La seconda stagione di “The Handmaid's Tale”

La rivoluzione è femmina

“The Handmaid’s Tale” è la narrazione di una civiltà distopica in cui si impone una teocrazia neoconservatrice, dove ogni forma di libertà è negata e il tessuto connettivo tra le persone è soppresso attraverso una folle reinterpretazione delle sacre scritture, costringendo tutte le donne a un destino oscuro e disperato. Nella seconda stagione si compie tuttavia un percorso decisamente più coraggioso e tortuoso, in cui non è solo la protagonista Diffred – interpretata dalla bravissima Elizabeth Moss – a riappropriarsi del proprio nome, June, ma un corale smottamento del silenzio, attraverso cui ogni personaggio femminile emerge dal proprio percorso individuale, convergendo in una nuova e dirompente coscienza collettiva. La lotta delle donne, per riaffermare una nuova stagione di consapevolezza, sta per cominciare.

22 agosto 2018

Dancing in the dark

Message keeps getting clearer
radio’s on and I’m moving ’round the place
I check my look in the mirror
I wanna change my clothes, my hair, my face
man I ain’t getting nowhere
I’m just living in a dump like this
there’s something happening somewhere
baby I just know that there is

You can’t start a fire
you can’t start a fire without a spark
this gun’s for hire
even if we’re just dancing in the dark

Bruce Springsteen

 

Chiamami col mio nome
Nella prima serie di The Handmaid’s Tale la narrazione procede tagliente come un rasoio nel descrivere una civiltà distopica (chiamata Gilead) in cui il tessuto connettivo tra le persone e ogni emozione e pulsione sono state soppresse, strappate, vilipese.

Una teocrazia neocon dove ogni forma di libertà è negata attraverso una folle reinterpretazione letterale delle sacre scritture, costringendo tutte le donne al silenzio e alla menzogna poiché costantemente “Sotto il suo occhio”.

L’occhio di chi, poi, non è mai chiaro. Lo si vorrebbe del Divino, o meglio, del controllo globale instaurato da una società misogina e maschilista con la legittimazione letterale di un Dio spietato per conto dei suoi ministri. Un mondo degli uomini, un mondo contro le donne.

Alla prova della seconda stagione, The Handmaid’s Tale riafferma una capacità prefigurante fuori dal comune, pescando a piene mani dalla cronaca del nostro tempo intessendo, a livello visivo e di sceneggiatura, gli orrori del reale contemporaneo con le finzioni del mondo distopico di Gilead.

Non è difficile scorgere, sequenza dopo sequenza, le immagini campionate da giornali e notiziari provenienti dal Medio Oriente o dall’Europa: impiccagioni per strada, migranti ammassati, mutilazioni, monumenti e chiese distrutte.

La seconda stagione compie tuttavia un percorso decisamente più coraggioso e tortuoso, in cui non è solo la protagonista Diffred – interpretata dalla bravissima Elizabeth Moss che si riappropria del suo nome di battesimo, June – ma in un corale smottamento del silenzio, ogni personaggio femminile emerge dal proprio percorso individuale, convergendo in una nuova e dirompente consapevolezza collettiva al femminile.

Mentre i SUV dei “Custodi” e degli “Occhi” – contenitori in cui scompare l’umanità – continuano a sfrecciare per quartieri all’apparenza signorili, e il destino non è altro che oscurità e disperazione, le ancelle cominciano a pronunciano il loro vero nome, le “Marte” dismettono il ruolo di testimoni silenti della barbarie, e, addirittura le mogli trovano la forza della protesta.

Con una sceneggiatura che non lascia nulla al caso, l’abilissimo show runner Bruce Miller amplia il romanzo della Atwood costruendo 13 puntate una più perfetta dell’altra, corredate da musiche spettacolari e da immagini che nulla hanno da invidiare ai quadri di Veermer, culminando in una resa dei conti mozzafiato che non lascerà delusi i più “devoti” cultori.

Premesse
Margaret Atwood scrive The Handmaid’s Tale (Il Racconto dell’Ancella) a Berlino Ovest nel 1984, ispirandosi alla situazione politica della prima metà degli anni Ottanta, quando  URSS e USA si guardano in cagnesco al di qua e al di là dal Muro.

Non è affatto singolare che, poco prima dell’elezione di Trump e in pieno oscurantismo americano, la struggente storia di Diffred trovi nuovamente il modo di emergere e, attraverso il nuovo medium seriale, di ripresentarsi attualizzata e arricchita.

La Atwood, sacerdotessa delle distopie, muove il suo romanzo intorno alla visione di un  mondo impazzito dalla perdita del futuro.

La prima stagione di The Handmaid’s Tale, invece, si pone un semplice domanda: Cosa fare di una società  incapace di procreare e di rigenerarsi? La risposta è servirsi delle donne, costi quel che costi. Basta un solo vagito per barattare ogni forma di umanità.

Speriamo che sia femmina
Terrorizzati dall’idea di un’esistenza destinata all’estinzione – la Fine dei Tempi delle religioni salvifiche – Gilead prende forma consapevole nella rinuncia alla libertà in favore di uno stato di polizia che ne garantisca la sopravvivenza.

Ed è proprio dai primi vagiti dei figli di una maternità surrogata e mostrificata dall’ortodossia della Fede che la seconda serie prende slancio, trovando la dirompente chiave per la rivolta.

La maternità subìta, desiderata, rinnegata e accettata, è il tema su cui il nuovo plot inizia a tessere una sottile tela fatta di mani di donne dapprima inconsapevoli ma via via sempre più determinate.

La prima parte della narrazione si concentra sulla riappropriazione dei nomi, aprendo il racconto a una visione più corale del mondo di Gilead: June, incinta e in fuga, si spoglia dei panni dell’ancella per ritrovare progressivamente la propria identità; Emily, la lesbica rivoluzionaria della prima stagione, è invece finita a rimpolpare la forza lavoro in schiavitù delle Colonie, arando campi malsani e infecondi in attesa della morte insieme a Janine, l’ancella che ha tentato il suicidio per non lasciare sua figlia nelle mani di estranei.

Alle tre donne si aggiunge in punta di piedi la quindicenne Eden, prototipo della giovane moglie ideale salda nel culto gileadiano, che sceglierà di credere nell’amore insegnatole dalle Scritture piuttosto che vivere nella menzogna. Il sogno di quelle come Eden non può trovare spazio nell’incubo di Gilead.

Le varie protagoniste sono rappresentate dapprima come monadi solitarie, ognuna con il proprio fardello: sogni spezzati e speranze che si infrangono nel silenzio di un “sia Lode”.

Qualsiasi gesto compiano, anche il più timido scostamento dal solco dannato riservato al genere femminile dal patriarcato di Gilead, risulta vano.

Le donne sono condannate all’eterno ritorno nel fondo del baratro: piegate, stanche e sole. Ma la società scricchiola e i nuovi nati, come per “punizione” divina, sono bambine. “Speriamo che sia femmina” recitava Mario Monicelli in una celebre pellicola, ma forse non oggi e non a Gilead.

Dalla parte delle bambine
La prima ad accorgersi del paradosso legato alla maternità è l’insospettabile moglie del comandante Waterford, Serena, che come si lasciava intuire nella precedente stagione è forse il personaggio più dolente e complesso della seconda serie.

Di fronte all’inspiegabile malattia di una delle nuove nate, il personaggio della crudele moglie del comandante  – nonché  vera teorica della filosofia teocratica di Gilead –  tenterà di tutto per salvare la vita alla neonata, prima con la scienza poi con la fede, scoprendo con sgomento quale inesorabile legame ci sia tra una madre e una figlia.

Sarà la stessa Janine, rientrata con Emily dalle Colonie in seguito a un attentato suicida di un’ancella, a salvare con un semplice abbraccio quella che è sua figlia.

È il richiamo del sangue, il riscatto delle ancelle contro le mogli. Un’affermazione dello stesso doloroso legame tra June e sua madre Holly (Cherry Jones), rivissuto attraverso continui flashback.

Solo a Gilead l’ancella comprenderà il messaggio politico dirompente della madre, attivista femminista, ripetendo“fa che tua figlia sia una femminista” alla bimba che porta in grembo: sii la figlia che io non sono riuscita a essere.

Madri e figlie, all’ apparenza solo questo. Ma il concetto di maternità che The Handmaid’s Tale decide di mettere in scena è molto più complesso, e scava i suoi solchi in profondità.

Quali madri? Quali figlie? Quando June, riportata alla sua quotidiana galera, tenterà di porre fine alla sua vita, pronta a sacrificare anche l’innocenza della nascitura, sarà inaspettatamente Serena a darle aiuto.

In questo nuovo sodalizio tra l’algida moglie e l’ancella riproduttrice c’è tutto il senso della serie, che si apre a un concetto di maternità collettivo più simile al mondo delle femministe degli anni Settanta. Prima due, poi dieci e infine mille madri per la stessa bambina.

“Non avrebbero dovuto darci un’uniforme se non volevano diventassimo un esercito” scandiva Difred nella prima stagione, ma oramai l’esercito non conta più solo le ancelle.

Le uniformi si mischiano, le schiere delle donne iniziano a interagire qualunque sia il posto nella società assegnato loro dagli uomini, tutte unite per stare “dalla parte delle bambine”, come il felice titolo di una collana femminista di fiabe illustrate edita alla fine degli anni Settanta.

Non una di meno
Se fino a questo momento i personaggi femminili hanno rappresentato una moltitudine di solitudini disperanti, le ultime tre puntate della seconda serie danno alla narrazione una sterzata decisamente politica, con un progressivo avvicinamento all’idea di una dimensione collettiva non più relegata al rosso delle ancelle, ma in grado di contagiare e comprendere prima il verde chiaro delle Marte e, infine, il verde acceso delle Mogli.

E mentre nella notte incendiata una bambina passa di mano in mano, di uniforme in uniforme, si compie la scelta delle donne di Gilead: una scelta di sacrificio e di rabbia, fino al fenomenale colpo di scena finale.

“Ni una Menos” recitava Susana Chávez per denunciare i femminicidi di Ciudad Juárez.

Una frase adottata da un intero movimento giunto in Argentina e dilagato in tutta l’America Latina, per poi sfociare nel parallela “Women’s March” che negli States ha visto migliaia di donne riaggregarsi contro Donald Trump.

Così anche in Italia, madri, figlie e sorelle, nella colpevole disattenzione dei media e nella latitanza di qualsiasi altra forma organizzativa di opposizione all’esistente, il movimento delle donne trova oggi una nuova e inaspettata forma globale fatta di voci e di resistenza.

Donne che tornano a lottare per se stesse, a riaffermare una nuova stagione di consapevolezza. Mentre corpi di donne reali riempiono piazze da troppo tempo vuote, The Handmaid’s Tale ribadisce un messaggio fondamentale, semplice e troppo a lungo dimenticato: riprendersi lo spazio che spetta alle donne nella società, riprendersi il potere decisionale sul proprio corpo, sulla vita, sul lavoro.

Come una scritta su un muro a Gilead così oggi il movimento delle donne  si riafferma in tutto il mondo. Non ci può essere una salvezza individuale senza una salvezza collettiva ci suggerisce il personaggio June Calando il cappuccio dell’uniforme rossa, sguardo gelido in camera mentre si volta camminando nella notte  infuocata.

La lotta sta per cominciare e l’esercito di madri, mogli e figlie è pronto a marciare sulle ceneri di Gilead. Nel mondo reale come in  the The handmaid’s tale  un passo inesorabile alla volta e Non una di meno.

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