La recensione

La Francia in nero

«Non è Marine Le Pen ad aver imitato, per aggiornarsi, i populisti europei, semmai è il contrario». Le «idee senza parole» dell'estrema destra francese storicizzate con lucidità e prontezza da Marco Gervasoni in un libro, per provare a capire come vecchie configurazioni dell’estrema destra si ripresentino in chiave odierna e, magari, ragionare per opporsi all’inquietante ascesa. Per provare a sbugiardare i dispositivi populistici, anch’essi rimodellati e reiterati nel tempo.

10 aprile 2017

«La cultura di destra è quella entro la quale il passato è una sorta di pappa omogeneizzata che si può modellare e mantenere in forma nel modo più utile.»

 Furio Jesi

Francia, 2017

Il prossimo 23 aprile i francesi andranno al voto. Alcuni pronostici indicano un tête-à-tête al secondo turno tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen, anche se – a una disamina più accorta – il quadro politico francese rimane incerto e oscillante.

È «caratterizzato da un’altissima volatilità del consenso, conseguenza diretta della liquefazione dei corpi intermedi attraverso i quali la politica di establishment si è organizzata nel ciclo lungo della globalizzazione neoliberista», come ha scritto Marco Assennato su Euronomade. «Volatilità» che è circoscrivibile ai cinque candidati più importanti tra gli undici in corsa: Benoît Hamon per il Partito socialista, François Fillon per i Repubblicani, Jean-Luc Mélenchon con il movimento La France Insoumise, Emmanuel Macron con En Marche! e Marine Le Pen con il Front National. Quest’ultimo, dopo il trionfo alle europee del 2014, sembra giocare la partita più importante della sua storia, che – in caso di vittoria – potrebbe sancire la ribalta dell’estrema destra francese sulla scia di un rinnovato – e distopico – afflato sovranista a livello internazionale.

Tuttavia, a ben vedere, l’extrême droite è stata la prima tra le «destre» a calcare il palcoscenico e non ha mai smesso di farlo, da protagonista e ispiratrice.

«Spira un vento ostile alla mondializzazione, bersaglio polemico di tutti i movimenti catalogati come populisti, di cui il Front National di Jean-Marie Le Pen prima e della figlia Marine poi, è l’esponente più antico, più robusto e più vicino ad arrivare al potere in un paese chiave del mondo».

È quanto scrive Marco Gervasoni nel suo ultimo libro, La Francia in nero – uscito a marzo per Marsilio –, il cui intento è ricostruire come l’extrême droite venga da lontano, più lontano di tutti, al punto da poter essere considerata, in Europa e altrove, fondativa dell’ideologia reazionaria e populista: «Non è quindi Marine Le Pen ad aver imitato, per aggiornarsi, i populisti europei, semmai è il contrario». Per comprenderlo, sulla scorta di Gervasoni, bisogna riavvolgere un nastro lungo più di due secoli, con coordinate geografiche che portano a Parigi, ça va sans dire.

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Francia, 1789

Il 1789 è l’anno della «torsione volontaristica dell’esistente», in cui si imprime a caldo l’immagine moderna della rivoluzione, ma anche – come rovescio della medaglia – quella della contro-rivoluzione, intesa non come semplice ritorno al passato, risposta uguale e contraria al ribaltamento dell’ordine costituito, bensì come specifica forma di torsione del reale.

Il 1789 è l’anno in cui si consuma la cesura parlamentare tra “destra” e “sinistra”, gauche e droite, che vede opporsi, rispettivamente, i favorevoli e i contrari al veto del monarca alle leggi emanate dal parlamento. C’è quindi un filo conduttore lungo, lunghissimo, a legare insieme le “destre estreme” – anche se il termine “droite” verrà utilizzato con questa accezione solo più tardi – e il cui bandolo della matassa è nell’extrême droite.

“estrema”

che nasce in seno alla (contro)rivoluzione e poi si evolve nei due secoli a venire, mutando forme e linguaggi, ma rimanendo ancorata ad alcuni robusti pilastri, quali il “cesarismo” e il “culto del capo”, che si conserveranno inalterati fino ad oggi.

Ab origine: dalla controrivoluzione alla “droite révolutionnaire”

Anche la “controrivoluzione” ha i suoi antefatti. Sono le invettive dell’abate Augustin Barruel rivolte ai philosophes, rei di cospirare contro il monarca e primi fautori di un individualismo spinto che mina l’unico ordine legittimo della monarchia. Dicotomia tra “bene” e “male” – e quindi ricerca spasmodica del nemico –, minaccia provocata dalla libertà individuale e reazione repentina al rovesciamento dell’ordine costituito, sono i primi capisaldi della “destra” francese che tornano, con più forza, nelle figure di Bonald e Chateaubriand, e permangono fino alla prima restaurazione di Luigi XVIII.

I teorici della prima droite, come de Maistre e Lamennais, auspicano un ritorno alla matrice teocratica del potere, in cui il sovrano – per intercessione papale – è il depositario di Dio in terra. Ma sono posizioni che devono fare presto i conti con una progressiva desacralizzazione del mondo: il legame fideistico e religioso non bastano più ai controrivoluzionari che, per legittimare il potere, scagliano la loro propaganda contro parlamentarismo e corruttela dei deputati in cui, forse, si possono scorgere i prodromi dell’anti-politica, del populismo. Gli anni della Restaurazione sono una vera e propria sfida per i reazionari che consiste, prosegue Gervasoni, nell’utilizzare gli stessi strumenti potenziati dalla rivoluzione e da Napoleone: lo Stato centralizzato, la burocrazia, la polizia moderna. La controrivoluzione si impossessa e avvale degli strumenti rivoluzionari, prova – a sua volta – a farsi rivoluzione, come allegorizza bene il personaggio di Laplace ne L’armata dei sonnambuli (Einaudi, 2014) del collettivo Wu Ming:

«Per troppo tempo Laplace si era fatto trascinare dalle velleità, dalle false speranze negli esuli, dall’idea che “controrivoluzione” equivalesse a “restaurazione”. Il tentativo fallito di liberare Luigi gli aveva aperto gli occhi, consegnandogli una certezza che non avrebbe più abbandonato. La controrivoluzione è a sua volta una rivoluzione, oppure non è nulla».

Da controrivoluzionaria, la droite si configura progressivamente come forza rivoluzionaria, e non può fare altrimenti. Da un punto di vista storico perché, dopo la sconfitta subita dalla Francia contro la Prussia, si sancisce il passaggio da impero a repubblica. Sotto il profilo politico perché incomberanno presto gli “spettri rossi” della Comune e perché la Francia ha ormai perso il suo ruolo di fille aînée de l’Eglise (figlia primogenita della Chiesa), dopo la presa di Roma da parte del Regno d’Italia. «Il ritorno all’ancien régime», scrive Gervasoni, «ha smesso di convincere anche i reazionari più intransigenti».

La svolta nazionalista

La seconda grande svolta dell’extrême droite – agli albori del ’900, e anche in questo caso pionieristica – è quella di fagocitare le due categorie nate in seno alla rivoluzione giacobina: il patriottismo e la questione sociale. La svolta nazionalista risponde allo scopo di ricreare un mito identitario credibile e in grado di produrre fascinazione, mentre la questione sociale, ossia lo spostamento dell’attenzione verso le masse proletarie, è dettato dall’urgenza di acquisire consenso entro i confini nazionali.

L’ostilità al sistema capitalistico è declinata dalla droite d’inizio ’900 in una maniera che non è davvero troppo distante da quelle dei sovranismi e delle destre estreme che popolano il panorama odierno: il capitalista non è l’imprenditore – quindi, la finta solidarietà e vicinanza alla classe lavoratrice nasconde una strisciante connivenza con il capitale e il relativo sfruttamento della forza lavoro –, bensì lo speculatore finanziario che sovente affonda le sue radici nel giudaismo: ed ecco la creazione del “capro espiatorio”, indispensabile per avallare misure securitarie e repressive.

Quando, con il boulangismo – leggi: culto del capo, populismo, corporativismo – la droite ottiene il suo vero battesimo di fuoco, si può dire – secondo Gervasoni – che si fa fulgida anticipatrice del fascismo. La retorica boulangista, inoltre, si fregia sostanzialmente di una triade di mantra che sono: «Siamo in decadenza»; «I colpevoli sono ben noti (ebrei, finanzieri, politici, massoni, stranieri)»; «Fortunatamente c’è il salvatore». Ancora una volta l’eco di queste espressioni e narrazioni non risuona da troppo lontano.

Prodromi rossobruni

Se la “destra rivoluzionaria” finisce col disporsi ad accettare la sfida governativa, l’Action Française, che nasce nel lustro finale dell’Ottocento, tenta di radicalizzare di nuovo la droite, di ricondurla all’estremo con un ritorno alle originarie categorie controrivoluzionarie, anti-borghesi e – soprattutto – avverse alla modernità.

Maurras, penna dell’AF, propone un “re dittatore” al governo di uno stato patriottico e corporativista, la cui «cellula base deve essere costituita dalle famiglie e dalle comunità naturali». Affondi, anche questi, che non suonano troppo lontani dalla retorica anti-progressista propria dell’odierna galassia rossobruna. Come non lo sono le teorie – e qui si è al germinale del rossobrunismo, cioè la strumentalizzazione e fusione ad hoc di Friedrich Nietzsche con Ernst Jünger, Martin Heidegger, il nazional-bolscevismo e Antonio Gramsci –, di Alain de Benoist, ideologo per eccellenza di un’ambiziosa ricostruzione a livello di immaginario e di narrazione di quella che, dal dopoguerra in poi, viene definita come nouvelle droite e di cui il Front National diverrà l’esponente principale.

“Modellare la pappa”, ovvero il lepenismo

«I temi lanciati da Jean-Marie Le Pen» nei Settanta inoltrati «sono l’insicurezza e l’immigrazione, i suoi avversari sono soprattutto il governo e i socialisti, ma non è risparmiata la destra repubblicana, colpevole di aver costruito un sistema in cui i francesi “di sangue” si sentono sempre più estranei».

E ancora:

«Le Pen si dichiara estraneo al fascismo, secondo lui un “avatar autoritario del socialismo”, cioè un prodotto della sinistra, ma rifiuta pure di definirsi di estrema destra e indica in De Gaulle e soprattutto in Churchill i suoi punti di riferimento». Culto del capo e cesarismo (di eredità bonapartista) tornano come capisaldi imperituri dell’extrême droite anche nel linguaggio lepenista, a cui – però – si aggiungono categorie spiccatamente populiste – l’anti-politica, l’antiparlamentarismo –, e forti richiami xenofobi giustificati attraverso la retorica (rossobruna) dell’autodeterminazione dei popoli «nei luoghi in cui albergano le loro proprie radici».

Quando Marine, alla fine dei Novanta, prende il testimone dal padre deve sicuramente mitigare la radicalizzazione del Front National e ricalibrarne il linguaggio. Non solo lo fa, e ci riesce, ma – e qui Gervasoni prova a chiudere l’anello della sua ricostruzione – il Front National funziona da vero e proprio precursore per tutte le forze politiche che oggi si presentano come sovraniste e garanti di un ritorno alla sicurezza contro l’ordoliberismo e il complottismo mondialista. Tra queste ci sono: la (nuova) Lega di Salvini in Italia, l’Alternative Für Deutschland in Germania, il Freiheitliche Partei in Austria, l’UK Independence Party nel Regno Unito, il Partij Voor De Vrijheid in Olanda.

Tira una brutta aria, e le presidenziali francesi rappresentano un momento decisivo nell’assetto geopolitico europeo, e non solo, su cui incombono i fantasmi della Frexit e inquietanti repliche sovraniste alla crisi del sistema neoliberista.

In questo senso La Francia in nero è un libro che ci ricorda l’importanza di storicizzare con lucidità e prontezza, per provare a capire come vecchie configurazioni dell’estrema destra si ripresentino in chiave odierna e, magari, ragionare per opporsi all’inquietante ascesa. Per provare a sbugiardare i dispositivi populisti – anch’essi rimodellati ma reiterati nel tempo – mediante i quali la destra, a partire dall’extrême droite di ieri e oggi, ha la capacità di acquistare consenso attraverso l’utilizzo, per dirla con Furio Jesi, di «idee senza parole». Lo dimostra la curvatura dell’ultimo programma lepenista che, sotto il manto retorico del sovranismo e della lotta al libero mercato, sigla de facto un cambio di direzione da un’agenda blandamente keynesiana a una ampiamente compatibile con parametri neoliberisti.

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