Tommaso, il Film

La solitudine dei numeri uno

Forzando di continuo il “principio di realtà” in un viaggio nell’inconscio, in un’esplorazione della psicopatologia della vita quotidiana, Tommaso azzarda la visionaria caduta nell’oscuro mondo delle passioni tristi

19 settembre 2016

Se qualcuno si aspettava una leziosa, accattivante opera auto-celebrativa, perfetta per la Mostra del Cinema di Venezia, sarà rimasto deluso da Tommaso, secondo lavoro dell’attore-regista Kim Rossi Stuart. Il film, infatti, non fa sconti, non indulge nell’accondiscendenza verso di sé, la propria storia e le proprie idiosincrasie, praticando la via di uno stile articolato e molteplice in cui si fondono struggente crudezza, parabole oniriche e continuo esercizio dell’autoironia. È questa la cifra espressiva impiegata per rappresentare un intenso conflitto drammatico: l’annichilente solitudine di un quarantenne incapace di costruire rapporti sani, a cominciare dai legami con l’altra metà del cielo: le donne.
Senza reticenze o pudori, Rossi Stuart sceglie di ammettere, confessare, dire tutto e non glissare su nulla, lasciandosi dare del “mostro”, attribuendosi sempre e comunque la colpa di pensieri e pulsioni: ammesso che per gli uni e le altre sia lecito parlare di colpa.

A debita distanza dalla grammatica di una certa commedia italiana dedicata alle crisi sentimentali o d’identità, fuori dal più pedante realismo a tesi, forzando di continuo il “principio di realtà” in un viaggio nell’inconscio, in un’esplorazione della psicopatologia della vita quotidiana, Tommaso azzarda la visionaria caduta nell’oscuro mondo di passioni tristi come il senso di costitutiva inadeguatezza. Il protagonista non si sente mai all’altezza delle figure femminili con cui si trova a interagire. Non è capace di amare Chiara, arrivando a temerne l’imperfetta dentatura. E non va meglio con Federica, la cui attaccatura dei capelli lo terrorizza. Innanzi a sé, osserva le proprie fantasie prendere forma, le donne gli appaiono nude in una continua proiezione della libido. In questo senso, ricorda il felliniano dottor Antonio di Boccaccio ’70 ossessionato dalle voluttà di una Anita Ekberg che si anima da un manifesto pubblicitario.

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Eppure, non c’è nulla d’indecente nelle fantasie di Tommaso, novello Buster Keaton in un mondo che lo vuole a tutti i costi attore quarantenne bellissimo e appagato, in un mondo governato da un tragico gioco delle parti a cui lui vuole ribellarsi: nel cinema come nella vita. E per uno così, non c’è terapia. Per questo, nonostante lo psichiatra lo spinga alla ricerca del bambino smarrito che era, e verso un’esistenza matura, segnata da figli, successo, responsabilità e raccolta differenziata, Tommaso d’istinto non cede e preferisce aggrapparsi a una feroce autoconsapevolezza, rifiutando una grigia normalità.
“Non sarò mai come mi volete” sembra dire.
Al principio c’è un vuoto: l’assenza di una madre troppo innamorata di sé, da cui il protagonista ossessivamente fugge salvo tornare: in un’oscillazione – in un’indecisione – che è l’essenza della nevrosi. Andar via, per ripresentarsi. Cercare, per non trovare: come le donne che Tommaso insegue, figure accudenti che sostituiscano la madre.

Solide e concrete, Chiara e Federica coltivano il desiderio di maternità e di una vita normale. Paiono perfette per soddisfare un bisogno e invece l’inganno è proprio il bisogno. Il risultato coincide con un’insoddisfazione che pare insormontabile, mentre suona lapidaria la frase pronunciata da Cristiana Capotondi nell’ennesimo momento di crisi del protagonista: «Quanto dolore sono costate quelle paure che non si sono realizzate». Da questa dinamica psicologica, restituita con acutezza e profondità introspettiva, procede la conclusione parziale di uno stigma sociale: Tommaso è l’immaturo, l’eterno insoddisfatto che non sa amare.
Ma esiste una possibilità di rompere la circolarità dello stallo nevrotico, tanto più che Tommaso è ben altro, “Non ne può più di essere un criceto”, e soprattutto “Non ne può più del bambino” agitato come spauracchio dal suo psichiatra. Risulta perfetto il gioco dell’equivoco al momento della lettura collettiva della commedia che Tommaso non vuole interpretare, allorché il regista presentando il finale dice: “Tu hai perso il bambino”. Parla ovviamente del film nel film, ma il protagonista intende altro e scivola di nuovo nel dramma interiore.

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A rompere lo schema, e a far filtrare la luce nella gabbia della psiche, provvedono i sogni – per esempio il ricorrente nido di processionaria, pieno di vermi pulsanti – e gli incontri: come quello con la ruspante Sonia, novella lolita di periferia, che pare inceppare il meccanismo esulando da finzioni e convenzioni del rapporto di coppia borghese.
La bella Camilla Diana è schietta, per nulla accudente, contraddittoria, e porta Tommaso a riappropriarsi del gioco della seduzione. In un ritorno agli struggimenti adolescenziali parlati nella lingua della periferia romana, il protagonista compie lo scarto e trova il coraggio che manca al piccolo Tommaso, ragazzino di dieci anni che in Anche libero va bene, primo capitolo del dittico di Rossi Stuart, negava di aver scritto “Ti amo” alla compagna di scuola.
Con Sonia, la ricerca della madre s’interrompe, l’uomo in crisi scende dal brucomela (topos delle giostre anni Ottanta) per assaporare un’attrazione pura e libera dai condizionamenti, che lo porta ad agire. Cambia abiti, si rade la perenne barba e assapora la donna come un elisir di giovinezza. Tuttavia, anche Sonia è una proiezione irrealizzabile, capace di riportarlo all’adolescenza, ma non di traghettarlo oltre.

La salvezza deve venire dall’Io, dal confronto con gli incubi, con quel nido di processionaria che diventa un padre imbalsamato e la cui figura sembra la vera chiave del dittico. Nel tentativo di estirpare il nido, insieme ai ricordi, il protagonista precipita – realmente e virtualmente – procurandosi una commozione cerebrale che lo costringe a vagare in un limbo di semi-incoscienza. Qui ritrova finalmente il bambino. Al risveglio, riesce a chiedere alla madre “Come hai fatto ad andare via?” solo per sentirsi rispondere: “Ti ho sempre pensato”. Questa volta, però, è diverso e Tommaso è già altrove, pronto ad affrontare la sospensione di un finale aperto e poetico, in cui forse la ricerca dell’altra può concludersi. Forse…

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In una scena cinematografica come quella italiana, in cui troppo spesso la crisi assume le forme dell’ovvio travaglio da commedia sentimentale o generazionale, sempre all’insegna del politicamente corretto, e nella quale si è riluttanti ad avanzare mozioni di sfiducia nei riguardi dell’io e dei contesti sociali d’appartenenza, Tommaso risulta un’opera che rischia, suonando fuori dal coro, travalicando le convenienze del presente, evitando di volgere il rimando autobiografico in celebrazione. Ne viene fuori un’interpretazione intensa e passionale, capace di smontare i pregiudizi su vincenti e perdenti, tanto più energica perché in grado di trasformare uno dei più competenti e fascinosi attori del nostro cinema in un uomo pieno di tic, in un timido scomposto nei movimenti e nel parlare, fuori tempo anche da seduto, che dimostra con coraggio quanto possa essere dolorosa la solitudine dei numeri uno.

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