La recensione

T2 – Trainspotting vent’anni dopo:
un loop nostalgico
e nichilista

Lo spaccato storico in cui si danno da fare Renton e compagnia in T2 - Trainspotting non è più la prima eredità, thatcherista, del brutale abbattimento del welfare state – e il funzionale spalancamento delle porte ai flussi d’eroina, per smorzare ogni minimo residuo di soggettivazione politica – sotto l’egida della “cool Britannia”, ma un Regno Unito al culmine della svolta neoliberista e fresco di “Brexit”, con i vecchi pub che si svuotano; la riqualificazione forzata dei quartieri; le nuove generazioni, come il figlio di “Begbie”, che devono iper-qualificarsi per (illudersi di) trovare lavoro; e i raduni revanscisti della middle class scozzese che rievoca la battaglia del Boyne (1690) e inneggia alla cacciata dei cattolici.

24 marzo 2017

Trainspotting atto secondo

Amsterdam, anni Zero, quelli che corrono. Corre anche l’uomo su cui indugia la macchina da presa, corre a vuoto, senza sapere dove andare, col sudore che gli cola a fiotti dai capelli lunghi e unticci, filtra attraverso la barba incolta, e finisce a innaffiare lo sterno inzuppato e costretto in una maglia sintetica. Corre fino a quando le pulsazioni vanno fuori giri, gli si rompe il fiato in gola, e tutto il corpo collassa a terra con un tonfo sordo, quasi insonorizzato, di carne umana su pavimento gommoso. Il dispositivo d’allarme del tapis roulant si attiva e gli occhi di tutta la palestra si rivolgono sulla sagoma che sembra esanime, ma non lo è.

Stacco. Aeroporto di Edimburgo. Campo medio su un uomo all’uscita del terminal, con un borsone sportivo agganciato all’avambraccio, gnomico trait d’union tra la fuga e la ricomparsa, tra il tradimento e la resa dei conti. Barba e capelli rasati ora smascherano i segni del tempo, che sono stempiatura e rughe, ma la faccia è nota, come pure quel ghigno che lascia intendere una nichilistica assuefazione alla vita, la solita, miseramente reiterata. Mark Renton è tornato.

Vent’anni dopo

Il mese scorso, distribuito dalla Warner Bros, è uscito nelle sale italiane T2-Trainspotting, sequel cinematografico della pellicola che – nell’ormai patinato ’96 –  divenne un cult. Dietro la cinepresa c’è ancora Danny Boyle, sempre in combutta con lo scrittore Irvine Welsh nell’adattare, insieme, per il cinema i libri del secondo: prima l’omonimo Trainspotting (1993), stavolta T2 tratto dal romanzo Porno (2002).

Sono trascorsi vent’anni dall’uscita in sala e nella diegesi narrativa del primo film. Il cast principale e il poker di protagonisti sono gli stessi: il tris scozzese – Ewan McGregor nei panni di “Rent”, Robert Carlyle e Ewen Bremner in quelli, rispettivamente, di “Begbie” e “Spud” – più il britannico Jonathan Lee Miller che interpreta “Sick Boy”.

La storia

Dopo essere fuggito ad Amsterdam con il malloppo – quello che i quattro avevano ricavato dallo smercio di una grossa partita di eroina – Mark Renton, licenziato e divorziato, rimpatria a Edimburgo. Trova “Spud” – l’unico per cui aveva nutrito un senso di colpa e a cui, per questo, aveva lasciato una parte del bottino trafugato – che si buca ancora, e lo salva in extremis da un tentativo di suicido; incrocia fortuitamente “Begbie” che, appena evaso dal carcere, gli giura morte; ma – soprattutto – dopo una scazzottata catartica, si ricongiunge a “Sick Boy”, la cui attività fraudolenta, stavolta, consiste nel ricattare uomini facoltosi dopo averli filmati, di nascosto, mentre fanno sesso con la con la sua complice e socia in affari: la seducente Veronika.

trainspotting1-2

Uno spaccato storico

“Rent” e “Sick Boy” di nuovo insieme: se prima era “svoltare” per bucarsi, adesso è “svoltare” per sopravvivere e, con quello che avanza, farsi una striscia di coca. Ma l’unico vero sballo, per protagonisti e spettatori, cadenzato dalle note remixate di Lust for life, è un loop nostalgico da “quelli di sempre”, che passa per George Best, il biliardino, il soccer – adesso davanti a un mega Lcd –, fino ad arrivare all’apice della recomposition con il revival di una pera d’eroina. Certo, lo spaccato storico in cui si danno da fare Renton e compagnia in T2 è un altro: non più la prima eredità, thatcherista, del brutale abbattimento del welfare state – e il funzionale spalancamento delle porte ai flussi d’eroina, per smorzare ogni minimo residuo di soggettivazione politica – sotto l’egida della “cool Britannia”, ma un Regno Unito al culmine della svolta neoliberista e fresco di “Brexit”, con i vecchi pub che si svuotano; la riqualificazione forzata dei quartieri; le nuove generazioni, come il figlio di “Begbie”, che devono iper-qualificarsi per (illudersi di) trovare lavoro; e i raduni revanscisti della middle class scozzese che rievoca la battaglia del Boyne (1690) e inneggia alla cacciata dei cattolici.

Lo storytelling come meta-narrazione assolutoria

“Rent” e “Sick Boy” che, dopo aver fatto incetta di portafogli a un raduno revanscista, si reinventano come cantori del nazionalismo anglicano per farla franca o “Begbie” che si degna del figlio perché si è iscritto a un corso di management alberghiero, invece di affiancare il padre nell’efferata criminalità, sono solo alcune delle scene che testimoniano come i protagonisti di T2 debbano ingaggiare il confronto con il nuovo momento storico in cui sono calati. Tuttavia, a un livello più profondo, la loro interazione col reale si ripete all’insegna della medesima ideologia che li ha contraddistinti nel primo film: e cioè di una replica individualistica, auto-assolutoria e nichilistica allo sfacelo della contemporaneità. In questo, ossia nel dare una narrazione compiaciuta, spoliticizzata e, di conseguenza, distorta del fenomeno dell’eroina e più in generale delle controculture dei Novanta, già T1 era stato fondativo.

Non a caso Claudio Caligari, regista di Amore tossico, intuendo le potenzialità di Trainspotting si dichiarò «incazzato» per l’occasione sfumata di portare a galla le contraddizioni della società contemporanea, a partire dalla rappresentazione di un fenomeno emblematico come quello dell’eroina. T2, in tal senso, si configura come la reiterazione dello stesso errore in tempi diversi. Il vero scarto di regia e sceneggiatura rispetto a T1 si intravede nel personaggio di “Spud”, che canalizza intuito e creatività nella (meta)narrazione di ciò che vive e ha vissuto, al passo con l’egemone strategia dello storytelling. Ma l’esito è una mise en abyme dell’operazione stessa di Danny Boyle: un tributo auto-celebrativo dell’unica istanza a cui potersi aggrappare: la consapevolezza di essere stati un cult e la spregiudicatezza nel rivendicarlo allo spettatore. «Prima c’è stata un’occasione, poi c’è stato un tradimento», ripete “Spud” tra sé e sé in maniera compulsiva, fino a concepire e formalizzare questo mantra come l’incipit della loro storia, che il personaggio racconterà in un libro nel tentativo di un ultimo riscatto.

In realtà, con buona pace di “Spud” e Danny Boyle, se si estende l’allegoria oltre i confini diegetici di Trainspotting, questa presunta “occasione” non c’è mai stata. C’è stato, piuttosto, e in maniera insistita dagli Ottanta in poi, annacquato da una fiumana d’eroina, solo il tradimento dello Stato ai danni degli strati sociali meno abbienti. Da questa prospettiva e rimanendo al Regno Unito, opere come This in England (2006) di Shane Meadows e il recentissimo Io, Daniel Blake (2016) di Ken Loach sicuramente hanno saputo raccontare di più e meglio rispetto alle contraddizioni della contemporaneità: rispettivamente tra controculture inglobate a uso e consumo di compagini populiste e nazionaliste, e algoritmica dismissione del welfare ammantata di idee progressiste e di fittizio avanzamento tecnologico.

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