un’intervista del 2013 a chi gli chiedeva se credesse nel ritorno politico di Nicolas Sarkozy, Montebourg rispondeva: «Forse. Forse con le manette ai polsi».

Nel 2016 torna agguerrito e rispolvera la sua ricetta per il «made in France», votata a incrementare la produzione interna.

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«L’industrie, c’est moi!»

Motore del rilancio delle fabbriche d’Oltralpe il provocatore idealista Arnaud, nel 2012 guadagnava la copertina-cliché di Le Parisien, con tanto di maglia a righe da perfetto portatore dell’orgoglio francese.

Quattro anni dopo viaggia in lungo e in largo la Francia, attraversa la Lorraine e le sue industrie ripetendo un solo refrain: «L’industria sono io».

Aggiunge: «L’industria è alla base di una nazione solida, senza di essa, la nazione si affossa».

Spiega che «nei sondaggi, il 70% dei francesi piazzano l’economia in cima a tutte le loro preoccupazioni. L’industria è il pane quotidiano dei francesi. Teorizzare una Francia senza fabbriche, significa abbandonare l’economia. La dismissione del settore rappresenta il problema irrisolto degli ultimi cinque anni».

Uno Stato potente, ma innovatore: il piano economico per la «liberazione dei francesi»

Per essere il candidato dell’ala sinistra dei socialisti ripete molto spesso la parola libertà. Parla di economia, Europa e istituzioni. Dice di voler «liberare i francesi da un pensiero unico e opprimente, retrogrado e ingiusto», vuole «organizzare la loro liberazione», lasciare «libera l’innovazione».

Ma attenzione: niente liberismo à la Montebourg, perché il diretto interessato, interpellato da Libération nega. Per lui la libertà «non è quella della volpe nel pollaio, ma significa che possiamo costruire insieme uno Stato sociale». È per «uno Stato potente e per una società forte, libera, creativa e capace di esercitare il potere».

Posta come singolarità del suo programma, richiama la «modernità e l’innovazione», ammicca all’economia della condivisione, la cosiddetta sharing economy, quella di Uber a Airbnb.

Poi chiarisce: «Sono per la liberazione di un certo tipo di monopoli», ma questo vuol dire anche che bisogna stare in guardia rispetto a dei modelli di lavoro che non rappresentano che una «regressione sociale», riabilitando «il lavoratore a chiamata» e gli «strumenti di elusione del diritto del lavoro».

Quando è sceso ufficialmente in campo ad agosto, ha dichiarato: «Non abbiamo più bisogno dei manager per il sistema».

Secondo Montebourg, infatti, bisogna tornare a un modello keynesiano in cui il settore pubblico possa correggere gli errori del privato: «Il problema principale [dei fallimenti aziendali], sono le banche private. Il 60% dei ricavi delle banche private viene da attività speculative. [La proposta] è la sostituzione naturale del pubblico per i fallimenti dei privati».

Inoltre, nel caso arrivasse nelle alte stanze dell’Eliseo, spiega: «Voglio usare il denaro per la formazione professionale. Tra il 2 e il 5% dei 35 milioni di euro viene [attualmente] utilizzato per la formazione dei disoccupati ed è troppo poco».

C’è spazio a sinistra? Un problema di identità

Montebourg, che finora si è posto come l’anti-Hollande, deve trovare il suo spazio. La vera sfida è quella di trovare un’identità specifica, senza rincorrere gli slogan di chi sta — da sempre — alla sinistra del partito socialista, come Jean-Luc Mélenchon (agli occhi degli elettori l’originale è sempre meglio della copia).

Se da un lato deve riuscire a essere convincente anche davanti a comunisti e ambientalisti come «candidato del governo», per evitare che gli elettori di sinistra si disperdano, gli toccherà anche decidere che personaggio vuole davvero incarnare.

Finora ha puntato sulla già sentita dicotomia moderato-radicale. Si è autodefinito «un candidato che propone, non che si oppone». Da Mélenchon ha provato a distinguersi così: «Lui ha fatto una scelta di radicalità, io di responsabilità».

Da mesi ripete di essere «l’alternativa» contro la Francia dell’austerity e l’Europa di cui «Merkel non deve essere il capo».

Proprio lui, il Maverick di Francia, un ribelle (forse troppo) moderato che vende il nucleare come «un male necessario» e su burkini e terrorismo resta finora parecchio vago (qui le sue dichiarazioni). Staremo a vedere se ce la farà.

Tutti i malinconici sostenitori del cosiddetto “estremismo di centro”, tutti coloro che ripetono una litania nostalgica e non si rassegnano ai cambiamenti. Il centrismo estremo era il regno delle classi medie. Ma in assenza di una middle class ben definita, solida, garantita da un certo accesso al consumo, difesa nei suoi risparmi e nelle sue rendite virtuose, non può esistere alcun centrismo. La mobilitazione sulle posizioni più estreme rispecchia la frantumazione di certi assetti sociali.
Da “La quarta via — Il Tredicesimo piano”

Articolo aggiornato il 3 dicembre 2016

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