La recensione

Working class heroes.
Il coraggio degli ultimi

«La distanza tra classi sociali in America sembra tutt’altro che colmata. L’America, e non solo l’America, è divisa tra chi ha tutto e chi non ha niente, e c’è ancora molto lavoro da fare per migliore lo stato delle cose». Nel suo ultimo film, "In Dubious Battle" – tratto dall’omonimo romanzo di Steinbeck – James Franco porta in scena le battaglie politiche condotte dagli “ultimi” contro il padronato Statunitense, durante la grande crisi degli anni ’30. Ben lungi dal suonare come un revival anacronistico, per il regista il film parla anche e soprattutto delle controversie contemporanee.

18 settembre 2017

“Le strade pullulavano di gente assetata di lavoro, pronta a tutto per il lavoro. E le imprese e le banche stavano scavandosi la fossa con le loro stesse mani, ma non se ne rendevano conto. I campi erano fecondi, e i contadini vagavano affamati sulle strade. I granai erano pieni, e i figli dei poveri crescevano rachitici, con il corpo cosparso di pustole di pellagra. Le grosse imprese non capivano che il confine tra fame e rabbia è un confine sottile. E i soldi che potevano servire per le paghe servivano per fucili e gas, per spie e liste nere, per addestrare e reprimere. Sulle grandi arterie gli uomini sciamavano come formiche, in cerca di lavoro, in cerca di cibo. E la rabbia cominciò a fermentare”.

[John Steinbeck, Furore]

California, 1933: la Grande Depressione ha devastato un paese intero e la sua onda lunga continua a mietere vittime. Un gruppo folto di persone, bianchi e neri accomunati dall’unica disgrazia di essere gli ultimi della terra, con al seguito le loro famiglie, vaga per i campi di frutta e cotone in cerca di un salario che possa mettere freno ai morsi della fame.

Guidati da London (Vincent D’Onofrio), il loro leader, gli ultimi giungono alla corte di Chris Bolton (Robert Duvall), ricco proprietario terriero che li assolda per raccogliere mele nei suoi campi. Ma la domanda di lavoro è talmente famelica che Bolton riesce a concordare con i raccoglitori la misera paga di 1 dollaro al giorno, «altrove non troverete di meglio, signori, andate a lavorare», praticamente uno sputo. Nel frattempo, in città, il giovane Jim Nolan (Nat Wolff) – figlio di un operaio freddato dalla polizia per essersi ribellato alle condizioni di sfruttamento cui era sottoposto – si unisce a un gruppo di estremisti – marxisti-leninisti – che cospirano per creare soggettivazione tra gli oppressi e fomentare rivolte.

Al fianco di Mac McLeod (James Franco), che è suo iniziatore e mentore nella pratica rivoluzionaria, Jim parte in direzione dei campi di mele e arriva a quello dove London e i suoi hanno iniziato a lavorare. Jim e Mac si fanno assoldare a loro volta come raccoglitori e cominciano a spargere il seme della rivolta, che viene raccolto quando, esasperati dalle condizioni di sfruttamento disumano, i raccoglitori capeggiati da London decidono di scioperare a oltranza per convincere il padrone a portare la paga a 3 dollari giornalieri. Privati dei loro alloggi, i raccoglitori si accampano su un terreno di un altro piccolo proprietario che è solidale alla loro lotta, anche perché stretto tra la crisi economica e il braccio duro delle banche che lo incalzano per avergli fatto credito. Padrone e proletari ingaggiano una battaglia senza esclusione di colpi, in cui violenza repressiva, spiate, infiltrazioni, rappresaglie e ricatti renderanno chiaro e manifesto il confine che divide legalità e giustizia, ma non senza sacrificare il concetto di umanità da ambo le parti.

Nel suo ultimo film, In Dubious Battle – tratto dall’omonimo romanzo di Steinbeck – James Franco porta in scena le battaglie politiche condotte dagli “ultimi” contro il padronato Statunitense, durante la grande crisi degli anni ’30. Ben lungi dal suonare come un revival anacronistico, per il regista il film parla anche e soprattutto delle controversie contemporanee, come ha dichiarato in un’intervista di un anno fa: «Gli scontri che si vedono nel film avvengono durante la Grande Depressione ma potrebbero accadere tranquillamente oggi. La distanza tra classi sociali in America mi sembra tutt’altro che colmata. L’America, e non solo l’America, è divisa tra chi ha tutto e chi non ha niente, e c’è ancora molto lavoro da fare per migliore lo stato delle cose».

Ma per Franco quello che il libro di Steinbeck e il suo film raccontano non si esaurisce al conflitto di classe tra oppressori e oppressi: sono anche la parabola della «battaglia che ogni uomo ha con se stesso, qualunque sia lo schieramento a cui appartiene, schivando i giudizi e provando a capire entrambe le parti». Nonostante la recitazione affettata, In Dubious Battle prova a tener fede alla prosa di Steinbeck, restituisce la crudezza – ancora da far west – con cui venivano veramente liquidate le proteste a colpi di fucile e, più o meno consciamente, pone alcuni interessanti spunti di riflessione.

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Rivoluzionari di professione

La dialettica che si innesca tra i personaggi di Jim e Mac è quella dell’allievo-maestro, mutuata sul fronte della dottrina politica. Jim deve apprendere da Mac la professione del “rivoluzionario”, ossia colui che sovverte l’ordine costituito, e perché questo accada tra i due si instaurerà un rapporto – anche conflittuale – per cui l’uno deve smantellare le proprie strutture sotto l’impulso dell’altro.

Per essere dei veri rivoluzionari, spiega Mac al suo adepto, bisogna abdicare alla propria sfera privata, in favore di un bene più grande e universale: quello comune. E questo deve accadere anche a costo di risultare “poco umani”, come quando Mac sabota una scala di proposito per fare cadere un operaio e quindi innescare la scintilla della rivolta, o come quando Jim dovrà mettere in discussione la sua relazione con la figlia di London, per non anteporre l’interesse privato a quello comune. Per vincere, parafrasando Lenin, il proletariato deve organizzarsi in maniera ferrea e disciplinata, i sentimenti come la pietà e l’amore devono cedere il passo alla rivolta comune, alla causa rivoluzionaria.

Così, se da una parte i personaggi di Jim e Mac rappresentano una dura critica alle categorie politiche novecentesche, per cui l’individuo finiva schiacciato sotto la morsa dell’obiettivo politico di classe, dall’altra, ribaltando i termini, portano a galla – attraverso lo spirito di sacrificio e di lotta veicolati dai tanti comprimari del film – tutte le contraddizioni di una contemporaneità in cui si è ormai assistito al celebrazione della ragione individualistica sul bene comune, al trionfo del mantra ordoliberista di tatcheriana memoria secondo cui “la società non esiste, esistono solo gli individui”.

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Meno “heroes”, più “class”

Ma le figure di Jim e Mac portano la riflessione su un’altra sfaccettatura della questione individualistica: il rovescio del ripiegamento verso sé stessi è infatti l’autoaffermazione verso il mondo circostante e, a livello sociale, sull’altro. I continui tentativi di Jim e Mac di avere ilpolso della situazione e di esercitare il proprio controllo sul gruppo di scioperanti, e finanche l’affettata recitazione di James Franco nel ruolo dell’eroe rivoluzionario, allegorizzano le manie di protagonismo e leaderismo che – sconfitte su un piano ideale e concreto nei movimenti degli anni ’90 e zero, in favore di una maggiore orizzontalità della prassi politica – sembrano essere tornate in auge proprio ai giorni nostri, dimostrando che alcuni spettri novecenteschi ancora premono nel nostro sostrato politico attuale.

C’è infine un enorme paradosso a cui ci espone il film e, in questo senso, con un tempismo tutt’altro che anacronistico: cioè che nell’era in cui l’automazione e l’avanzamento tecnologico hanno raggiunto un punto tale da poter pensare di liberarci – progressivamente ma sempre di più – del carico di lavoro che ci affligge, ci troviamo invece, come i raccoglitori californiani degli anni ’30, a dover fronteggiare la piaga della disoccupazione chiedendo, oltre a una serie di diritti smantellati, di lavorare sempre di più per un salario sempre più ridotto.

Nell’era in cui chiedere maggiori diritti rischia di costringerci a chiedere il ripristino regressivo di lavori pesanti e usuranti, e in cui serpeggiano e si riaffacciano pericolosi leaderismi che minano l’orizzontalità della politica, forse, una decostruzione di In Dubious Battle ci può suggerire di riformulare altri slogan, in grado di ricordarci – e dirlo ad alta voce – che ci servono meno “heroes” e più “class”, cioè una maggior soggettivazione orizzontale di contro a singoli protagonismi, ma anche: più reddito e meno lavoro.

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