Prospettiva sul futuro

Liberarsi del corpo, liberare il corpo: “Ghost in the Shell”

«Nel futuro il confine tra uomo e macchina sta scomparendo. I progressi della tecnologia permettono agli umani di potenziarsi con parti cibernetiche». La “connessione” pervasiva che il capitale ha imposto sull’uomo privandolo della sua “corporeità” e, di conseguenza, provocando una distorsione nella percezione di libertà è raccontata nell’action-movie di fantascienza diretto da Rupert Sanders.

24 aprile 2017

«Il potere, lungi dall’impedire il sapere, lo produce. Se si è potuto costituire un sapere sul corpo, è stato attraverso un insieme di discipline militari e scolastiche. È solo a partire da un potere sul corpo che un sapere fisiologico, organico, era possibile.»

Michel Foucault

Uno sottofondo di note cupe accompagna lo scorrere delle didascalie di testa, si legge:

Nel futuro il confine tra uomo e macchina sta scomparendo. I progressi della tecnologia permettono agli umani di potenziarsi con parti cibernetiche. La Hanka Robotics, finanziata dal governo, sta sviluppando un agente militare che renderà quel confine ancora più labile, trapiantando un cervello umano in un corpo interamente sintetico. Metterà insieme le caratteristiche più potenti di umani e robot.

Quindi la camera inquadra, con una soggettiva dal basso, i volti mascherati dei paramedici che trasportano un corpo inerme su un lettino mobile, verso una sala operatoria. Sui camici dei paramedici si distingue la sigla hanka.

Il cervello umano, attraverso una leva meccanica, viene immesso nel corpo robotico.

«Funzionerà?», chiede l’uomo in giacca, dallo sguardo di ghiaccio, al medico che ha pilotato l’operazione.

«Sì. Una macchina non sa stare al comando, sa solo obbedire agli ordini. Non sa immaginare, avere cura o intuito. In quanto mente umana in un telaio cibernetico, Mira invece saprà fare tutte queste cose». È la risposta.

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Ghost in the Shell, la storia

Dal mese scorso la Universal Pictures distribuisce nelle sale italiane l’action-movie di fantascienza Ghost in the Shell. La pellicola, regia di Rupert Sanders, è un adattamento cinematografico della celebre e omonima saga trans-mediale, ideata da Masamune Shirow alla fine degli anni Ottanta, e divenuta oggetto di culto sulla scena del cyber-punk giapponese.

Giappone, futuro indeterminato, ma molto prossimo: il maggiore Mira Killian (Scarlett Johansson) è un cyborg creato dalla Hanka Robotics, la più potente multinazionale nel settore cibernetico, e incaricato – dalla sezione Numero 9, una divisione governativa dei servizi speciali di pubblica sicurezza, capeggiata da Daisuke Aramaki (Takeshi Kitano) – di scovare ed eliminare Kuze, un pericoloso hacker che minaccia l’ordine costituito. In un rocambolesco susseguirsi di indagini e scontri armati, Mira, cerebro umano impiantato in un corpo sintetico, scoprirà di avere molto in comune con il suo target Kuze, e che il nemico da sconfiggere in realtà non è quello che la Hanka Robotics vuole far credere…

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Liberarsi del corpo, liberare il corpo

Piena epoca del potenziamento cibernetico: nel mondo di GitS la maggior parte degli individui sono un ibrido tra uomo e macchina, cioè quasi tutti hanno impianti cibernetici nel proprio corpo, fino al limite massimo, come nel caso di Mira e del supposto antagonista Kuze, di un cerebro innestato su un corpo robotico. Tutti, quasi tutti, o meglio: quelli che possono permetterselo e quelli che non hanno potuto scegliere diversamente.

La sequenza di fotogrammi, sia pur fugace, in cui Mira incontra una prostituta sulla strada, è in questo senso emblematico, perché la prostituta è interamente umana, ed è il sottile ma scintillante indizio – uno dei tanti – che in GitS la rappresentazione fantascientifica non trascende troppo dal materialismo storico: avanzamento tecnologico e matrice economica vanno di pari passo. Di qui si arriva alla questione centrale – posta in essere dalla messinscena – che è il corpo. Ma non ancora non basta. Perché viene aperta anche una breccia sul conflitto di genere, riferito al corpo femminile, quando Mira scopre – a operazione compiuta – di non essere stato oggetto di un salvataggio in seguito a un incidente, ma di essere vittima, come tante altre, di una macchinazione criminale perpetrata dalla multinazionale Hanka Robotics.

Il rimando teorico e immediato è alle riflessioni di Michel Foucault su “corpo e potere”, trasposte alla luce della “connessione” pervasiva – allegorizzata dal cerebro imprigionato nel corpo sintetico, apice del cognitivismo, che il capitale ha imposto sull’uomo privandolo della sua “corporeità” e, di conseguenza, provocando una distorsione nella percezione dell’effettiva libertà.

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Il “ghost” come topos dell’anima

«Fantasia, sogni, realtà, qual è la differenza? È tutto uguale, solo rumore», sentenzia Batou (Pilou Asbaek), altro membro del commando. Per Mira, come per tutte le altre vittime che condividono la sua condizione – tra cui l’insidioso Kuze, che si scoprirà essere tutt’altro che un “terrorista” efferato –, comincia la lotta per la liberazione del corpo e l’autodeterminazione. Una lotta che tuttavia può essere ingaggiata, giocoforza, solo attraverso le stesse armi del capitale, rivolgendogliele contro: le capacità cognitive per svincolarsi dal controllo, la tecnologia avanzata per sferrare il colpo decisivo.

«Tu sei più di un’arma, tu hai un ghost [ossia un’anima, ossia una coscienza, all’occorrenza ribelle]. Quando avremo la nostra unicità [ossia tra anima e corpo, leggi teoria e prassi], allora troveremo la pace», dice Aramaki – il capo della Sezione 9 – a Mira, quasi fosse una replica speculare alle battute d’inizio pellicola pronunciate dal medico.

Ecco che il ghost, come topos dell’anima e dell’intelligenza impegnati nella lotta per riacciuffare il sensibile, si riaggancia al tema dell’intelligenza artificiale e relative rappresentazioni – navigato da pellicole, serie-tv e adattamenti cinematografici come I.A., Io robot, Westworld, Blade Runner – per condurre la sfida ancora oltre. Per certi versi è un lungimirante ribaltamento della cifra poetica tirata in ballo da The Matrix: non più il puro controllo della mente attraverso realtà virtuali, ma la totale privazione e controllo del corpo. Si è al crocevia ulteriore, quello dell’innesto cerebrale – e non sua riproduzione – sulla massa robotica, operazione che simboleggia l’insistita e pervasiva connessione della nostra mente agli apparati tecnologici quasi che, da appendici del corpo, fossero diventati “corpi sostitutivi”.

«Tutti quelli intorno a me si sentono connessi a qualcosa… A qualcosa a cui io non sono connessa», riflette Mira quando comincia – dopo che l’astinenza da farmaci sedativi le produce i primi cortocircuiti tra ghost e shell – a riacquistare coscienza.

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Quale contropotere

Ma come avviene questa liberazione? Il target del maggiore Mira è Kuze, proprio uno di quei ribelli – etichettati come “terroristi” che minano la sicurezza pubblica dalla Haka Robotics – che si battono per la liberazione dallo sfruttamento del capitale. Kuze si è formato tra i reietti dell’underground – «non avevamo niente, a parte noi stessi» – che frequentano la “zona illecita” e cospirano contro lo stato. Anzi: contro il dominio tecnologico del capitale esercitato attraverso la collusione criminale tra governo e multinazionali.

In una selva inondata da gestapo al soldo dei poteri forti, propagande iper-sicuritarie e paranoie diffuse dal sistema stesso nella popolazione, GitS restituisce un affresco distopico che non risulta essere troppo lontano dai tempi bui che corrono. Contro lo “stato assassino” delle cose, l’hacker Kuze crea e usa un network di menti umane per fendere il proprio colpo all’establishment, braccio repressivo delle grandi corporations. Tuttavia dopo che Mira, e con lei tutta la Sezione 9, si rendono conto di combattere la medesima battaglia degli hacker, si accorgono anche che il network creato da Kuze non è un vero contro-potere, ma rischia di tradursi soltanto in una nichilistica ritirata dal conflitto, una latitanza continua, inefficace a scalfire le ingiustizia perpetrate dal sistema corrotto, se non complice e affiliato ai medesimi meccanismi: e in questo GitS veicola una potente e necessaria riflessione sulla deriva anarco-capitalistica dei movimenti libertari legati alle cyber-culture.

Il vero contro-potere, allora, è fare luce su come la Hanka Robotics, ergo: il capitale, – attraverso il braccio armato dello stato – abbia legalizzato amenità e ingiustizie e, quindi, colpire, anche e soprattutto dall’interno. Ecco che la Sezione 9 da cardine della legalità si fa giustiziere. Mira si rifiuta di fuggire nel network con Kuze e rimane nella realtà, a combattere:

La mia mente è umana, il mio corpo è costruito. Sono la prima del mio genere, ma sarò l’ultima. Ci aggrappiamo ai ricordi come se ci definissero, ma è quello che facciamo a definirci. Il mio ghost è sopravvissuto per ricordare a quelli che verranno dopo di noi che l’umanità è una virtù.

Eppure, l’orizzonte – ancorché illuminato dalle lotte per giustizia ed emancipazione, resta cinereo – e l’evasione da tutto è capace di sedurre anche i guerriglieri più intransigenti come Mira, che per rifiatare deve paradossalmente immergersi nei fondali di un lago.

«Niente voci, niente dati in streaming, il nulla. Mi fa paura», dice Mira rivolta all’amico Batou.

«E perché ci vai?»

«Perché sembra reale».

Il prossimo autunno uscirà in sala Blade Runner 2049. Un remake dalle ampie pretese commerciali, che da sempre muovono l’industria cinematografica, certo. Ma questa rinnovata e insistita produzione del fantascientifico, forse, è anche il segno dell’imperitura esigenza di rappresentazioni in grado di portare a galla le contraddizioni del sistema costituito, come dà prova di fare Ghost in the Shell.

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