Beirut, da un litigio di quartiere a un affare di stato

La necessità di affrontare la memoria

Ziad Doueiri è riuscito ad affrontare in maniera franca e priva di cliché il problema della riconciliazione nazionale, in un paese dove il lascito dell’odio ha prevalso sul lavoro della memoria. Una riconciliazione che ha la necessità di essere interiorizzata dal singolo per potersi realizzare nella collettività, abbandonando la convinzione che ci vorrebbe sempre più perseguitati dell’altro, riconoscendone il dolore.

15 gennaio 2018

In un vicolo di Beirut, dell’acqua sporca cade sulla testa di Yasser, capocantiere di una ditta di costruzioni, mentre sta facendo dei sopralluoghi. L’acqua fuoriesce dal buco di scarico del balcone su cui Tony sta annaffiando le piante. Uno scambio di battute, Yasser si offre di sistemare la conduttura ma Tony, con un’aggressività apparentemente immotivata, prende a martellate il tubo riparato; Yasser, amareggiato, si lascia sfuggire un’espressione di offesa. L’insulto del titolo, o meglio il primo degli insulti. Potrebbe essere una normale scena di vita quotidiana, ma non lo è, perché siamo a Achrafieh, quartiere cristiano di Beirut, perché Yasser è un rifugiato palestinese, perché Tony è appena stato a un convegno politico del partito cristiano-maronita libanese, di cui è un fanatico sostenitore.

Questo è l’evento scatenante che dà avvio all’intreccio di L’insulto, quarto lungometraggio di Ziad Doueiri, nato a Beirut nel ’63, doppio passaporto libano-francese e una carriera come operatore di macchina di Quentin Tarantino.

Il regista, non appena atterrato a Beirut di ritorno dalla Mostra del cinema di Venezia 2017 dove ha presentato il film, è stato arrestato con l’accusa di collaborazionismo con Israele. Accusa che è in realtà legata a un precedente film, The Attack, ma è stata riportata a galla alla vigilia dell’uscita in Libano di L’insulto, e testimonia quanto il film vada a segno nel sollevare apertamente questioni socio-politiche legate al recente passato del popolo libanese.

Il recente passato del Libano è segnato dalla guerra civile che ha devastato il paese dal 1975 al 1990, trascinandosi fino ad oggi. Nel garage dove Tony lavora come meccanico riecheggia da una televisione la voce di Bashir Gemayel, che durante la guerra fu capo delle Falangi Libanesi, partito cristiano, nazionalista e conservatore, poi presidente solo per pochi giorni nell’82, prima di essere ucciso da un attentato.

Il celebre discorso pronunciato da Gemayel, che Tony ripete a mezza bocca, afferma che i palestinesi non sono i benvenuti in Libano.

Yasser invece vive nel campo profughi palestinese della città, possiede un documento da rifugiato. Con tali premesse è inevitabile che il loro scontro si trasformi in breve tempo in un affare di stato, che si consumerà, oltre che nell’aula di tribunale dove Tony trascinerà Yasser, nelle strade di Beirut, tra la gente schierata o dalla parte del primo, o del secondo, a seconda di quello che i due rappresentano socialmente.

L’insulto è uno di quei film votati a questionare la realtà in cui si collocano. Da un episodio particolare il campo visivo indietreggia per poter cogliere una visione più vasta, operazione compiuta anche dalla macchina da presa, che dai primi piani ravvicinati dei protagonisti passa a scene di guerra urbana e a riprese aeree di Beirut.

La cinepresa sorvola palazzi affastellati l’uno sull’altro che portano i segni di una ricostruzione troppo frettolosa, la cui approssimazione sembra materializzare nelle sbrigative colate di cemento la mancata elaborazione della memoria storica della città e del paese. Ma la capacità registica è anche quella di rendere credibile un film procedurale in stile americano – la traduzione letterale del titolo arabo è “Caso numero 23” – in un tribunale del Medio Oriente, in cui le due fazioni si affrontano con arringhe che ribaltano di volta in volta il punto di vista dei giudici e quindi dello spettatore.

L’insulto è prima di tutto un eccellente lavoro di scrittura, la cui sceneggiatura, scritta a quattro mani dal regista e da Joelle Touma, è in grado di rendere credibili gli sviluppi del processo e allo stesso tempo di ripercorrere in modo efficace e mai troppo didascalico alcuni fatti della recente storia libanese, dimenticati o quasi in Europa.

In primo luogo la strage di Damour, nel ’76, che causò la morte di quasi tutti gli abitanti cristiano-maroniti di un villaggio vicino Beirut in seguito a un’operazione militare palestinese, e il Massacro di Sabra e Shatila dell’82, in cui persero la vita centinaia di civili palestinesi per mano delle Falangi Libanesi con la complicità delle forze israeliane.

La caratterizzazione dei due protagonisti – Kamel El Basha, che interpreta Yasser, ha vinto la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile – non oscura i personaggi secondari, dal valore simbolico altrettanto importante: le figure femminili accanto ai due uomini ne rappresentano una versione mitigata e disposta al perdono in nome di una pacifica convivenza, sagge consigliere dei due granitici antagonisti, accecati da un orgoglio troppo intransigente e ottuso per ascoltarle; i due avvocati incarnano lo scontro generazionale tra chi ha vissuto gli anni della guerra ed è rimasto arroccato sulle antiche posizioni e chi, più giovane e aperto al cambiamento, è disposto ad accogliere i valori positivi della modernità.

Ziad Doueiri è riuscito ad affrontare in maniera franca e priva di cliché il problema della riconciliazione nazionale, in un paese dove il lascito dell’odio ha prevalso sul lavoro della memoria. Una riconciliazione che ha bisogno di essere interiorizzata dal singolo per potersi realizzare nella collettività, abbandonando la convinzione che ci vorrebbe sempre più perseguitati dell’altro, riconoscendone il dolore.

L’insulto è un film che ha un doppio merito, essendo capace sia di rappresentare la situazione socio-politica di uno stato proponendo una soluzione possibile, seppure attraverso un percorso lento e impegnativo; sia di cogliere l’universalità della natura umana e l’impossibilità di una presa di posizione manichea, e in questo ricorda il cinema dell’iraniano Asghar Farhadi; vediamo i due personaggi sovrapporsi, scoprendo punti comuni, esplicitati in modo ironico nella comune avversione per i prodotti cinesi, sottintendo la rispettiva consapevolezza delle ferite dell’altro, la condivisione di una ostinata dignità.

«Non volevo farne una questione politica», afferma Tony a metà del film, quando ormai il processo ha assunto le dimensioni di una lotta nazionale. L’insulto ci ricorda che nella contemporaneità e in particolare in Medio Oriente, ogni questione privata è anche una questione politica.

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