Ocean’s 8: riappropriarsi dell’immaginario

La new wave è donna

Letteratura, serialità, cinema. La new wave è donna e, ben oltre la semplice tendenza sussunta dall’industria culturale, ci troviamo davanti alla costruzione e riappropriazione di un immaginario dall’alto portato e coefficiente politico (più o meno esplicito che sia, non importa), da comprendere e seguire nella sua radicalità e forza di rottura rispetto ai paradigmi patriarcali e sessisti.

6 settembre 2018

Letteratura, serialità, cinema. La new wave è donna e, ben oltre la semplice tendenza sussunta dall’industria culturale, ci troviamo davanti alla costruzione e riappropriazione di un immaginario dall’alto portato e coefficiente politico (più o meno esplicito che sia, non importa), da comprendere e seguire nella sua radicalità e forza di rottura rispetto ai paradigmi patriarcali e sessisti.

Paradigmi che vengono attaccati frontalmente o aggirati ribaltandone gli stessi cliché attraverso l’arma dell’ironia e la chiave parodistica. Nel secondo caso, forse e in maniera più o meno intenzionale (ma ribadiamo: sono effetto e percezione i fattori che qui ci interessano), rientra l’ultima pellicola di Gary Ross.

Stroncato dalla critica ma campione di incassi al botteghino, Ocean’s 8 punta tutto sul “glamour”, grazie a un cast stellare e a una regia che volutamente si discosta dalla scrittura filmica rigorosa e complessa di Soderbergh (creatore dei vari Ocean’s ma qui nelle sole vesti di produttore) e vira verso un liberatorio inno alla femminilità, semplice e potente.

In sintonia con il movimento #MeToo che ha conquistato Hollywood e il mondo intero, Gary Ross (regista del film) spiazza tutti scartando subito l’ipotesi di un reboot di Oceans’ Eleven: il film culto che nel lontano 2001 stravolge il mondo del cinema con il remake di Colpo Grosso (1960), adattando cioè il genere delle grandi truffe in chiave moderna.

Il regista di Hunger Games, invece, si concentra su altro, e porta inaspettatamente a compimento l’evoluzione del mito delle Charlie’s Angels mettendo in scena un gruppo di donne che non hanno bisogno di nessun mentore per trasformarsi in “bad girls”.

Forse è una scelta che lascerà delusi i cultori degli Ocean’s di Soderbergh, abituati all’approfondimento del piano machiavellico e alla sovrapposizione di flashback e sotto-trame sulla linea narrativa principale, complessità d’intreccio a prova di nerd. Ma Oceans’ 8 punta ad altro e non si lascia incasellare, tentando di affrontare la questione di genere a colpi di stile e sottile ironia.

Così la pellicola strizza l’occhio al così detto “jet set” per l’inconsistenza di un certo ambiente e, al tempo stesso, recupera con intento parodistico il vecchio mantra della burrosissima Marilyn Monroe che, con voce suadente, recitava: «Diamonds Are a Girl’s Best Friend.»

La trama del film è semplice ed efficace. Debbie Ocean, inquadrata con addosso la stessa tuta arancione che fu di suo fratello Danny molti anni orsono, decide di riunire una squadra di esperte truffatrici per mettere in atto un piano meditato durante i cinque anni di carcere, scontati a causa di una fallimentare storia d’amore.

Una squadra di donne per compiere, in tacchi a spillo e sul red carpet più modaiolo e stellato dell’anno, il colpo più ambizioso di sempre: rubare un collier del valore di 100 milioni di dollari dal collo di Daphne Kluger (Anna Hathaway), ospite d’onore del Met Gala, il party organizzato da Anna Wintour al Metropolitan Museum di New York.

Debbie (Sandra Bullock) contatta la sua migliore amica Lou (Cate Blanchett) e, invece di struggersi per Claude Becker – il bel gallerista (Richard Armitage) che le ha spezzato il cuore tradendola e destinandola alla galera – ordisce la sua implacabile vendetta cominciando dal reclutamento della banda, un topos intramontabile che tuttavia, stavolta, è declinato esclusivamente al femminile.

Ecco allora Rose Weil (una Helena Bonham Carter da capogiro), fashion designer, un’ po’ Madonna e un po’ Cindy Lauper, lontana dalla gloria degli anni ’80 ma carica di quel fascino sovversivo, sarà lei che dovrà vestire Daphne per l’evento.

Poi c’è Tammy (Sarah Paulson), una madre di provincia con il vizio del contrabbando. Quindi Amita (Mindy Kaling), esperta gemmologa con uno sguardo furbo e penetrante. E ancora: Palla Nove (Rihanna, ospite fisso del vero Met Gala), abilissimo hacker in rasta e stivali; e Costance (Awkwafina, rapper statunitense), una scheggia impazzita e mano lesta, capace di trasformare ogni occasione in un furto, anche ai danni delle ladre più esperte.

Un cast stellare, insomma, impreziosito da vestiti scintillanti. Eppure, non è tutto oro quel che luccica. Lo sfarzo rappresentato sembra dunque avere l’obbiettivo di esorcizzare i diktat della moda, ironizzando sulla cultura dell’apparenza per certificarne il potere temporale e spirituale.

Il risultato dell’operazione è dunque un film che viaggia sul doppio binario di adrenalina e lusso. E che, soprattutto, scorta lo spettatore nel backstage dell’Olimpo della mondanità, il Met Gala e Vogue America, squarciando il velo della tribù dei vip e mostrando i volti che si celano dietro alle feste più esclusive.

E proprio rispetto ai fasti di quei luoghi Debbie Ocean ha le idee chiare. Cosa c’è di meglio che rubare un gioiello inestimabile nella più prestigiosa galleria di arte moderna mentre si svolge la festa più esclusiva?

Rubare in gran stile e sotto i migliori riflettori significa anche e soprattutto: riappropriazione.

«Un lui si nota, una lei si ignora» affermerà infatti la protagonista aggiungendo, subito dopo a sottolineare la scaltrezza di chi è del mestiere, «noi vogliamo essere ignorate».

Una battuta emblematica perché inverata dal punto di vista visivo dal film stesso e decisiva nel segnare uno scarto in avanti sul tema della rappresentazione della donna nelle pellicole hollywoodiane.

L’impeccabile bellezza, il vestito da urlo non serve più alla stereotipia della “bella maggiorata” alla ricerca di un uomo che ne cambi il destino, ma è la mise en abyme di una figura di donna camaleontica in cui l’ostentazione è arma tagliente per raggiungere l’invisibilità, nel mondo tutto luci e paillette dell’evento mondano più eclatante del globo.

Le 8 protagoniste cambiano una quantità innumerevole d’abiti, facendosi coccolare da grif spettacolari mentre, con fredda perizia, portano avanti il loro piano.

La banda di Debbie Ocean indossa vestiti di Givenchy (Blanchett), Alberta Ferretti (Bullock), Zac Posen (Rihanna), Valentino (Hathaway), Dolce & Gabbana (Bonham Carter), Naeem Khan (Kaling), Prada (Paulson) e Jonathan Simkhai (Awkwafina) e, con impeccabile nonchalance, il gruppo si diverte ad apparire e scomparire a proprio piacimento interpretando ruoli diversi, ideali in trasformazione dalla modella alla sottoproletaria.

Il lusso e l’ostentazione della ricchezza, allora, diventano pretesti per ripercorrere le astuzie di un piano geniale e ironizzare sullo strapotere dell’apparenza.

Tra colonne sonore in pompa magna, ostentazione estetica, citazioni colte e alta cucina si rimane rapiti, scena dopo scena, da una messinscena in cui i “maschietti” sembrano solo mere appendici da abbandonare distrattamente in un angolo, se ormai la conversazione langue.

Con la stessa vorticosa eleganza di Ginger Rogers e Fred Astaire, le 8 protagoniste sembrano volare su un red carpet al tempo stesso fittizio e reale, sopra il quale la figura maschile è relegata ai margini o non esiste quasi più.

Se le pellicole di Soderbergh prendevano di mira il machismo e l’autoritarismo della forza bruta, opponendogli le gaffe scanzonate e la raffinata intelligenza della truffa, Ocean’s 8 centra la sua operazione sul rovesciamento parodistico dell’appariscenza e, conferendo protagonismo assoluto alla figura femminile, si pone nel solco di una rinnovata soggettivazione della donna, destinata a intrattenere e far riflettere.

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