Il film sugli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi

Sulla mia pelle

Quando la telecamera si avvicina ancora, ci si accorge che la sagoma non può rispondere. Non c’è più nessuno Stefano. Stefano è morto. Stacco. Sullo schermo nero appare una didascalia, che recita: «sette giorni prima, giovedì 15 ottobre 2009». Sono i fotogrammi iniziali di “Sulla mia pelle”, la pellicola ispirata al caso di cronaca nera e giudiziaria di Stefano Cucchi, un’opera che si impone come urgente e necessaria.

15 settembre 2018

Schermo nero. Stacco. Un campo lungo mostra la stanza di un ospedale. Siamo all’interno e intravediamo un letto con una sagoma distesa su un fianco, immersa in un silenzio assordante.

Nell’inquadratura entra un infermiere che chiama ad alta voce “Stefano”, con l’intenzione di svegliare la figura inerme e ricordargli che è l’ora del prelievo. Ma quando l’infermiere, e con lui la telecamera della regia, si avvicinano ancora, ci si accorge che la sagoma non può rispondere perché non sta dormendo.

Non c’è più nessuno Stefano. Stefano è morto. Stacco. Torniamo a nero e appare una didascalia, che recita: «sette giorni prima, giovedì 15 ottobre 2009».

Sono i fotogrammi iniziali di Sulla mia pelle, la pellicola ispirata al caso di cronaca nera e giudiziaria di Stefano Cucchi, prodotta e distribuita da Cinema Undici e Lucky Red nelle sale cinematografiche italiane, da Netflix in visione internazionale e presentato in apertura della sezione “Orizzonti” del 75° Festival di Venezia.

La vicenda è nota. La notte del 15 ottobre 2009 il trentunenne romano Stefano Cucchi viene fermato dai carabinieri nel quartiere dell’Appio Claudio e tratto in arresto per possesso di stupefacenti.

Il giorno seguente è processato per direttissima, il giudice fissa una nuova udienza a settimane di distanza e, nel frattempo, dispone la custodia cautelare per Cucchi presso il carcere Regina Coeli.

Come risulterà evidente, già dal giorno del processo per direttissima l’imputato mostra evidenti ferite ed ematomi sul volto e ha difficoltà sia a camminare che a parlare.

Il calvario di Stefano Cucchi tra il penitenziario e le strutture mediche carcerarie – e senza che sia data la possibilità di visitarlo né ai suoi familiari né al suo avvocato – dura una settimana, al termine della quale ne viene registrato il decesso che, di contro ai sospetti infangamenti, avviene a causa di reiterate percosse ai danni dell’imputato.

Da quel giorno comincia la battaglia di Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, e dei genitori perché gli inquirenti indaghino a fondo e portino alla luce verità e colpevoli.

A oggi, in seguito al processo e al ricorso in Cassazione, risultano rinviati a giudizio cinque carabinieri, di cui tre sospesi dal servizio. I medici su cui pendeva l’accusa di “abbandono di incapace”, invece, sono stati assolti per assenza di prove.

Se la battaglia legale deve fare ancora il suo corso, la campagna di sensibilizzazione mediatica – grazie all’esposizione continua e incalzante di Ilaria Cucchi – comincia a fare sempre più breccia nel muro dell’indifferenza.

E uno dei segnali è senza dubbio la produzione e distribuzione – che tuttavia non è stata scevra di polemiche – di Sulla mia pelle.

Il film ha l’effetto di un pugno nello stomaco, e la gamma di sentimenti che suscita dopo aver vibrato il colpo, sordo ma ben assestato, è vasta e sfaccettata: orrore, angoscia, rabbia, pena, incredulità, vergogna. E altro ancora.

La regia – di Alessio Cremonini – sceglie una cifra minimalista, in cui una tensione latente scandisce la successione degli eventi (pochi e scarni, mai affettati): l’arresto, la traduzione in questura, la porta dello stanzino che si chiude, il corpo che ricompare tumefatto, la Via Crucis – in completa solitudine – da una cella all’altra, e infine – sempre in completa solitudine – il decesso .

La porta dello stanzino che si chiude. È proprio nella “sottrazione” che il film di Cremonini trova la sua chiave espressiva più potente scartandosi, con decisiva intenzionalità, da una tradizione rappresentativa precedente.

Un esempio, forse il più recente ed emblematico, su tutti: mentre in Diaz (regia di Daniele Vicari, 2012) si ricorre alla formula scenica dell’ultraviolenza manifesta per veicolare il terrore della tremenda repressione poliziesca che andò in scena al G8 di Genova (passata alla storia come la nostra “macelleria messicana”), in Sulla mia pelle è nel celare l’atto e nel mostrare, invece, i segni postumi sul corpo della vittima che si restituisce a perfezione tutta la brutale evidenza di quello che Foucault definì “biopotere”.

Ed è a partire da questa sottrazione, amplificata dal senso di solitudine che permea tutta l’atmosfera della messinscena – perché il protagonista muore da solo, occultato ai suoi cari e abbandonato dallo Stato, da chiunque –, che si innesca la consapevolezza più scottante: in quanto tutti noi potremmo trovarci da soli e nella situazione di Stefano Cucchi, tutti noi siamo Stefano Cucchi.

Ancora, e a un livello più profondo: è questa stessa sottrazione a generare un senso di vuoto dilagante – istituzionale, sociale, politico e umano – che richiede di essere colmato.

Un vuoto che si allarga e tocca i più, persino – e anzi: soprattutto – quelle forze politiche a sinistra che fondavano la loro ragion d’essere nello schierarsi dalla parte dei senza parte.

Un vuoto che richiama alla memoria anche l’analoga vicenda di Federico Aldrovandi ma anche i nomi di tanti altri, troppi, che affollano le liste silenziose delle morti in carcere.

Il cinema è tecnica, rappresentativa e recitativa. Le sensazioni e le riflessioni finora descritte e prodotte dalle scelte registiche, allora, non avrebbero potuto avere i loro effetti senza l’interpretazione magistrale di Alessandro Borghi (nei panni di Stefano Cucchi) capace – con la sua combinazione, ormai nota e riconosciuta, di talento professionale e profondissima umanità, sbocciata al suo esordio con Claudio Caligari sul set di Non essere cattivo (2015) – di restituire allo spettatore un senso di ineluttabile immedesimazione perché, è bene ribadirlo, Stefano Cucchi muore da solo, come sarebbe potuto capitare a tanti di noi, persino a te, che stai leggendo ora.

In un momento storico in cui la paranoia securitaria e l’autoritarismo repressivo – cavalcando le onde della crisi e del panico diffuso – sembrano riaffacciarsi in maniera inquietante e pervasiva sulla scena politica e nella società, tanto da rimettere in discussione i reati di tortura e abuso d’ufficio e di potere, Sulla mia pelle si impone come un’opera urgente e necessaria.

Un’opera che ha la forza di scuotere e far riflettere, di opporre alla barbarie dell’omertà e dell’indifferenza la denuncia sociale e la rivendicazione di giustizia, tratti che furono distintivi del cinema italiano (da Pasolini a Germi, da Rosi a Petri e altri ancora) e che devono tornare a nutrirlo, con determinazione.

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