Dal cinema al teatro: la lotta politica delle donne permea l’immaginario

Suspiria: la rivoluzione è nel corpo

Una serie di ritratti a tinte forti in cui la donna assume al tempo stesso l’accezione di creatura spietata e quella di soggetto in lotta, con il proprio corpo, per la sua autodeterminazione: ecco il nodo focale e la rivoluzione delle varie “Suspiria” che, dall’ultimo film di Luca Guadagnino al teatro di Emma Dante, rivisitano il celebre cult del ’77 firmato Dario Argento.

24 gennaio 2019

Una serie di ritratti a tinte forti in cui la donna assume al tempo stesso l’accezione di creatura spietata e quella di soggetto in lotta, con il proprio corpo, per la sua autodeterminazione: ecco il nodo focale e la rivoluzione delle varie Suspiria che, dall’ultimo film di Luca Guadagnino al teatro di Emma Dante, rivisitano il celebre cult del ’77 firmato Dario Argento.

Nella pellicola, infatti, uno degli oscuri richiami messi in campo sembra essere proprio la sinergia tra la danza contemporanea e l’atto rivoluzionario.

Le braccia danzano ma, al tempo stesso, possono costruire ordigni letali. La ballerina e la terrorista si sovrappongono e vengono rappresentate alla stregua di  figure archetipiche mentre il regista si sofferma su un’idea di corpo che viene agito dalle donne con famelica fierezza.

L’ambientazione scelta – la Berlino di fine anni ’70 in cui imperversa la banda Baader Meinhof – funziona, in questo senso, da costante e sibillino richiamo politico-iconografico. Poco o nulla viene confermato della trama e della messinscena originaria, che stavolta si dipana in percorsi sotterranei e meandri psicanalitici.

Il risultato è una surreale liturgia del topos del collegio femminile, che pervade a la narrazione i cui ambienti vengono di continuo attraversati da esseri superiori, con apparenti sembianze femminili.

Le insegnanti, così come le allieve, assomigliano più a figure mitologiche che non a personaggi in carne e ossa. Nell’inestricabile dedalo narrativo scandito in sei parti più l’epilogo, l’unico filo conduttore del Suspiria di Guadagnino sembrano essere le donne che progressivamente si tramutano in una serie di organi pulsanti e distinti ma che, riuniti a comporre l’intera compagnia di danza, finiscono per rappresentare un’unica e immane entità.

Un’entità spettrale le cui dinamiche settarie ricordano la banda satanica dei Manson e d’altronde la giovane protagonista sembra aver dedicato tutta la propria esistenza, compresa la vendita della propria anima, per entrare a far parte dell’inquietante “compagnia”.

Tuttavia non è solo l’intreccio politico a legare i personaggi, che sono accomunati anche e soprattutto da una solidale e sincronica condivisione dei propri incubi.

Ogni ballerina rinuncia al narcisismo individuale per l’audacia di rincorrere il desiderio di donarsi alla danza collettiva. Una compagnia popolata da un mondo di “compagne”, spiriti eletti per talento e tutti condannati alla ricerca della perfezione, costretti ad annullarsi l’uno nell’altro così che ognuno di essi diventi parte di un corpo altro, più vivo e più grande.

Mentre i colli si piegano fin quasi a spezzarsi e i salti si ripetono fino al dolore straziante dei ripetuti atterraggi, l’unico obbiettivo è ampliare le possibilità del fisico attraverso il potere della mente.

Una mutazione, appunto, a simboleggiare la strenua ricerca di un ruolo. Ecco una delle chiavi interpretative, tra le infinite possibili, per scovare il senso profondo delle parole sibilline pronunciate dalla diafana Tilda Swinton nei panni di Madame Blanc, ascetica coreografa della scuola : «cosa vuoi essere tu per la compagnia? La testa, il cuore, le gambe?». «Le mani, voglio essere le mani» risponderà la nuova e talentuosa recluta.

Nonostante i ritmi rarefatti, l’assenza dell’elemento musicale (tanto caro a chi, grazie a Dario Argento, si era perso nelle deliranti e celeberrime note dei Goblin) e la volontà di non fornire una consequenzialità univoca alla narrazione, il film ha il merito di portare in scena la potenza corporea e intellettuale delle protagoniste quasi ad allegorizzare una liberazione della donna rimasta, troppo a lungo, sopita.

Nessuna possibilità, per lo spettatore nostalgico, di trovare una chiave univoca per il film che non si presenta né come remake né come omaggio o citazione dell’originale.

Chi guarda è lasciato completamente solo nella decodifica soggettiva di un opera orrorifica ma non ascrivibile al genere horror tout court. Eppure, nel susseguirsi degli eterni fotogrammi surreali, si percepisce un desiderio, forse inconscio, di scavare nell’abisso dell’animo femminile.

Una ricerca che si sta consolidando dal cinema alla serialità televisiva e che approda anche a teatro. Le protagoniste di Suspiria ricordano infatti Le baccanti della splendida reinterpretazione teatrale per mano della coraggiosa e visionaria Emma Dante.

Cappi, corpi, drappi e, soprattutto, donne. Una rappresentazione superba in cui il rito dionisiaco è allo stesso tempo liberatorio, famelico e, al contrario della tragedia originaria, irreversibile.

Ma se le danzatrici di Suspiria, al pari delle “Baccanti” della Dante, hanno un aspetto quasi cannibalico, l’opera teatrale è superiore quanto a impatto visivo e concettuale, e per l’intensità e il coraggio con cui forse consegna l’omaggio più significativo al cinema di Dario Argento.

Con un budget ridotto, grande inventiva e un eccezionale talento, Emma Dante riesce ad urlare ciò che Guadagnino mantiene criptico: e cioè che la rivoluzione è donna e non esiste legame che possa arginare la sua dirompente sete di libertà.

Che in tempi bui e sconclusionati le idee chiare sono meglio dei voli pindarici.

E che il semiologo Eco ci aveva visto giusto giocando con il verso «stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus»  per trovare il titolo del suo romanzo di maggior successo: volendo significare che non è il nome a fare di una rosa una rosa, un nome è solo un nome.

Così, mentre il tema del genere e l’attenzione sulle rivendicazioni femminili sembrano prendere sempre più spazio nell’industria culturale contemporanea, forse risultano più “sospiri” all’Argento nelle Baccanti di Emma Dante che non nell’omonimo film di Guadagnino che, con un pizzico di autoironia, avrebbe potuto intitolare “Chiamalo con un altro nome”, strappando un sorriso ai semiologi senza incidere troppo sul suo visionario ma ermetico “recupero” di un classico intramontabile dell’horror italiano.

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