La recensione

Grateful Dead Economy

L’ultimo libro di Fumagalli ricostruisce l’evoluzione dello spirito libertario negli Usa, ponendo l’accento sull’estensione dell’idea di comune ad open source, e la relativa querelle sulla proprietà intellettuale che è il nocciolo duro della rivoluzione cognitiva e digitale tra gli Ottanta e i Novanta, e che è fondamentale per indagare a fondo l’aporia insita nel concetto di “sussunzione vitale”: da una parte foriero della rottura legale col sistema, dall’altra riconvertito in potente leva di valorizzazione capitalistica.

18 gennaio 2017

«La controcultura degli anni Sessanta era rurale, romantica, antiscientifica, antitecnologica. Ma vi era sempre una nascosta contraddizione al suo cuore, simbolizzata dalla chitarra elettrica. La tecnologia rock era la sottile punta del cuneo. […] Il cyberpunk proviene da quel regno dove il pirata del computer e il rocker si sovrappongono, un minestrone culturale dove codici generici accostati tra loro si fondono».

Bruce Sterling

A dicembre scorso è uscito Grateful Dead Economy – La psichedelia finanziaria (AgenziaX, 2016, pp.192, euro 15) di Andrea Fumagalli docente di Economia politica all’Università di Pavia, sulla breccia da più di vent’anni e autore di molti lavori che hanno indagato le trasformazioni del capitalismo contemporaneo e la conseguente precarizzazione del lavoro tra cui L’Antieuropa delle monete (manifestolibri, 1993), La moneta nell’impero (ombre corte, 2002) e Lavoro male comune (Bruno Mondadori, 2013).

L’ultimo libro di Fumagalli ricostruisce l’evoluzione dello spirito libertario negli Usa, ponendo l’accento sull’estensione dell’idea di comune ad open source, e la relativa querelle sulla proprietà intellettuale che è il nocciolo duro della rivoluzione cognitiva e digitale tra gli Ottanta e i Novanta, e che è fondamentale per indagare a fondo l’aporia insita nel concetto di “sussunzione vitale”: da una parte foriero della rottura legale col sistema, dall’altra riconvertito in potente leva di valorizzazione capitalistica.

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Ma il libro di Fumagalli ha soprattutto una sua specificità: scandaglia questi temi passando per l’intemperia musicale che ha animato il trentennio Sessanta-Novanta con un focus – come riferisce il titolo –, sulla produzione musicale dei Grateful Dead. Questa scelta singolare non è da ricondurre a un vezzo o a una suggestione puramente autoriale, ha invece i suoi motivi fondanti, muniti di lucida argomentazione e puntuale storicizzazione.

Fumagalli scova nelle sonorità e nei testi dell’acid-rock, o rock psichedelico che dir si voglia, un fil rouge privilegiato per sviluppare l’analisi politica e sociologica degli anni in cui nasce quel tipo di musica e di quelli a venire in cui si modifica e sviluppa, convinto che ogni trasformazione radicale della società sia strettamente legata a momenti di rottura musicale, corrispondenti a momenti d’identificazione politica e ricodifica della comunicazione.

Nella storia, del resto, è sempre stato così: il sound sovversivo dei Grateful Dead nel mirino dell’Fbi ancora settata sul maccartismo e ossessionata dalla caccia ai “rossi”; le sinfonie di Čajkovskij, oggi un classico ma al loro esordio, un secolo prima dell’acid-rock, giudicate bizzarre e stroncate dalla critica come “musica puzzolente”.

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 Controcultura, cybercultura

La prima parte del libro si concentra sul passaggio, nell’arco di un trentennio, dalla controcultura alla cybercultura. L’analisi di Fumagalli rimane centrata sugli States, ma va da sé che confluenze e rimandi avranno poi valore e contezza transoceanica e globale. Tra l’altro, è la voce di un italiano a riverberare nel cortile dell’Università di Berkeley, il 2 dicembre del 1964, quando tutto ha inizio:

«È allora necessario mettere i nostri corpi sugli ingranaggi e sulle ruote, sulle leve su tutto l’apparato della macchina per fermarla. È allora che si deve far capire a chi la fa funzionare, a chi ne è il proprietario, che se noi non siamo liberi, impediremo a ogni costo che essa funzioni».

Sono le parole di Mario Savio, uno dei leader studenteschi del Free Speech Movement, in cui riecheggiano i fotogrammi di Chaplin tra gli ingranaggi in Tempi moderni, che Fumagalli cita per dar conto della genesi del movimento di protesta e controcultura, di liberazione ed emancipazione sociale nello stesso momento storico in cui parallelamente si svilupperanno anche movimenti più radicali come il Black Panther Party e l’Indian Liberation Movement.

Le parole di Savio sono l’aperta e ferma denuncia rispetto al rigido disciplinamento dell’università, riflesso critico del complesso militare-industriale di matrice taylorista-fordista che domina e regola la società ai fini dello sfruttamento capitalistico.

«Ma il discorso di Savio», prosegue Fumagalli, «va oltre: in maniera ancora confusa […] si allude al termine “macchina” con riferimento a un contesto dove iniziano a svolgere un ruolo sempre più importante l’informazione e le tecnologie informatiche».

Ecco quindi scovato – in questa esigenza radicale di liberarsi dalla tecnocrazia imposta dal capitale – il germe di quello che, tre decenni più tardi, sarà il cardine dei movimenti sviluppatisi intorno alla cybercultura, nel passaggio storico dal capitalismo fordista a quello cognitivo e biocognitivo, dalla catena di montaggio all’algoritmo finanziario.

Sviluppo della controcultura dei tardi anni Sessanta – sulle note acid-rock dei Grateful Dead che scansionano i tre momenti emancipatori: turn in (presa di coscienza o soggettivazione), tune in (sintonia con l’universo al di fuori delle strutture disciplinari) e drop out (ossia l’esodo, il momento catartico della liberazione dai parametri borghesi attraverso un modo alternativo di vivere in società) – e sviluppo della cybercultura a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta – ancora codificabile attraverso la ricerca avanguardistica della band di San Francisco, prima a portare la jam nei concerti rock, a sviluppare il “muro di casse” per ottimizzare il suono ai live, e a rendere open source la fruizione attraverso le registrazioni dal vivo e la libera diffusione – sono le due fasi, secondo Fumagalli, di forte rivoluzione sociale e culturale negli States come mai era stato prima.

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In questo senso è Perry Barlow – giornalista informatico, esperto di tecnologie digitali e, non a caso, paroliere dei Grateful Dead – a raccogliere e sviluppare intuizioni e istanze di rottura radicale propagandate da Mario Savio. Ma a differenza di Savio, e qui si può già scovare per Fumagalli l’insieme di contraddizioni insite nel nuovo paradigma del capitalismo cognitivo, Barlow non auspica una rottura con la “macchina”, ma anzi vede nello sviluppo tecnologico e cibernetico un potente alleato per la definitiva liberazione ed emancipazione sociale.

Si è dentro più dentro quell’ambiguo rovescio dell’alleanza tra uomo e macchina, che è rappresentato bene in una pellicola iconica della cybercultura: The Matrix. Così, nel secondo capitolo della trilogia, il consigliere Hamman – membro autorevole del consiglio di Zion, ultima città umana sopravvissuta al conflitto con le macchine – riflette con Neo sull’ambiguità:

«Mi piace ricordare che questa città riesce a sopravvivere grazie a queste macchine [le macchine di alimentazione energetica, ndr], queste macchine ci tengono tutti in vita mentre altre macchine vengono a distruggerci. È singolare, non trovi? Il potere di dare la vita, il potere di toglierla…».

E nell’ultimo capitolo della trilogia, Matrix Revolutions, la guerra tra uomo e intelligenza artificiale finirà con il sacrificio di Neo, e con un patto siglato tra i due antagonisti.

Hacker e rocker: dall’open-source all’anarco-capitalismo

La seconda parte del libro affronta la nascita dei concetti di “esodo”, “spirito comunitario” e “beni comuni” animati dagli hippie dal quartiere di Haight-Ashbury a San Francisco, centro propulsore di un movimento che eredita e sviluppa le istanze della Beat Generation, e di come queste categorie siano state riprese e poi sovvertite nel passaggio dalla cybercultura dell’open source all’anarco-capitalismo.

Ancora una volta il merito di Fumagalli è di storicizzare con lucidità per tirare le fila della sua analisi dipanando il fil rouge del suo libro nel singolare – ma sagace – avvicendamento tra la figura del rocker psichedelico e quella dell’hacker. Così Jerry Garcia, eclettico chitarrista dei Grateful Dead, viene accostato alla figura e al ruolo di Steve Jobs, nella sua istanza di rottura con la struttura burocratica e sistemica ma anche nel manifesto piglio imprenditoriale di capitalizzare il potenziale delle innovazioni cibernetiche; il passo dal tech to the people dei pirati informatici alle royalties sui software richieste da pionieri della programmazione quali Paul Allen e Bill Gates è breve: ed eccoci nell’era dell’anarco-capitalismo.

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Analizzare questi passaggi decisivi, nella congiuntura attuale, non solo è fondamentale per comprendere il presente, ma si staglia anche su un orizzonte di lungimiranza dal momento in cui, consci delle contraddizioni insite nel general intellect, come Fumagalli ha dichiarato in una recente intervista a “il manifesto, si può ragionare sulla potenza inespressa di una «psichedelia finanziaria dal basso, […] intesa come remunerazione della vita messa a valore, […] una sperimentazione che vale la pena di tentare».

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