La recensione

Umani non più umani

Anno domini imprecisato di un tempo futuro: nel bel mezzo di una foresta, che si estende ai margini di una città desolata, un commando si muove furtivo e prepara il suo assalto. Equipaggiati con armi automatiche e pesanti fino ai denti, sugli elmetti verdi risalta la scritta in gesso bianco “monkey killer”, hanno i volti segnati dall’odio e dalla paura, sono soldati e tanto basta, umani non più umani in cerca della loro preda.

16 agosto 2017

Ancora oggi l’uomo è più scimmia di qualsiasi scimmia.
Friedrich Nietzsche

Anno domini imprecisato di un tempo futuro: nel bel mezzo di una foresta, che si estende ai margini di una città desolata, un commando si muove furtivo e prepara il suo assalto.

Equipaggiati con armi automatiche e pesanti fino ai denti, sugli elmetti verdi risalta la scritta in gesso bianco “monkey killer”, hanno i volti segnati dall’odio e dalla paura, sono soldati e tanto basta, umani non più umani in cerca della loro preda.

Quando arrivano silenti ai piedi di una lunga trincea, costruita con alberi ammassati, un cecchino fa fuori la prima guardia con un colpo preciso alla testa. Quella cade con un tonfo sordo. È il segnale che scatena l’inferno di fuoco contro la barricata, che viene sgretolata a colpi di lancia-granate. Sembra fatta. Ma dalla coltre di fumo che ora si propaga nella foresta si distinguono sagome di ominidi e urla di battaglia. Una pioggia di frecce accompagna la controffensiva delle scimmie che si abbatte con violenza sul commando, costretto  a ritirarsi. Quattro soldati, feriti, rimangono sul campo, circondati dalle creature che volevano sterminare. Quando non sembrano avere più speranza, i nemici si fanno da parte e lasciano spazio al loro leader, l’orango di nome Cesare. Lui avanza fino a trovarsi davanti i quattro uomini, li guarda, poi pronuncia queste parole: «Siete liberi, dite al vostro capo che vi ho risparmiato, e che noi non vogliamo la guerra».

È da poco nelle sale italiane The War-Il pianeta delle scimmie, capitolo conclusivo (gli altri due sono: L’alba del pianeta delle scimmie e Apes Revolution) della trilogia di prequel diretta da Matt Reeves, e che ha portato a nove il numero di film dedicati alla saga e media franchise della 20th Century Fox, aperta nel lontano ’68 con la pellicola di Franklin J. Schaffner, a sua volta ispirata all’omonimo romanzo fantascientifico (Planet of the Apes) di Pierre Boulle.

La trilogia ripercorre gli antefatti della vecchia pellicola con Charlton Heston, in cui un gruppo di astronauti si trova alle prese con una pianeta che è popolato e governato da scimmie antropomorfe capaci di parlare.

I tre prequel narrano di come un virus letale, generatosi in seguito a una serie di esperimenti sulle scimmie, si sia propagato e abbia decimato la popolazione umana sulla Terra e, di contro, di come questo stesso virus abbia dotato l’orango Cesare della parola. Ora la creatura è il leader dei suoi simili e li guida nella lotta per la sopravvivenza in un mondo distopico, al collasso, in cui scimmie e umani si fanno la guerra. In quest’ultimo capitolo – The War, appunto – lo scontro volge al termine. Nonostante le intenzioni non belligeranti di Cesare (Andy Serkis) – che ha condotto la sua comunità nelle foreste e lì ha cercato di farla vivere in pace –, un altro orango di nome Koba ha scatenato tempo prima un’offensiva brutale contro gli umani che, a loro volta, da una parte hanno ingaggiato una guerra fratricida e dall’altra si sono votati allo sterminio dei primati sotto il comando del sanguinario colonnello McCullough (Woody Harrelson).

Un mondo di barriere

Il film si apre con la scena già descritta: le scimmie di Cesare vivono nella foresta e nella foresta hanno organizzato la loro comunità, che resiste – asserragliata dietro una trincea – agli attacchi degli umani, come gli ebrei di Defiance (Edwars Zwick, 2008), e si propone di mantenere una condotta pacifica, di non aggressione, fin quando, certo, non è costretta a difendersi.

Ma nel mondo di The War-Il pianeta delle scimmie le barriere sorgono ovunque: aprono la pellicola con la trincea nella foresta, e la chiudono con la palizzata che il colonnello McCullough sta facendo costruire alle scimmie che detiene come schiavi – o come “asini”, tali sono definiti i primati che hanno tradito la loro specie e collaborano con l’uomo, nella cieca speranza di salvare individualmente la pelle –, al fine di difendere il suo reggimento e il suo regno del terrore da altri uomini che vogliono muovergli guerra. Ancora: la barriera – che ha lo scopo di “proteggere” dalla minaccia incombente dell’altro – per essere eretta ha bisogno del lavoro forzato di chi è stato sottomesso e non ha diritto all’esistenza, e per questo espande e articola il suo perimetro fino a diventare un vero e proprio campo di concentramento.

La paura diviene odio e legittimazione della sopraffazione, in uno scenario in cui la barriera è sia fisica che virtuale, cioè si erge anche all’interno delle mente, a separare l’umanità dagli istinti più violenti e primitivi.

Quasi a testimoniare l’inquietudine dei tempi che corrono, le barriere – ma più in generale il fronte ultimo da proteggere a costo della vita – tornano a essere topos di numerose rappresentazioni, soprattutto cinematografiche e seriali. Nella pellicola di Matt Reeves come nella Torre nera di Nicolaj Arcel (ora in sala, adattamento dal romanzo di Stephen King) e ancora nella più virale serie di Games of Thrones, in cui un enorme sbarramento – La Barriera, appunto –, innalzato contro i “non morti”, è l’ennesima proiezione delle angosce, delle paranoie securitarie e dei conseguenti sovranismi che oggi imperversano .

Non più umani

Oltre l’ambientazione distopica, ci sono i personaggi che vi si muovono all’interno. Umani e scimmie, scimmie e umani. Più che ridurre la narrazione alla dicotomia uomo-bestia, la pellicola insiste sulla dialettica tra “umano” e “bestiale”, una dialettica che nel mondo raffigurato viene meno e giunge a un’allarmante sintesi in cui la sensibilità comune è azzerata, in favore della diffidenza e dell’odio verso l’altro.

Così tanto è brutale e violento l’orango Koba – il cui nome rimanda palesemente alla ferocia di Stalin – quanto, e ancora di più, lo è il colonnello McCullough, citazione kurtziana che rappresenta il collasso della società very democrat, che ora si ripiega su una militarizzazione pervasiva: gli umani non sono più umani ma sono solo soldati, e la loro ragion d’essere è nella violenza e nel controllo spietato del confine.

Non solo: il film rappresenta bene le conseguenze di un plurisecolare – e ben lungi dall’essere sconfitto – machismo portato all’estremo, per cui tutti i personaggi maschili sono guerrafondai o tormentati senza via di scampo. Persino Cesare, “il buono” che vuole la pace e prende con sé una bambina dopo averla salvata, è assediato dallo spettro del rancoroso e vendicativo Koba. Soltanto le donne – come il primate Lake, compagna del figlio di Cesare – sembrano conservare un barlume di saggezza, tolleranza e umanità necessario a far prevalere la pace sullo sterminio della popolazione e la devastazione del pianeta.

La locandina di The War recita: “per la famiglia, per la libertà, per il pianeta”. E questo, travalicando in più scene del film l’accezione di “famiglia” unicamente come vincolo di sangue, si configura come ultimo appello utile per un ritorno alla fratellanza tra i popoli e a un rispetto della natura e delle specie che la popolano.

Gli elmetti con la scritta “monkey killer” – i cui caratteri rimandano al “born to kill” impresso sugli elmi dei soldati di Full Metal Jacket –, il colonnello McCullough costruito sul personaggio di Kurtz – ma anche le scritte che compaiono nei bassifondi del campo di prigionia, e che recitano: “ape-pocalypse now”, come ennesimo rimando alla pellicola di Coppola – e altro ancora sono il segnale che il b-movie si alimenta ancora di citazionismo e cross-over, categorie del post-moderno che tuttavia si tingono oggi di oscurità e inquietudine. Nonostante rimanga nel campo del puro intrattenimento, il capitolo conclusivo di questa trilogia riflette un’interpretazione del reale in cui, di fronte a barriere e disumanità, c’è sempre meno da ridere.

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