La recensione

Come è nato l’Isis

La genesi, lo sviluppo, gli esiti e la fenomenologia dell’Isis, il gruppo terroristico autoproclamatosi Stato Islamico sotto l’effige di una bandiera nera, in un libro del premio Pulitzer Joby Warrick.

11 febbraio 2017

«Mosul cadrà probabilmente prima della fine dell’anno. […] Sì, il Califfato potrebbe estinguersi presto. Da tempo ha molti canali di finanziamento bloccati. E senza il suo “Stato Islamico”, economicamente insostenibile, avrà meno soldi e reclutamento. L’Isis tornerà presto un’organizzazione terroristica clandestina, come lo era anni fa con al-Zarqawi».

Queste sono le parole di Joby Warrick, intervistato a novembre scorso da la Repubblica in quanto autorevole interlocutore sul tema e in occasione dell’uscita di Bandiere nere – La nascita dell’Isis (La nave di Teseo, Milano, 2016, pp. 604, 22euro), l’opera con cui si è aggiudicato il Premio Pulitzer. Warrick, classe ’60, è nato a Goldsboro, nel North Carolina, ed è proprio con un’inchiesta condotta nel suo Stato d’origine – riguardo rischi ambientali e danni per la salute legati ai sistemi di smaltimento della crescente industria del maiale nel North Carolina – che, nel lontano ’96, vince il primo Pulitzer nella categoria “Public Service”.

Vent’anni dopo, Warrick bissa il premio con Bandiere nere, stavolta per un’opera di “general non-Fiction” che ripercorre la genesi, lo sviluppo, gli esiti e la fenomenologia dell’Isis, il gruppo terroristico autoproclamatosi Stato Islamico sotto l’effige di una bandiera nera con impresso il testo della shahādah, ossia la “testimonianza” con la quale il fedele afferma di credere in un unico dio e in unico profeta.

 Cosa raccontano i libri

Bandiere nere è un’opera piuttosto voluminosa suddivisa in tre libri allo scopo di storicizzare tre fasi cruciali rispetto al topic: l’ascesa di Zarqawi (libro I), la guerra in Iraq (libro II), l’assetto odierno dell’Isis (libro III).

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L’uomo di Zarqa

Nel primo libro Warrick ricostruisce dettagliatamente la biografia del personaggio-chiave in termini di fondazione e sviluppo delle cellule dei foreign fighters che andranno a costituire le file dell’Isis. Aḥmad Fāḍil al-Nazāl al-Khalāʾil nasce nel ’66 a Zarqa, città periferica, industriale e malfamata della Giordania.

Di qui il suo pseudonimo di Musab al-Zarqawi, lui che a lungo prova a farsi conoscere come “lo straniero” ma poi prevarrà il soprannome che lo riconduce alle sue origini: “l’uomo di Zarqa”. La sua adolescenza e gioventù sono all’insegna della piccola criminalità, si forma nel milieu della sua città con pratiche agli antipodi di una condotta integralista: ha le braccia tatuate, beve e si droga, e nella sua fedina penale finiscono subito i reati di spaccio e sfruttamento della prostituzione.

Ma c’è un qualcosa in più rispetto agli altri criminali di strada che agiscono a Zarqa e che lo renderà da subito famigerato: la sua ossessione per il comando e la sopraffazione. Per questo è dedito a risolvere le questioni, anche le più insignificanti, con il coltello, e a sodomizzare i suoi rivali allo scopo di incutere timore e ottenere rispetto assoluto.

L’unico barlume di “dolcezza” sembra essere il legame con la madre, a cui è molto devoto. Ed è proprio la madre – racconta Warrick – che lo spinge a “rimettersi in riga” frequentando gli islamisti del posto, i più radicali. Quindi, nel 1989, Zarqawi ha l’occasione di incanalare il suo acceso virilismo in una causa: si arruola come volontario e parte per andare a combattere i sovietici in Afghanistan, sbarcando negli accampamenti che sono al confine con il Pakistan, una zona di frontiera che gli rimarrà impressa per la sua posizione strategica.

Quando torna dalla guerra, è definitivamente mutato. Si è strappato via i tatuaggi dalle braccia, non tocca più alcolici e droghe, e nel ’93 fonda in Giordania, insieme all’intellettuale salafita Maqdisi, il gruppo Bay’at al-Imam, letteralmente “Giuramento di fedeltà a colui che guida la preghiera”, e che Zarqawi spinge, con metodi autoritari e vessatori, perché si costituisca come vera e propria cellula dedita al terrore. Un anno dopo, in risposta all’attentato di Hebron – quando un estremista ebraico apre il fuoco sui musulmani in preghiera nel santuario –, Zarqawi spinge il gruppo, nonostante la riluttanza di Maqdisi, a organizzarsi per colpire un avamposto israeliano con attentatori suicidi.

L’inesperienza, il grossolano equipaggiamento e la parziale titubanza del gruppo rendono le cose facili al Mukhabarat (l’intelligence giordana) che stronca sul nascere il goffo tentativo e incarcera Zarqawi, Maqdisi e altri dodici membri. Il processo, prima dell’incarcerazione, è il momento culminante per rinsaldare le idee e, attraverso l’oratoria di Maqdisi, proclamarsi vittime giurando vendetta nei confronti di uno Stato governato da infedeli.

Una vendetta  che, racconta Warrick, dovrà attendere cinque lunghissimi anni prima di essere soddisfatta, un lustro trascorso nella peggior prigione possibile: il carcere di al-Jafr, fondato dagli inglesi in una piana desertica che David Lean, il regista del colossal Lawrence d’Arabia, definì «un’anticipazione dell’inferno», e reso di nuovo operativo – dopo essere stato chiuso per non gettare ombra sulle credenziali internazionali della Giordania – negli anni Novanta con l’apertura di un solo braccio destinato agli imputati di crimini terroristici.

Qui la ricostruzione di Warrick si fa interessante perché è condotta attraverso la testimonianza diretta del dottor Basel al-Sabha, assegnato d’ufficio alle cure dei prigionieri in quanto medico in istanza nella cittadina più vicina a quella landa arida e sconfinata. Ed è attraverso i racconti di Basel al-Sabha che viene fatta luce sulla forte attitudine al reclutamento di Zarqawi, uno capace di «comandare con un semplice sguardo» i suoi compagni di cella, e intimidire i secondini a tal punto da costringere il direttore del carcere a fissare turni di guardia non più lunghi di novanta minuti. L’ascesa di Zarqawi comincia a compiersi nel ’99, quando – in seguito all’amnistia generale voluta da Abdullah II re di Giordania, operata in linea con le politiche di suo padre per ingraziarsi la frangia moderata dei Fratelli Musulmani – “l’uomo di Zarqa” si troverà di nuovo a piede libero.

Una volta scarcerato, pensa e opera l’unica cosa possibile: espatriare dalla Giordania per sottrarsi al controllo del Mukhabarat e approdare, di nuovo, al confine tra Afghanistan e Pakistan, zona a lui nota per il potenziale strategico. Ed è lì che, sotto l’approvazione dei luogotenenti di Osama Bin Laden – ma in punto molto distante dal suo quartier generale, e cioè: finanziato e protetto, ma al tempo stesso autonomo – nel 2002 istituisce il campo di Herat, per reclutare e addestrare.

Tuttavia la sua permanenza tra i monti afghani è destinata a durare poco: la controffensiva degli Stati Uniti, che dopo l’11 settembre sguinzagliano targeter (persone che selezionano gli “obiettivi”) e operazioni contro Bin Laden, è brutale. Herat deve essere abbandonato, Zarqawi e i suoi fuggono – in questo momento si compie il distacco definitivo con Bin Laden e al-Qaida – sui monti nord-orientali iracheni, nelle province «protette dalla no-fly zone americana stabilita alla fine della prima guerra del Golfo», dove si uniscono ad altri veterani della guerra afghana nel fronte Ansar al-Islam, “aiutanti dell’islam”.

«L’Iraq», dichiara Zarqawi, che a questo punto ha maturato un nuovo target, ben oltre i confini del mondo arabo, «sarà il prossimo campo di battaglia contro gli americani».

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Ben oltre Zarqawi: l’Iraq e la Siria

Nel secondo e nel terzo libro la narrazione si sposta sui fronti iracheni e siriani, i teatri degli attentati di Zarqawi e dei foreign fighters del futuro Isis, delle azioni repressive – ammantate di un anti-imperialismo farlocco –  di Bashar al-Assad ma, soprattutto, delle inquietanti operazioni condotte dall’intelligence statunitense e riportate attraverso le testimonianze dirette dell’agente cia Nada Bakos, targeter d’ordinanza di Zarqawi.

«Li avevamo invasi, e adesso dovevamo impegnarci» sono le emblematiche parole di Nada Bakos, che sintetizzano le nefandezze del governo Usa nella guerra condotta in Iraq e che, in termini di nessi causali, potrebbero essere proseguite con “a scovare ed eliminare il leader terroristico a cui noi stessi avevamo garantito campo d’azione”.

Eccolo, il bandolo della matassa al cui capo vuole giungere Warrick con Bandiere nere, e che si dipana nel secondo e nel terzo libro, quasi ribaltando il sensazionalismo da villain del primo. Zarqawi è da subito un promettente e spietato criminale, ma la rapidità della sua ascesa è direttamente proporzionale a coloro che se ne sono resi complici. Si tratta proprio di smontare, attraverso una narrazione suffragata da documenti privilegiati, la storia secondo cui il concorrere dei governi occidentali alla formazione dell’Isis sia stata, in qualche modo, solo indiretta e collaterale.

In realtà l’inesistenza di un comprovato legame tra Saddam Hussein e al-Qaida, l’assenza più totale di armi nucleari nel territorio iracheno – i due pretesti con cui Bush e la sua governance invaderanno l’Iraq –, lo spazio lasciato a Zarqawi dopo la caduta di Hussein e l’incapacità diplomatica nel gestire la situazione siriana, dimostrano l’esatto contrario.

Come lo raccontano: meriti e debolezze

L’opera di Warrick si iscrive a buon diritto nel revisionismo Usa rispetto alle narrazioni apologetiche e auto-assolutorie dei primi anni Zero sulla situazione irachena e, più in generale, su quella dell’interventismo nei paesi medio-orientali.

Già nel 2010, del resto, il film Green Zone di Paul Greengrass – che racconta proprio la grande farsa delle presunte, e mai scovate, testate nucleari –, al netto della cifra action e sensazionalista fortemente americana, faceva breccia in questo senso in campo cinematografico.

Ecco, Bandiere nere tenta un’operazione di debunking (sfatamento dei miti) a partire da una ricostruzione dettagliata del contesto geopolitico dai Novanta a oggi – puntuali e pertinenti le parti in cui Warrick spiega bene il passaggio di testimone alla nuova generazione di ereditieri laicizzati dalla loro formazione in Europa: Abdullah II in Giordania, Bashar al-Assad in Siria, ma stretti anche nella morsa dei sostrati culturali e politici delle loro terre e delle ingerenze delle potenze estere, prime fra tutti gli States – attingendo ad un serbatoio privilegiato di testimonianze e interviste top-secret, riportate in una lunga appendice al volume.

Accanto a questi meriti, tuttavia, ricorrono anche delle debolezze legate alla formalizzazione di quest’opera di non-fiction. Prima fra tutte, la scelta – non banale, anzi cruciale – di distaccare le fonti dal testo della narrazione e relegarle ai margini del libro. Una scelta che rischia di produrre una fascinazione distorcente nel lettore e allontanarlo dalla complessità dei fenomeni narrati. Una scelta che, accostata al più generico sensazionalismo del racconto, fa emergere un’atavica difficoltà a mettere in crisi il proprio punto di vista.

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