La seconda stagione della nota serie mette in scena un baratro politico e sociale che incombe ben oltre i confini di Roma

Suburra 2: il tempo dell’oscurità

La seconda stagione di “Suburra”, rilasciata due settimane fa da Netflix, torna a raccontarci di una metropoli all’apice del suo collasso, in cui malaffare e terrore regnano sovrani, alimentandosi l’uno con l’altro. È il tempo dell’oscurità, che tuttavia si propaga ben oltre i confini della città eterna.

5 marzo 2019

La seconda stagione di Suburra, rilasciata due settimane fa da Netflix, torna a raccontarci di una metropoli all’apice del suo collasso, in cui malaffare e terrore regnano sovrani, alimentandosi l’uno con l’altro. È il tempo dell’oscurità, che tuttavia si propaga ben oltre i confini della città eterna.

Roma diviene allora l’inquietante allegoria di un baratro politico e sociale più grande, che incombe su un intero Paese, e non solo.

Alla vigilia delle elezioni europee, infatti,  assistiamo a un panorama continentale in cui le forze sovraniste imperversano e soffiano su un focolare di profondo malessere e diffusa intolleranza.

Ma dietro il revival di nazionalismi, come sempre, ci sono macchinazioni che vanno al di là del puro movente ideologico. La criminalità organizzata lo sa bene, e agisce di conseguenza.

Lo sfondo politico

Aureliano “Numero 8” Adami, erede di una famiglia criminale che controlla Ostia; Alberto “Spadino” Anacleti, futuro capo-clan dei sinti; e Gabriele “Lele” Marchilli, figlio di uno sbirro e ora vice-ispettore di polizia.

Tutti e tre i protagonisti sono orfani di qualcosa e hanno una dose micidiale di violenza in corpo, pronta ad esplodere.

Tutti e tre hanno dei conti da saldare con le rispettive famiglie e sono insofferenti all’ordine costituito, criminale o istituzionale che sia. Per questo vogliono prendersi Roma e non avere più padroni a cui sottostare.

La riuscita di un simile piano, tuttavia, passa per la capacità strategica di sapersi muovere nelle trame oscure di potere che, da sempre, determinano il destino dell’antico impero.

E la parola chiave, ancora una volta, è “politica”. Del resto non esiste controllo del territorio e gestione illecita degli affari che non passi anche attraverso i meandri parlamentari e le sante sedi del Vaticano.

A differenza della precedente stagione, però, in questa lo sfondo politico è meno lasciato alla genericità e restituito a un’effettiva contingenza del presente: il capro espiatorio della crisi sono i migranti e sulla loro pelle si gioca la partita delle speculazione più immani.

Se prima Roma si prestava a scenari distopici quali “il tempo della sete”, adesso è ancorata su una bruciante contemporaneità e la trama della serie sembra quasi rappresentare il prequel di ciò che sta accadendo davvero: le forze populiste di destra al potere e quelle di sinistra (rappresentate dal personaggio di Amedeo Cinaglia) che, per ricostruirsi un proprio elettorato, le inseguono sui medesimi temi, tingendosi di “rossobruno”.

Cosa manca in questo scenario? Tutte quelle persone e movimenti dal basso che operano in direzione aperta e solidale cercando di opporsi alla barbarie del razzismo, rimettere al centro della politica il vero conflitto di classe (che non è certo la lotta tra poveri) e soprattutto “restare umani”.

Eppure è un’assenza (nella messinscena) che – in maniera più o meno conscia – riflette un presente in cui a queste formazioni non viene data voce e si attenta sistematicamente alla loro (r)esistenza.

E la medesima sensazione di cogliere imprecisioni di scrittura si ha nella sintomatica improbabilità di alcune scene: ad esempio quando Samurai (personaggio presuntamente calcato sulla figura di Carminati, uno dei vertici di Mafia Capitale) manda il suo scagnozzo a confabulare con “Lele” (diventato vice-ispettore di polizia) proprio davanti al commissariato, quasi che non si curi affatto del rischio di essere scoperto.

Una sbavatura nella sceneggiatura? Può darsi, o forse no: d’altronde metà di quel commissariato si scoprirà essere sul libro paga dello stesso Samurai.

Un dettaglio che, fuori dalla fiction, riflette forse l’ambiguità di rapporti che intercorrono tra le forze dell’ordine e gli apparati fascio-criminali.

 

I personaggi femminili

Un altro importante scarto che si rileva rispetto alla scorsa stagione è il protagonismo, sempre più marcato, dei personaggi femminili che popolano la serie.

Se i tre protagonisti maschili riflettono un machismo ormai collassato su sé stesso – l’incapacità di sondare l’ambiguo rapporto con la sorella da parte di Aureliano; l’impossibilità di conciliare la propria omosessualità con il suo futuro ruolo di capo e padre di famiglia da parte di Spadino; l’insormontabile difficoltà di confrontarsi con la figura del padre da parte di Lele –, le donne di Suburra sembrano invece ritagliarsi uno spazio che – nel bene e nel male – coincide con il loro tentativo di auto-determinarsi.

Così la madre e la moglie di Spadino si fronteggiano per il potere al pari di due patriarchi, la giovane Nadia non tentenna affatto nello strappare lo scettro del comando al padre, la poliziotta Cristina rifiuta i “ranghi” per una scalata a  e Sara Monaschi trama nell’ombra con un’abilità da fare invidia al temibile Samurai.

Certo, è un’autodeterminazione che sembra emulare le peggiori categorie di sopraffazione fondate dal sistema patriarcale ma dimostra comunque che l’immaginario è adesso permeato da un nuovo soggetto il cui corpo vuole imporre la propria rivoluzione.

 

La colonna sonora

L’altra notevole sorpresa di Suburra 2, infine, sta nella scelta della colonna sonora.

Sia la sigla sia le tracce che scortano i fotogrammi della nuova stagione sono attinte dalla scena del rap romano “old school” (la crew dei Brokenspeakers e quella, più nota a livello nazionale, dei Colle Der Fomento), quasi a voler rimarcare che il sottobosco più profondo della città eterna sfugge alle – sia pur accreditate – narrazioni delle tendenze mainstream del momento, quali la Trap.

Che la “Grande Onda” sia tornata per sopperire al vuoto di controcultura antagonista in cui l’Italia sembra essere sprofondata?

Forse. Intanto è un buon segnale di dialettica tra vecchio e nuovo mondo, tra la “strada” di ieri e quella di oggi sullo skyline di una città tanto oscura quanto unica nel portare a galla le contraddizioni che riguardano un interno Paese e continente.

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I Diavoli

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