La recensione

I sogni elettrici
di Philip K. Dick

"Philip K. Dick’s Electric Dreams" è la nuova serie cult ispirata ai racconti del maestro della sci-ficton e che ne rispetta la sua anima più politica e visionaria. Si lascia affascinare da un piccolo e prezioso oggetto del desiderio, un mondo altro in cui l’Umano sfuma continuamente nei suoi simulacri artificiali e la feroce avversione di Dick verso il maccartismo produce infinite società in cui potere è sinonimo di controllo occulto.

11 ottobre 2017

“Io sono Vivo, voi siete morti”
Philip K. Dick – Ubik

“Dio promette la vita eterna” disse Eldritch. “Io posso fare di meglio; posso metterla in commercio.”

Philip K. Dick – Le tre stimmate di Palmer Eldritch

Il 17 settembre 2017, su Channel 4, debutta una nuova serie TV prodotta dall’omonimo canale inglese insieme ad Amazon Prime Video (che ospiterà gli episodi per la distribuzione USA) e Sony Pictures Television. Ispirata interamente alle opere di Philip K. Dick e intitolata Philip K. Dick’s Electric Dreams, con evidente riferimento al titolo originale del romanzo breve più famoso dell’autore, Do Androids Dream of Electric Sheep?, che in italiano suona più o meno Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, la serie promette bene già dal trailer. È singolare che sia proprio l’opera del ’68, tradotta in Italia col più sobrio nome Il Cacciatore di Androidi, a ispirare il titolo di questa singolare operazione Tv britannica.

In totale controtendenza con l’odierno protrarsi dello sviluppo seriale, che vede come scelta principale la moltiplicazione del tempo e lo sviluppo ossessivo dei personaggi, gli autori di Electric Dreams scelgono la propria dimensione nel racconto finito, presentando episodi slegati tra loro, strutturati in sé stessi e abilmente selezionati. Ne vengono fuori 10 “sogni elettrici”, sogni a occhi aperti in cui la narrazione stessa viene affidata a individualità distinte, cioè il meglio degli sceneggiatori americani attualmente su piazza.

Quasi schierando una squadra di calcio fatta solo di eccellenze, ogni capitolo si avvale di una firma di prestigio: Matthew Graham (Life On Mars), David Farr (The Night Manager), Jack Thorne (Harry Potter e la maledizione dell’erede), Ronald D. Moore (Outlander, Battlestar Galactica), Tony Grisoni (The Young Pope), Jessica Mecklenburg (Stranger Things), Dee Rees (Bessie), Travis Beacham (Pacific Rim, Scontro tra titani), i veterani Kalen Egan e Travis Sentell (The Man in the High Castle) già sperimentatori di suggestioni dickiane e infine Michael Dinner (Justified, Master of sex, Sons of Anarchy).

Il parterre di sceneggiatori si confronta a colpi di penna allo scopo di restituire scenari e personaggi venuti fuori dalla prolifica mente di Dick e, in particolare, delle sue short story dei primi anni ‘50. L’obiettivo è più che ambizioso, ma il merito sta già nella scelta delle storie che vanno dal ‘53 al ‘55. Anni fondativi per la fantascienza americana, in cui proliferavano magazine straordinari, densi di spazi narrativi modernissimi e, purtroppo, spesso dimenticati. I Racconti vengono pubblicati su riviste utopiche: Imagination, Amazing, IF, Future Science Fiction, Startling Stories, Science Fiction Adventure e Galaxy, veri e propri contenitori di magie, di costruttori dall’inarrivabile ingegno e di copertine fantasmagoriche che in Italia furono presto ispirazione per la collana Urania, e poi, negli ’80, riferimento per riviste illustrate come l’Eternauta e Frigidaire.

La scelta della serie è quindi affidarsi al Dick degli esordi – il suo primo racconto, “The Little Movement”, è infatti del 1952 – e di attingere a un corpus di racconti che presenta un immaginario meno noto e più visionario. Scelta singolare e politica, in totale controtendenza con il mercato. Rinunciando al già noto,  Philip K. Dick’s  Electric Dreams si lascia affascinare da un piccolo e prezioso oggetto del desiderio, un mondo altro in cui l’Umano sfuma continuamente nei suoi simulacri artificiali e la feroce avversione di Dick verso il maccartismo produce infinite società in cui potere è sinonimo di controllo occulto.

Ma facciamo un passo indietro.

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Philip K. Dick nasce nel 1928, la sua gemella muore dopo pochi giorni dal parto. Cresce con la madre, una donna nevrotica e anaffettiva che lo costringe a una perpetua infelicità. L’infanzia dolorosa lascia il segno e consegna Philip a una precoce e tormentata esistenza da tossicomane. Un giovane uomo dalle tendenze suicide, sbandato e paranoico.

Dick è lo scrittore fallito per eccellenza, che sbarca il lunario scrivendo ossessivamente un racconto dopo l’altro, e intanto, all’insaputa del mainstream che lo respinge, ibrida la fantascienza con la satira e la parodia con la politica. In silenzio, come un artigiano del futuro, innesta il gusto per la detective story – ispirandosi a maestri del calibro di Wells e Van Vogt – nell’ erotismo velato delle sue protagoniste femminili. Dietro una porta chiusa, che cercherà disperatamente di aprire, diventa il sommo Cantore della science fiction, il precursore di quello che sarà poi definito Cyber-punk. Novello Van Gogh, è l’autore che sfonderà qualsiasi barriera di notorietà senza avere il piacere di saperlo e senza visualizzare quel flashforward che, di fatto, lui stesso ha inventato.

A sua insaputa Dick è uno degli autori dai quali Hollywood ha attinto a piene mani e spesso malamente, un saccheggio costante e certosino che ha portato il suo nome al successo e che, ironia della sorte, si vedrà pochi giorni dopo la sua morte (1982) con l’arrivo in sala del Blade Runner di Ridley Scott, tratto appunto da Do Androids Dream of Electric Sheep? E realizzando anche, con la sua dipartita, un ennesimo tragico racconto dei suoi. 

Blade Runner, è utile ribadirlo, diviene subito un successo planetario, e in seguito Il Cult dei Cult per tutto il cinema che segue, tanto che ancora oggi, dopo trentacinque anni dalla sua distribuzione, il pubblico planetario ha vissuto in trepidante attesa l’arrivo in sala di Blade Runner 2049, a firma di Villeneuve (uscito il 4 ottobre). Insomma, grazie al Rick Deckard interpretato da Harrison Ford e allo struggente replicante Roy interpretato da Rutger Hauer, il mondo di Dick inizia a sfondare il muro del silenzio, utilizzando un impietoso rewind e proiettando lo sconosciuto Philip nell’iperuranio dei più grandi. Ma visto che Philip non è fortunato come Rachel (Sean Young in Blade Runner) e non presenta alcun difetto di fabbricazione, molto banalmente muore prima di vedere cose che noi umani…

Tuttavia fa in tempo a porre uno dei quesiti più affascinanti in seno alla letteratura fantascientifica, ovvero: fino a che punto l’uomo può dirsi Umano? Tema cardine della sua poetica, troppo spesso eluso dal cinema che seguirà.

Dopo l’epifania dell’82, infatti, in un grottesco gioco rovesciato delle parti, è proprio il mainstream hollywoodiano, quello puro e feroce, per intenderci: quello da cassetta, a prendere spunto dal suo immaginario normalizzandone gli affondi rivoluzionari e utilizzando quasi sempre solo l’involucro delle sue profonde speculazioni. Così, come per magia, i ‘90 si aprono con Atto di Forza (Total Recall), in cui il massiccio Arnold Schwarzenegger banalizza a colpi di cazzotti uno dei racconti più complessi dello scrittore (We Can Remember It For You Wholesale), nel quale, totalmente inascoltati, emergono per la prima volta due degli aspetti fondamentali dello stile dickiano: una particolare affinità con il kitsch e la sensazione di costante sbalordimento dei suoi personaggi.

Il nuovo millennio cinematografico è integralmente suo, gli Usa sfornano in rapida successione e senza soluzione di continuità Impostor (2001), Minority Report (2002), Paycheck (2003), A Scanner Darkly (2006), Next (2007), ma la carcassa è grande e gli anni Dieci si affidano alla sua inventiva lasciando stare la poetica,  regalando a un pubblico di credenti gli scialbi adattamenti di Radio Free Albemuth (2010) e I guardiani del destino (The Adjustment Bureau, 2011), e infine gli imbarazzanti remake Total Recall (2012) e Minority Report (stavolta per il piccolo schermo, 2015).

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Insomma Dick è tutto quello che serve per fare un buon film di successo, e inutile aggiungere l’importanza e l’influenza massiccia della sua filosofia e delle sue liricissime paranoie precognitive, che spuntano come semi sparsi in tutto l’impianto visivo e narrativo del cinema contemporaneo. Senza lo scrittore americano  non sarebbero mai esistite saghe e film di culto come Terminator, The Truman Show, o The Matrix, né tantomeno le serie che hanno fatto la storia della televisione come Lost o quelle che si concentrano sulla contorsione distopica dello spazio-tempo partendo da Dottor Who passando per Fringe e fino ad arrivare a Black Mirror.

È per questo che oggi, quasi come un dovuto tributo postumo, il mondo delle serie cerca di riportare la riflessione contemporanea dell’immaginario dickiano verso una sorta di redenzione, spingendosi oltre i confini del mainstream, dell’incasso a ogni costo e cercando di risarcire l’autore-culto con adattamenti che tendono alla sua dimensione più vera, politica e undergound. In questa precisa ottica prende vita l’adattamento di La svastica sul sole (The Man in the High Castle, 2015), giunto con successo al rinnovo per una terza stagione su Amazon Video e, senza dubbio, verso questo nuovo territorio si iscrive il progetto di Philip K. Dick’s Electric Dreams con i suoi 10 episodi (ognuno di circa 60 minuti) tutti indipendenti tra loro e senza badare più di tanto al botteghino.

Come un regalo inaspettato in Philip K. Dick’s Electric Dreams la scelta dell’episodio singolo regala a questa coraggiosa serie anche un’altra sorprendente bizzarria, moltiplicando una quantità ragguardevole di ruoli attoriali: tutti solidi e distinti. Un boccone ghiotto cui interpreti illustri non riescono a rinunciare.

Così i dieci capitoli prendono forma sperimentando scrittura, regie e ruoli di cui è interessante seguirne sfaccettature e sorti. Nel primo episodio: “In the Hood Maker”, basato sulla short story pubblicata nel ‘55 sul magazine Imagination, è Richard Madden, il Robb Stark del Trono di Spade, a confrontarsi con una perfetta Holliday Grainger, l’ultima Cenerentola di Kenneth Branagh, in una storia d’amore tra telepati. In “The Impossible Planet”, omonimo del racconto uscito nel ‘53 ancora su Imagination, è il talentuoso Jack Reynor, l’intellettuale del vinile di Sing Street, a confrontarsi con l’icona del cinema mondale Geraldine Chaplin, in un viaggio che trascende i limiti del possibile.

Il terzo episodio, “The Commuter”, dal racconto pubblicato sulla Fanzine Amazing del ’53, ha come protagonista il sommo Timothy Spall, il Turner di Mike Leigh, nonché il personaggio di coda liscia della saga di Harry Potter. Qui l’attore è messo a confronto con Hayley Squires, la coprotagonista di Io Daniel Blake, e scopre da impiegato di una stazione ferroviaria che i pendolari viaggiano verso una città che non dovrebbe esistere. Il quarto episodio, “Real Life”, tratto dal racconto “Exhibit piece” uscito nel ‘54 sulla rivista di science fiction IF, vede la simbiosi investigativa di due dei migliori attori “seriali” dei nostri tempi, ossia la Anna Paquin di True Blood e il Terrence Howard di Empire.

L’interpretazione dell’episodio “Crazy Diamont”, invece, tratto dal racconto “Sales Pitch” del ’54, uscito sul magazine Future Science Fiction, è affidata a un incredibile Steve Buscemi, coinvolto in un clamoroso furto del futuro. Mentre “Human Is”, tratto dall’omonimo racconto del ‘55 per la rivista Startling Stories, vede come protagonista Bryan Cranston (Breaking Bad), in cui l’attore culto, nonché produttore dell’intero progetto seriale, sperimenta una tormentata relazione coniugale. Per “Kill all others”, ispirato a “The Hanging Stranger” pubblicato in Science Fiction Adventure nel ’53, è la Norma Bates (Vera Farmiga) di Bates Motel a svolgere il ruolo della fredda donna politica che fomenta la violenza in uno paese ormai allo sbando.

In “Autofac”, dall’omonimo racconto del ‘55 uscito su Galaxy, invece, è Juno Temple, geniale scopritrice di talenti della serie Vinyl, a condurre la rivolta verso chi ritiene il libero arbitrio solo un ritardo del consumo dei prodotti. In “Safe and Sound”, ispirato a “Foster You’re Dead!”, uscito su Star Science Fiction Stories nel ’55, sarà Annalise Basso (Captain Fantastic), affiancata dalla star di E. R. Maura Tierney, a dar forma alla paranoia esistenziale di una società ossessionata dalla sicurezza. Infine, nell’ultimo episodio, toccherà alla coppia Greg Kinnear (Little Miss Sunshine) e Jack Gore (The Michael J. Fox Show)  dover configgere nei meandri del rapporto padre-figlio, durante un’invasione aliena.

L’operazione complessiva di Philip K. Dick’s Electric Dreams, tra sceneggiature e cast stellare, si discosta dal già visto proponendo una libera interpretazione di Dick che si concentra sui significanti più che sui semplici significati dei suoi racconti. Grazie a questa scelta di prolificazione dei punti di vista, la serie compone e destruttura generi differenti passando dal “drama” antirazzista di un poliziotto telepatico (chiaro omaggio al Rick di Blade Runner) al noir robotico.

Dalla crook story, ambientata in un futuro post-apocalittico, alla paura del diverso che esplode in una metropoli fagocitante. Dal padre alieno al marito violento, da macchine più sagge degli umani a viaggi simulati. Il tutto tenuto insieme attraverso una rappresentazione complessiva che produce una singolarità impeccabile, quasi aspirando all’atmosfera dell’indimenticabile serie tv degli anni ‘60 The Twilight Zone, in cui per ogni episodio la stentorea voice off annuncia che:

“C’è una quinta dimensione oltre a quelle che l’uomo già conosce; è senza limiti come l’infinito e senza tempo come l’eternità; è la regione intermedia tra la luce e l’oscurità, tra la scienza e la superstizione, tra l’oscuro baratro dell’ignoto e le vette luminose del sapere: è la regione dell’immaginazione, una regione che potrebbe trovarsi ai confini della realtà.”

E Philip K. Dick’s Electric Dreams prova a spingersi ai confini della realtà, la realtà di un mercato spesso ottuso e impietoso verso l’opera di un maestro come Dick. Quello che resta è senza dubbio un tentativo assolutamente politico e in controtendenza, che ha l’obbiettivo di investigare la poetica più che la retorica di Dick, attingendo alle maglie più nascoste del suo sterminato immaginario. Philip K. Dick’s Electric Dreams meriterebbe quindi il successo da riservare alle opere di puro coraggio e non resta che augurare alla serie buona fortuna in attesa della prossima opera ispirata al maestro della sci fiction, sicuri del fatto che sia dietro l’angolo, ma speranzosi che si orienti nella giusta “quinta” dimensione.

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