La recensione

Gold: fascinazione
d’oro e d’inganno

Il racconto di una grande truffa. I contorni sono quelli di una storia «fottutamente vera», quella dello scandalo in cui fu coinvolta, agli inizi dei ’90, la compagnia mineraria Bre-X. Nella pellicola di Stephen Gaghan (nomination agli Oscar con Syriana), l’ultimo, ma forse primo, grande attore è la “scatola nera”, ossia il complesso di speculatori finanziari che orbita intorno alle magnifiche sorti, e progressive, di un giacimento appena rinvenuto.

22 maggio 2017

Simbolo: Au. Numero atomico: 79. Descrizione: metallo nobile di colore giallo lucente, resistente agli agenti atmosferici e a quasi tutti i reattivi chimici presente in natura allo stato nativo. Specificità: considerato, fin dall’antichità, uno dei metalli più preziosi per la sua inalterabilità, rarità, elevata duttilità e malleabilità. Utilità: mezzo di scambio.

In una parola: oro.

Da questo mese è nelle sale italiane Gold-La grande truffa, la pellicola di Stephen Gaghan (nomination agli Oscar con Syriana) ispirata alla storia «fottutamente vera» dello scandalo in cui fu coinvolta, agli inizi dei ’90, la compagnia mineraria Bre-X.

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La storia vera

1993: David Walsh, CEO della compagnia mineraria Bre-X Minerals Ltd, acquista una proprietà terriera nel bel mezzo della giungla del Borneo, nei pressi del fiume Busang, in Indonesia. Scavando lì, a quanto dice il suo geologo di fiducia John Felderhof, verranno fuori valanghe d’oro. E infatti i campioni dei primi carotaggi danno esito positivo: di metallo nobile, in prospettiva, ce n’è eccome, tanto da far gridare al giacimento aurifero più prolifico di sempre.

La bolla mediatica esplode, le azioni della Bre-X salgono da 30 centesimi a 286 dollari nel giro di pochissimo tempo e colossi come Barrick Gold, Placer Dome e Freeport McMoran si fanno la guerra per accaparrarsi un pezzo di quella fortuna. Ma ecco che, come direbbe il grande Bardo, c’è l’intoppo.

La notizia arriva direttamente dai laboratori: i campioni sono falsati, il filone d’oro non c’è. E il trucco è uno dei più irrisori: Michael De Guzman, il capo-cantiere del giacimento in Indonesia, ha grattato pezzettini della sua fede nei campioni appena estratti.

Quelle piccole, infinitesimali schegge luccicanti hanno aggirato i primi e più superficiali controlli, si sono trasformate prima in titoli di testa, poi in algoritmi finanziari e, infine, in milioni e milioni di bigliettoni fruscianti, quantificabili come la più grande truffa nella storia del cluster minerario.

La trama di Gold romanza la grande frode messa a punto dalla Bre-X, con l’intento poetico di caratterizzarne gli autori più che di conferire fedeltà alla ricostruzione. La bibbia di personaggi che Gaghan mette in scena, allora, si presta a una poker ermeneutico – 4 grandi “attori”, in senso scenico, veicolano 4 grandi dimensioni – rispetto alle componenti di inconscio culturale e ideologico che soggiaciono all’opera. 

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1 – Il romantico

Kenny Wells (Matthew McConaughey), David Walsh nella realtà storica, eredita la grande impresa mineraria del padre negli anni ’80 e, un decennio dopo, si trova alle prese con un’imminente bancarotta. Per risollevare le sorti dell’azienda si calza un cappello in testa e parte alla volta dell’Indonesia, missione: trovare un giacimento d’oro.

La caratterizzazione picaresca del protagonista – Wells è l’imprenditore che, pur di tenere in piedi la baracca, si inoltra nella giungla, interloquisce con gli autoctoni e si immerge lui stesso nel fango alla speranzosa ricerca di qualche filone – sdogana il topos del “lupo della finanza”. E restituisce, invece, una personificazione nostalgica del mito americano della frontiera e di quello, del tutto aderente, della caccia all’oro.

Wells ha l’ossessione di spiccare il volo – sul suo braccio è tatuato un rapace con le ali distese, su ispirazione di un verso poetico che recita: «L’uccello senza zampe trova il vento» –, e di farlo avventurandosi sul campo.

Quando la sua società ottiene un’altissima quotazione in borsa, infatti, manifesta la sua più totale inadeguatezza nel dialogare con il mondo del brokeraggio, né riesce a indossarne i panni: scialacqua i primi fatturati in fiumi di alcol e pernottamenti di lusso, e scalpita dalla scrivania per gettare sé stesso e la sua impresa in altre grandiose sfide. In questo senso il vortice romantico di cui è preda si traduce in un superamento della dimensione puramente speculativa dell’imprenditorialità.

Nella testa del protagonista rimbomba il folle mantra dell’oro per l’oro, cioè la caccia al metallo nobile è – in fondo, e facoltà di sperperare a parte – fine a se stessa.

Wells rappresenta, in altre parole, il cortocircuito sistemico per cui l’incondizionata fiducia e complicità alla logica capitalistica, oltre a perseverare in uno sfruttamento senza soluzione di continuità, si ritorce su sé stessa e giunge alle estreme conseguenze di una delirante psicosi.

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2 – Il truffatore

Michael Acosta (Édgar Ramirez), fusione tra il geologo John Felderhof e il capo cantiere Michael De Guzman nella realtà storica, è l’asso nella manica che Wells va a pescare nell’entroterra indonesiano, illudendosi di mettersi nelle mani di una vera e propria leggenda del cluster minerario.

Acosta – famoso per aver portato alla luce il più grande giacimento di rame, scovato invece in maniera fortuita, e per essere a conoscenza del fantomatico “anello d’oro”, una zona ricca di filoni d’oro che si scoprirà essere una gigantesca bufala – non è altro che un abilissimo incantatore, munito di quell’acume e di quel savoir fair invidiabili che solo i migliori truffatori, almeno nell’universo del romance, sanno avere.

Come Michael De Guzman nella vera vicenda, ma con lo stile e il fascino che pretende la realtà romanzesca, Acosta falsa i campioni del giacimento e, una volta portata a termine la truffa del secolo, sparisce nel nulla, salvo inviare una parte del bottino al socio Wells, a dimostrazione della sua inossidabile lealtà.

Il fatto che la falsificazione dei campioni – e il relativo diffondersi della notizia sulla scoperta del più grande giacimento aurifero – non solo passi inosservata ma dia anche adito a un’enorme bolla speculativa, dà ragione ad Acosta rispetto a due conclamate evidenze: che il sistema si può aggirare e che una grossa bufala fa sì che il sistema stesso si raggiri da solo.

Nell’era “mitocratica”, dove cioè tutto è narrazione, il personaggio di Acosta rappresenta, oltre il consumato cliché del truffatore, il potere (politico e finanziario) delle balle – oggi diremmo: “fake news” – nella costruzione di consenso e nel frenetico dirottamento di investimenti privati e statali.

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3 – La grazia

Kay (Bryce Dallas Howard), innesto di pura finzione, è la dolce metà che Wells può vantare di avere sempre accanto, anche nel bel mezzo delle sue più disastrose cadute. La fedeltà e l’appoggio di Kay verranno meno soltanto quando Wells apparirà ai suoi occhi irrimediabilmente fagocitato dall’ambiente borsistico e finanziario. Ma anche in quel frangente, e fino all’ultimo, Kay cercherà di sottrarlo alla sua stessa psicosi e di farlo rinsavire rispetto ai veri valori di cui un uomo non dovrebbe mai smarrire la cognizione.

Il personaggio femminile, in altre parole, benché relegato in una dimensione subordinante, vuole rappresentare la grazia, positiva outsider nel collasso sistemico che prova sdegno per la miseria espressa dai borsisti più voraci – declinati tutti al maschile – e propulsiva compassione per il compagno che, caduto nella trappola, può ancora redimersi.

E la stessa “grazia” si fregia di una certa universalità quando viene ritrovata nel bel mezzo della giungla indonesiana, dove le madri degli autoctoni si struggono per la mancanza di acqua pulita e potabile, mentre i loro mariti vengono sfruttati nei cantieri minerari.

All’oro, materia prima che è oggetto e feticcio per eccellenza della logica estrattiva e capitalistica, si contrappone l’acqua, che è, dovrebbe essere, un bene in sé e per sé, epurato da qualunque dinamica e valore di scambio.

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4 – La scatola nera

L’ultimo, ma forse primo, grande attore di Gold è la “scatola nera”, ossia il complesso di speculatori finanziari che orbita intorno alle magnifiche sorti, e progressive, del giacimento rinvenuto dalla compagnia di Wells.

Il mondo della finanza gioca il ruolo di piena anti-tesi rispetto allo spirito avventuriero del protagonista ed è raffigurato in una maniera caricaturale, ai limiti del grottesco. Se da una parte tradisce una lettura retorica e superficiale – dal facile populismo – di quel complicato organismo, dall’altra dissemina indizi evidenti sulla percezione di un ribaltamento gerarchico, colpevole e ormai avvertito, che vede la governance politica succube delle strutture del leviatano finanziario.

Nella terra di mezzo tra biopic e action-movie d’avventura, Gold, oltre la sua cifra d’intrattenimento, può essere oggetto di una lettura che porta a galla una serie di contraddizioni storiche e odierne:

  • l’aporia insita nel mito americano e nella relativa narrazione dello stesso, dilaniata tra disincanto rispetto a un modello che si presentava granitico e, al tempo stesso, perseveranza nel volerlo riabilitare attraverso la chiave di un eroismo decadente;
  • la fascinazione – a tratti populista – nei confronti della truffa come vera e propria arte per sfuggire alla “crisi” sistemica;
  • l’assenza di uno sguardo obliquo rispetto ai contesti narrati, e quindi una sorta di vettore coloniale e sessista insito nel punto di vista e nella voci narranti.

Ma c’è anche, e per fortuna, un tentativo di prendere coscienza e fare auto-critica rispetto all’illusione del mercato come dominatore assoluto della politica, a partire dalle “favole” che possono farlo saltare da un momento all’altro.

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