La recensione

“Hill House”, ritorno al grande horror

“Hill House”, la serie creata e diretta da Mike Flanagan e distribuita da Netflix, è un ritorno al grande horror, quello puro. Da molti anni si discute della scomparsa di questo genere, ormai perso nelle maglie del teen movie o ibridato in mille sottogeneri, spesso patinati, che vedono alternarsi o convivere senza soluzione di continuità vampiri, licantropi, zombie ed entità demoniache. Ora, come un terribile faro nel buio, “la porta rossa” viene a dirci che il legame di sangue con la casa, gigantesca allegoria di passato comune e intime ossessioni, è indissolubile. E attestando, a chi non ci ha più creduto, che il ghost horror è tutt’altro che defunto.

4 dicembre 2018

Hill House, la serie creata e diretta da Mike Flanagan e distribuita da Netflix, è un ritorno al grande horror, quello puro.

Da molti anni si discute della scomparsa di questo genere, ormai perso nelle maglie del teen movie alla Final Destination o ibridato in mille sottogeneri, spesso patinati, che vedono alternarsi o convivere senza soluzione di continuità vampiri, licantropi, zombie ed entità demoniache.

Riavvolgendo il nastro, la parabola dell’horror si potrebbe riassumere (in breve) così: le eccellenze degli anni ’50 e ’60 in cui l’orrorifico era di massa al pari delle commedie romantiche, quindi la svolta autoriale dei ’70 con i suoi sporadici capolavori e infine, dagli ’80 in poi, la sovraesposizione in forma di b movie reiteranti le medesime apoteosi splatter di sangue e frattaglie, come li introduceva lo “Zio Tibia” su Italia 1 tra l’89 e il ‘90.

Giunte al termine le sortite dei Kubrick, Romero, Carpenter, Cronenberg, Hooper e Raimi, normalizzato Dario Argento, l’horror di cifra autoriale riaffiora oggi, sia pur con grande fatica, in due perle quali The Neon Demon di Nicolas Winding Refn (2016) o in Only Lovers Left Alive di Jim Jarmusch (2013, remake visionario di Miriam si sveglia a mezzanotte).

Ed ecco giungere l’era della serialità, che saccheggia “generosamente” il passato per spianare la strada ai successi del presente: The Walkind Dead (Frank Darabont) su tutti, ma anche The Strain (Guillermo del Toro), entrambe a perseguire il tema dell’infezione virale che infesta di “non morti” un apocalittico pianeta terra.

Tra questi, la parabola di American Horror Story (Ryan Murphy, Brad Falchuk), che capitolo dopo capitolo investiga la società statunitense attraverso le sue più intime paure, ma è l’ennesimo détournement per dire, e bene, altro.

Per ragioni che sembrano sfuggire, l’horror classico oggi ha perso progressivamente legittimità, specializzandosi all’interno di un mondo di cultori che, per giustificare ad amici e conoscenti la propria passione, sono costretti a profondersi in analisi sociologiche di trame e personaggi.

Rinunciando così alla più semplice delle spiegazioni: mi piace perché mi fa paura.

A riallineare le percezioni, con una semplicità visionaria e spiazzante, ci pensa Hill House (The Haunting of Hill House, 2018), creata e diretta da Mike Flanagan. Già dalle prime inquadrature si colgono intenzioni e modalità della messinscena: una famiglia e una casa stregata. Sembra di tornare ai fasti di Poltergeist (1982) eppure, incredibilmente, Hill House è molto di più.

Oltre alle molteplici citazioni (Gli Invasati, Shining, La casa dalle finestre che ridono, Nightmare, la Casa), la rivisitazione televisiva del talentuoso Mike Flanagan si presenta come un inaspettato e intelligentissimo ritorno al passato. Con il fiato sospeso si arriva all’ultima puntata consapevoli di aver assistito a un prodotto di incredibile e impeccabile potenza.

Rivisitazione del romanzo L’incubo di Hill House (Shirley Jackson), le puntate, della durata di un’ora ciascuna, riescono a concentrare tutto il miglior prontuario di una ghost story: amore, perdizione, legami familiari, dissidi, violenza, transfert, incubi e realtà che si sovrappongono.

Mantenendo un’assoluta linearità, la regia riesce nella difficile rielaborazione della figura del classico fantasma attraverso la creazione di entità pericolose ma necessarie al superamento di qualunque trauma lasciato in sospeso dai diversi protagonisti.

Il ruolo della casa è dunque psicanalitico e tuttavia mai assolutorio, perché non c’è catarsi in Hill House, ma solo il precipizio di un viaggio introspettivo che ogni personaggio, gioco forza, dovrà compiere dentro se stesso.

La trama è semplice e minimalista. Una famiglia spaccata, una madre morta in circostanze misteriose, cinque fratelli e un padre, ormai tutti adulti, con un segreto in comune: gli accaduti dell’ultima notte nella spettrale dimora di Hill House. Sette personaggi in cerca di salvezza, sette percorsi diversi per ognuno di loro e la casa, come perpetuo richiamo.

La narrazione della serie procede in due principali direzioni: da un parte riviviamo l’infanzia dei fratelli ad Hill House, dall’altra ne viviamo il presente con i Crain ormai cresciuti. Presente in cui Shirley (la figlia maggiore) organizza funerali, Theo è una psicologa guantata, Nellie non se la passa bene, Luke è un tossicodipendente e Steven ha scritto un best-seller di successo speculando sulla morte della madre, dell’infanzia dei fratelli e della casa stregata.

Con un impeccabile montaggio che alterna flashback al piano del presente, allo spettatore si presenteranno singoli fantasmi, “poltergeist” ad personam, con i quali ogni membro della famiglia sembra aver legato individualmente.

È il passato il centro della narrazione e ogni personaggio, al pari di una scheggia impazzita, cerca senza successo di ricostruire il proprio. Al centro del mistero c’è una “stanza dalla porta rossa”, impossibile da aprire o abbattere, mentre sinistre figure spettrali si aggirano nel resto della casa.

La coda dell’occhio nota sempre qualcosa di strano, e questa sensazione di perpetua presenza è data anche dalla scelta, confermata dal regista stesso, di aver nascosto nei fotogrammi una serie infinita di ombre e figure oscure tanto da aver generato nel web una vera caccia trans-mediale ai poltergeist di Hill House.

Fondamentale, tra  le tante scelte stilistiche, insistere sulla confusione tra sogno e veglia.

La dimensione onirica è  infatti centralissima nell’economia della narrazione, e si trasforma quasi in una fantasmagoria volta a confondere lo spettatore con effetti quali il labirinto di specchi che distorce i significati delle azioni dei personaggi e, al tempo stesso, ne azzera le vie di fuga.

Non si esce mai veramente da Hill house, visto che la casa è capace di espandere i propri confini persino al di là delle proprie mura e di trasformare un’infanzia infelice in un’odissea familiare che potrà forse risolversi molti decenni dopo, solo grazie a nuove perdite e a nuovi dolorosi confronti con gli spazi di un tempo.

Al pari di Alice che attraversa lo specchio per ritrovarsi in un mondo diverso, misterioso, affascinante, ma pericoloso, i protagonisti, in attesa forse di varcare nuovamente la porta rossa, continuano ad avere un legame profondo e indissolubile con la villa, richiamati ciclicamente da una forza soprannaturale insita in quelle mura fatiscenti, alcuni con suggestioni o presenze, altri assimilando particolari capacità che sanciranno un’esistenza diversa.

Come un terribile faro nel buio, la porta rossa invade i loro incubi dimostrando che il legame di sangue con la casa, gigantesca allegoria di passato e proprie ossessioni, è indissolubile. E attestando a chi non ci ha più creduto che il ghost horror è tutt’altro che defunto.

Così, senza apparente sforzo, Hill House non solo è la conferma che Mike Flanagan è un grande artigiano della regia, ma soprattutto che è ancora possibile praticare il genere horror senza doversi adagiare sull’inflazione del momento.

E glielo riconosce anche IL maestro del brivido, sostenendo che Hill House è un piccolo capolavoro. E se lo dice lui, allora, è il caso di crederci e godersi una sana dose di terrore nella casa stregata.

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Blackkklansman

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