Il libro

Spread, il mantra
della catastrofe

Un estratto da "Tutto è in frantumi e danza" (La Nave di Teseo, 2017) di Guido Maria Brera ed Edoardo Nesi. Nel brano che segue Brera racconta del momento in cui “spread” divenne la parola sulle labbra di tutti.

13 luglio 2017

L’hanno chiamata crisi dei debiti sovrani. È stata una guerra invisibile contro la moneta unica europea e contro la stessa unione continentale. Ha avuto inizio in un piccolo Paese bagnato dal Mediterraneo: la Grecia. Poteva essere scongiurata con poco, se ce ne fosse stata la volontà politica, invece ha rischiato di trasformarsi in un’apocalisse. Da allora niente è stato più come prima. Dogmi che si credevano inviolabili sono saltati e la finanza stessa ha mostrato il suo volto più feroce, quello di dispositivo biopolitico capace di condizionare le esistenze di milioni di donne e uomini.

Ripercorriamo l’esplosione di quel contagio invisibile – che poteva rompere gli equilibri dell’UE e che di fatto, attraverso la cosiddetta austerity, ne ha condizionato gli orientamenti – pubblicando un estratto da Tutto è in frantumi e danza (La Nave di Teseo, 2017) di Guido Maria Brera ed Edoardo Nesi.

Nel brano che segue Brera racconta del momento in cui “spread” divenne la parola sulle labbra di tutti, il mantra dell’imminente catastrofe.

Dicono che la finanza sia come una grande stanza buia, e ogni tanto qualcuno accende una torcia e punta la luce in un angolo. D’improvviso tutti si accorgono di cosa ci sia in quell’angolo e di quanto sia importante, e cominciano a parlarne sulle colonne dei grandi giornali del mondo e non smettono finché non si crea un consenso generale sul da farsi.

Poi agiscono.

Ora la luce è puntata sul debito dei paesi europei. La rozza Bestia di Yeats è finalmente arrivata a Betlemme, ed è in quel momento che il sogno dei padri fondatori dell’Europa si spezza: quando la possibilità di frammentazione dell’unione monetaria smette di essere un’ipotesi astratta per prendere vita e incarnarsi in un indicatore abbastanza oscuro, che fino a quel momento s’era mosso ben poco e aveva riguardato principalmente gli studiosi di finanza teorica. È lo spread, cioè la differenza tra i tassi di interesse dei titoli emessi dal paese egemone, la Germania, e i tassi dei titoli degli altri paesi d’Europa.

Diventa subito lo strumento ideale per misurare la distanza tra il sogno e la realtà, lo spread: è l’immagine perfetta, e misurabile ogni giorno nelle borse di tutto il mondo, dell’inefficienza di quello che in teoria avrebbe dovuto essere un sistema monetario unico, composto da stati i cui tassi di interesse erano, se non identici, almeno molto vicini.

Sarà dalle sue fluttuazioni che, d’ora in poi, si dedurrà il valore che il mercato attribuisce alla sostenibilità del debito dei singoli paesi. Oppure, per farla più semplice, sarà lo spread a misurare la febbre dell’Europa. E la febbre comincia subito a salire.

È la rottura di un dogma. Ciò che era rimasto in letargo per anni si sveglia all’improvviso, e in finanza non esiste nulla di più pericoloso di qualcosa che non si muove mai, perché poi quando si muove…

Gli operatori di tutto il mondo iniziano a inviare contemporaneamente ordini di vendita sui titoli di stato greci e d’acquisto sui titoli di stato tedeschi, così da far impennare lo spread e alimentare la paura dei mercati e della politica di essere sul punto di assistere all’uscita dall’euro della Grecia. Forse, anche al collasso dell’euro stesso.

Si apre una crisi al buio, senza possibilità di soluzione immediata e potenzialmente persino senza sbocco, perché nei trattati non è stato previsto un meccanismo di uscita dall’unione monetaria e dunque nessuno è in grado di dire cosa potrebbe succedere se la situazione continuasse ad aggravarsi.

Per quanto possa sembrare incredibile, un’Europa che riunisce in un’unione monetaria ben sedici stati diversissimi tra loro, dalla Francia alla Slovacchia, dall’Olanda a Cipro, non ha pensato a un meccanismo di difesa della moneta comune in caso di crisi finanziaria di uno degli stati che ne fanno parte.

Siamo in terra incognita. A questi livelli dello spread i greci non possono né rimanere nell’euro, né uscirne. Nel frattempo perdono l’accesso ai mercati, perché le agenzie di rating si svegliano e unanimemente decretano che la Grecia è sull’orlo del fallimento, e nessuno vuole più prestarle nulla.

Del resto, dopo la sortita di Papandreou, il re è nudo.

Come può non esserci un’enorme differenza di rendimento e di valore tra un Bund e un titolo greco? Com’è possibile che stiano insieme, nella stessa Europa e usando la stessa valuta, Berlino e Atene? E poi, ancora e soprattutto, com’è possibile che per dodici anni nessuno – né l’Europa, né i grandi giornali, né le banche (soprattutto quelle francesi e tedesche) che pure avevano prestato ad Atene somme enormi, né le agenzie di rating, nessuno – si sia accorto che i bilanci greci erano truccati?

Potrebbero esserlo, allora, anche i bilanci di altri stati europei? Tipo quelli di Spagna e Italia? E che dire dei bilanci delle loro banche, pieni zeppi come sono di titoli di stato? E che dire dei bilanci di tutte le banche europee? È possibile che stiano tutte bene? Anche quelle inglesi e irlandesi che s’erano lanciate sul mercato immobiliare americano e si ritrovano la pancia piena di derivati? Anche quelle italiane e spagnole che si son prese in carico i fallimenti di centinaia di migliaia di aziende manifatturiere?

A chi si deve credere? Anzi, a chi si può credere?

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