La recensione

“Loro”-pt.2 e Lui

Noi non siamo più l’agnello sacrificale, siamo i fedeli in attesa di redenzione. Lui non è più l’assenza che incombe sul film, è una presenza costante. Loro 2 è la seconda parte del dittico di Paolo Sorrentino su Silvio Berlusconi. Proprio nei giorni in cui esce il film, infatti, il Tribunale di sorveglianza di Milano riabilita il Cavaliere restituendogli la candidatura. Noi e Loro abbiamo perso, di nuovo. Lui ha vinto, come sempre.

17 maggio 2018

Noi non siamo più l’agnello sacrificale, siamo i fedeli in attesa di redenzione.
Lui non è più l’assenza che incombe sul film, è una presenza costante.
Loro sono i protagonisti, ma non sono più Loro. Sono altri.

È questo lo scarto tra la prima e seconda parte.
Dopo che Loro 1 aveva puntato tutto sul rimosso degli Anni Zero, per farsi esplodere nel cuore dell’immaginario berlusconiano senza mai svelarlo, la seconda parte del dittico sceglie di rivelare il demiurgo per via giudiziaria. E perde.

Proprio nei giorni in cui esce il film, infatti, il Tribunale di sorveglianza di Milano riabilita Silvio Berlusconi. Il Cavaliere è di nuovo candidabile.
Noi e Loro abbiamo perso, di nuovo. Lui ha vinto, come sempre.

In Loro 1 il regista Paolo Sorrentino e lo sceneggiatore Umberto Contarello avevano deciso di giocare sul terreno del nemico, di sfidarlo sul piano della produzione dell’estetica degli Anni Zero riuscendo nella sua demolizione. Paradossalmente, però, la pellicola arrancava proprio sotto il profilo delle immagini.

Alcune scene, come il camion della spazzatura che si ribaltava a rallentatore sui Fori Imperiali per non schiacciare un topo, rischiavano di essere (auto)parodia del cinema pop sorrentiniano.

In Loro 2,  invece, sono proprio le immagini a farsi memorabili. Le ragazzine che in palestra improvvisano un videoclip musicale softcore di Meno male che Silvio c’è. Il finto trailer della fiction Congo Diana, prodotta per accontentare l’attricetta amica degli amici e girata come un b-movie sporcaccione degli anni Settanta. Sono piccoli gioielli meta-cinematografici.

Eppure, proprio quando il film sembra trovare un respiro più disteso, ecco che torna a far capolino un moralismo ai limiti del didascalico, come nell’insistito dialogo tra Berlusconi e una Veronica decisa a divorziare. O in quello altrettanto superficiale con una ventenne, che sembra costruito solo per permettere una battuta a scoppio ritardato”, nota giustamente Paolo Mereghetti sul «Corriere della Sera».

Loro 2 è lo specchio di Loro 1.

E come nella camera oscura di marxiana memoria, nella seconda parte si ribalta completamente il senso ideologico della prima.

Se sul finale di Loro 1 la rappresentazione di Veronica Lario – come raffinata intellettuale che legge Saramago e rimprovera il marito per la sua poca cultura – era una piccola stonatura in un film che politicamente sceglieva di attaccare Silvio Berlusconi sull’unico terreno possibile: l’immaginario. In Loro 2 il j’accuse di Veronica Lario diventa totalizzante e insostenibile. Il dialogo tra i due vecchi coniugi in procinto di separarsi non racconta la fine di un amore, tantomeno la dimensione privata del potere. Si utilizza invece il corpo femminile per trasformarlo in un feroce inquisitore.

Lungi da regalare una dimensione intimista, le invettive di Veronica Lario sono l’alienante declamazione brechtiana di “una docufiction tra Santoro e Travaglio” (Marco Giusti per Dagospia).

È qui che la frase sul complesso d’inferiorità pronunciata da Lui si fa evidente. Lui, però, non è Silvio Berlusconi. È Nanni Moretti. Sorrentino cerca un cinema che non è il suo. E rimane inferiore.

Il suo cinema resta la scena magistrale del dialogo tra Lui e Ennio Doris, entrambi interpretati da Servillo, che moltiplica all’infinito la dimensione di film specchio e storia riflessa di Loro 2. O il monologo che segue, in cui Servillo / Berlusconi vuole tornare piazzista e vendere una casa a un cliente a caso pescato nell’elenco telefonico.

Per non farsi riconoscere dalla ignara casalinga, in questa scena la voce di Lui comincia a recitare un milanese spurio, per poi trascendere con l’incedere del monologo in una teatrale cadenza napoletana. Si palesa qui la scelta di non volere interpretare Lui, ma di voler indossare la maschera dell’attore che interpreta Lui. Al cospetto della maschera suprema, Sorrentino ci racconta magnificamente che il giullare può solo recitare se stesso che indossa la maschera.

Dire qualcosa mentre si è travestiti da Lui. Ecco l’unica cosa che possa compensarci di non poter essere o uccidere Lui.

Nelle infinite teorie di elenchi telefonici da cui Lui prende il numero a caso della casalinga, i libri dominanti nella villa in Sardegna – altro che Saramago! – si descrive la corruzione dell’immaginario assai meglio degli elenchi giudiziari e delle intercettazioni telefoniche. Nella diegetica dichiarazione di impotenza attoriale del meraviglioso Servillo nei confronti di Lui, di cui si può solo replicare la maschera, si dichiara la sconfitta di un paese impotente che si è fatto sopraffare dall’uomo incapace di godere.

È qui che Sorrentino dipinge magistralmente il crepuscolo degli dei. Nello scarto visuale della rappresentazione pubblica dell’immaginario – le infinite repliche notturne delle televisioni private lombarde diventate spettacolo a reti unificate nel prime time italiano – e i funerei dialoghi speculari con i rappresentati del suo potere – Gianni Letta e Fedele Confalonieri, sempre pronti a ricordargli di chiamare Mike (Bongiorno), pensionato senza nemmeno una telefonata e mai più ricevuto.

Se in Loro 1 era Lui l’assenza che dominava il film, in Loro 2 il nuovo Godot è Mike. “È la tristezza il sentimento predominante, la cifra emotiva, laddove nella prima parte a governare l’andamento del film era la farsa, qui ci ritroviamo a raccogliere i cocci di un involucro che oltre al proprio simulacro ha lasciato dietro di sé solamente l’annuncio di incredibili sogni” (Valerio Sammarco, Cinematografo).

Tutti invocano l’incontro tra Lui e Mike, ne raccomandano un dignitoso saluto, ne sollecitano una degna sepoltura in vita. Ma Lui si rifiuta. L’unico modo per sconfiggere la morte, mentre il corpo si decompone e l’alito si corrompe, è non accettare la morte di nessun altro.

“Dietro di te hai solo ricordi, mentre io ho ancora dei progetti”, dice Lui quando finalmente incontra Mike, e quindi se stesso. Ennesimo riflesso moltiplicante di un film che sembra la scena finale di The Lady from Shanghai (Orson Welles, 1947) trasportato in Brianza – altro che Sardegna – negli Anni Zero.

Anche il dialogo in cui la ragazzina dice a Lui: “Lei ha lo stesso alito di mio nonno. Che non è profumato, né maleodorante. È l’alito di un vecchio”. E poi gli rifiuta la scopata. S’inserisce con l’assenza di Mike in questo secondo trattato sulla senilità, dopo Youth (2015).

Così come, negli infiniti dialoghi con la moglie interpretata da Elena Sofia Ricci, più che Lei che cita Sabina Guzzanti dal pulpito di un girotondo, resta Lui che cita Dino Buzzati dal fondo del pozzo artesiano di una vecchiaia arrivata senza passare dalla giovinezza:

Mentre tu sei ad un cocktail e sfiori giovani schiene di donne, o balli sentendo contro il tuo petto giovani seni, in quel preciso momento, in qualche stanzetta piena di fumo, c’è un giovane che lavora e, magari imprecando, fa quel che dovresti fare tu. Ecco: il giovane nella stanzetta ero io.

È l’ammissione di una morte che ha preceduto la vita stessa. Di una impotenza patriarcale dichiarata nella parossistica esibizione del corpo femminile. Di una miseria umana e politica che si è fatta immaginario condiviso.

 Solo che qui, in Loro 2, Noi non siamo più l’agnello sacrificale ma i lettori di «Repubblica» in attesa dell’editoriale che ci assolva. Lui non è più l’assenza che permea la prima parte del film, ma la presenza che incombe e si specchia nei suoi infiniti doppi. Loro non sono più la corte dei miracoli del re morente, ma in uno stravolgimento semantico diventano l’Italia che resiste.

Il film, da speculare si fa palindromo.

 Loro 1 ci mostra solo e soprattutto Loro, per alienare Noi che nel nostro inconscio abbiamo rimosso le nostre responsabilità su di Lui, che appare solo alla fine. Loro 2 ci mostra invece solo e soprattutto Lui, per assolvere Noi che se ci siamo fidati di Lui è solo perché abbiamo sbagliato a scegliere Loro, che sono altri e appaiono solo alla fine.

Dopo essersi immolato in Loro 1 come kamikaze dell’immaginario berlusconiano, il dolly retorico di Loro 2 abbandona l’epica ultra pop per scivolare nel moralismo didascalico.

I Loro della prima parte del dittico (Riccardo Scamarcio, Fabrizio Bentivoglio, Euridice Axen) spariscono quasi del tutto in questa seconda parte. E sono sostituiti. I nuovi Loro non sono più I Mostri di Dino Risi (1963) e della cinica commedia all’italiana, ma gli eroi del noioso e sopravvalutato cinema di impegno civile.

Il film abbandona il tono grottesco da commedia e abbraccia la pedante retorica del neorealismo.

Come allora siamo usciti dal ventennio mussoliniano grazie a pane, amore e fantasia, oggi sopravvivremo al ventennio berlusconiano grazie alla superiore rettitudine morale di alcuni di Loro che salveranno Noi dai rottami in cui siamo sprofondati.

L’Italia ridotta in macerie da Lui è la cartolina dell’Aquila devastata dal terremoto che chiude il film. La gru che calava Toni Servillo nel cemento nell’ultima scena de Le Conseguenze dell’Amore (Paolo Sorrentino, 2004) qui segue il percorso inverso. Estrae il corpo di Cristo dai detriti di una chiesa terremotata. E parte questa lunga, infinita carrellata sui vigili del fuoco, eroi contemporanei, mentre in sovraimpressione appare il titolo del film: Loro.

Eccoli, i nuovi Loro. Loro sono gli esempi positivi.
Noi siamo immersi in un rito di purificazione salvifico in attesa del perdono.
Lui… Lui ha vinto. È ancora qui, candidabile.

È di nuovo tra Noi, indifferente a ogni tipo di Loro.

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