La recensione

Dogman: il sacrificio umano

È una colata di cemento vomitata su uno dei più bei lidi del Mediterraneo, poco a nord di Napoli – il Villaggio Coppola di Castel Volturno –, la protagonista assoluta di Dogman (2018), acclamato capolavoro di Matteo Garrone. La storia è quella di Marcello, proprietario di un piccolo negozio di toilette per cani, che alterna il suo genuino amore per i quadrupedi alla stoica sopportazione fisica e psicologica per gli umani. Marcello, con sguardo attonito e corpo meccanico, trascina le sue giornate in compagnia di sottoproletari senza nemmeno più desideri. Una pellicola capolavoro, piena di rimandi cristologici, nei dialoghi e nelle immagini. Una fiaba violenta che indaga l’universale tragico fino al sacrificio umano. Quello che vediamo nel film di Garrone è un’umanità allo sbando, forzatamente emarginata tra l’osteria, la sala del videopoker e il calcetto serale. Sigillata nello spazio chiuso e claustrofobico di questo livido paradiso perduto.

24 maggio 2018

“Un paesino abbandonato che racconta la storia di un paradiso perduto”, così il «New York Times», lo scorso anno, titolava un reportage sul Villaggio Coppola di Castel Volturno.

È questa colata di cemento vomitata su uno dei più bei lidi del Mediterraneo, poco a nord di Napoli, immaginata come utopia residenziale negli anni Sessanta del benessere, poi messa sotto sequestro e progressivamente abbandonata al degrado e alla miseria contemporanei, la protagonista assoluta di Dogman (2018), acclamato capolavoro di Matteo Garrone.

Recintata nei confini invisibili, e pertanto invalicabili, di questo non luogo post apocalittico, si rivela pian piano una storia di uomini e di cani – di cani che solidarizzano e di uomini che mordono – liberamente ispirata ai fatti del “Canaro” della Magliana. Uno degli episodi di cronaca più cruenti degli anni Ottanta. Garrone, però, si distacca quasi subito.

“È solo un punto di partenza, ma poi il film prende una direzione del tutto autonoma e indipendente. Non ho nessun interesse nel ricostruire le cose come si dice che siano andate”, spiega il regista. Il fattaccio, come lo chiama Vincenzo Cerami, altra dichiarata fonte di ispirazione, è lo spunto per una fiaba violenta che indaga l’universale tragico dell’umano. O meglio dell’uomo. Il maschio prepotente e vigliacco, cattivo e pusillanime, approfittatore e lamentoso. Le donne sono assenti. Nessuno spazio per il femminile.

Unica ad apparire, in frammenti quasi onirici, è l’adorata figlia – preadolescente Alida (Alida Baldari Calabria) – del protagonista che insieme al padre Marcello (Marcello Fonte) s’immerge nel Mare Ionico immaginando che siano le Maldive o le Hawaii, punti di fuga immaginari dal non luogo disperato di Villaggio Coppola.

Il film è la storia di Marcello, tenutario di un piccolo negozio di toilette per cani, che alterna il suo genuino amore per i quadrupedi alla stoica sopportazione fisica e psicologica per i bipedi che lo circondano. Come un novello Buster Keaton, sguardo attonito e corpo meccanico, Marcello trascina le sue giornate in compagnia di sottoproletari senza nemmeno più desideri, e piccoli proprietari attaccati alla roba, ladruncoli e spacciatori di mezza tacca.

Un’umanità allo sbando, forzatamente emarginata tra l’osteria, la sala del videopoker e il calcetto serale. Sigillata nello spazio chiuso e claustrofobico di questo livido paradiso perduto, a parte il mare potrebbe essere una qualsiasi periferia di una qualsiasi metropoli, che Garrone filma con rigida disciplina quasi documentarista. Senza mai giudicare o partecipare, ma sempre con delicatezza e quasi con amore.

“Ammoreee!”, è infatti l’esclamazione con cui Marcello si rivolge a ogni cane che incontra per strada. Come se i quadrupedi fossero i post umani, lo stadio ultimo dell’evoluzione, capaci di adattarsi anche in questi luoghi ostili distrutti dagli uomini, ancora incapaci di accettarsi. Anzi, regrediti allo stadio del cane come bestia feroce primordiale. Cane mangia cane, tra gli uomini.

L’amore e la violenza, cuore di ogni tragedia. “Quello che interessa a Garrone non è drammatizzare la realtà; è partire da essa per esplorare i rapporti tormentati e ambivalenti tra i protagonisti, che oscillano continuamente tra attrazione e repulsione, dominio e sottomissione, manipolazione e ribellione” (Leonardo Bianchi, Vice).

L’amore e la violenza. Se l’amore (che dà e riceve) per i cani e la figlia c’è, Marcello cerca costantemente quello degli uomini. E questo amore e l’approvazione incondizionata da parte della comunità coatta degli umani, il piccolo Buster Keaton che spaccia cocaina e lima le unghie agli alani “proverà a ottenerli con il gesto più estremo che gli capita, il sacrificio umano” (Alberto Piccinini, Rolling Stone).

L’amore e la violenza. Se la violenza dei cani si può tenere a bada con un biscottino o un asciugacapelli, capace anche di addolcire il più feroce dei pittbull, la brutalità degli uomini è ovunque. È quella che esercita su chiunque gli capiti a tiro Simoncino (Edoardo Pesce), ex pugile appena uscito di galera, che tutti evitano e a cui solo Marcello dà ascolto.

Anche se Simone non parla quasi mai, perché, come spiega il regista: “deve avere una visione della vita di lì a pochi minuti”. Eppure Simoncino non dà solo violenza, è anche cristologicamente costretto a portarla su di sé, è stato il recettore di tutte le angherie e i soprusi che lo circondano, in attesa solo di esplodere. Ma non sarà lui a deflagrare.

Il rapporto ambiguo e malato tra Marcello e Simoncino è molto più sfumato e complesso di quello tra vittima e carnefice, i ruoli spesso si sovrappongono e confondono. E Garrone riesce a mostrare il tutto in un raffinato equilibrio tra ricerca entomologica ed empatia.

La telecamera balla tra i corpi ad altezza dell’uno o dell’altro, proietta lo spettatore nel vortice dei rapporti umani per poi estraniarlo di colpo.

Ecco i campi lunghi sul Villaggio Coppola – usato come location anche per i precedenti L’imbalsamatore (2002) e Gomorra (2008). Squarci di rovine archeologiche industriali – scattate dal direttore della fotografia, Nicolaj Brüelrende –, eterne come “in un quadro di Hopper” (Cristina Piccino, «il manifesto»).

In una pellicola piena di rimandi cristologici, nei dialoghi e nelle immagini, quello che rende il film di Garrone un capolavoro è la dissoluzione di ogni contorno tra vittima e carnefice, “in uno scambio di proiezioni […] o meglio possibilità” (Federico Pontiggia, «Il Fatto Quotidiano»).

Come nei melodrammi di Douglas Sirk o Rainer Werner Fassbinder, già esplorati con l’ottimo Reality (2012), nelle lande desolate portate sullo schermo da Garrone regna l’odore di decomposizione, di una perdita di innocenza tra gli uomini, che è precedente a ogni paradiso perduto o anche solo immaginato.

Chi è Cristo? È Marcello, vessato dalla violenza fisica e psicologica di Simoncino, che abusa continuamente di lui, lo umilia, anche di fronte alla figlia. O è Simoncino, quando Marcello lo battezza come tale lavandogli i piedi con la polvere bianca e facendone il suo re?

Ancora, è Simoncino, uomo-bambino, cui sono stati addossati i peccati del mondo e non capisce perché, piangente nel caravaggesco abbraccio materno, mentre Marcello inginocchiato raccoglie oro, incenso, mirra e cocaina dal pavimento. O è di nuovo Marcello, quando fa sua la violenza di Simoncino, e arriva infine a torturarlo e ucciderlo con una cura e un amore che nessuno gli ha mai dato?

Intanto, i cani abbaiano. E Villaggio Coppola continua a vorticare fuori dal tempo e dallo spazio, in quel deserto delle possibilità dove abita l’uomo.

Se il protagonista principale della pellicola resta questa “Quinta ideale, che il sole fatica a riscaldare e i temporali incupiscono, a metà frontiera e a metà apocalisse” (Paolo Mereghetti, «Corriere della Sera»), il Prix d’interprétation masculine al settantunesimo Festival di Cannes è giustamente consegnato al meraviglioso Marcello Fonte, autore di una prova magistrale in cui amalgama adesione e improvvisazione.

Chi, però, ha inteso il film di Garrone come uno sguardo tenero e compiaciuto sui dannati della terra, a partire da quei salotti borghesi dei Cahiers du Cinéma, che hanno sempre esaltato il lumpen cinematografico, si è affrettato a definire favola la parabola di questo ragazzo, nato nella miseria e arrivato a essere premiato in Costa Azzurra. Da questo racconto moralista a lieto fine, è tuttavia stato espunto il fatto che Marcello, arrivato a Roma a vent’anni, si è trovato in quel Villaggio Coppola che sono oggi le metropoli globali, fondate sulla convivenza coatta e sulla sopraffazione.

Non è stato raccontato che l’unica accoglienza ricevuta da Marcello, come da molti altri, è stata quella dei centri sociali e degli spazi occupati. Come il Cinema Palazzo di San Lorenzo, sottratto alla speculazione di chi, nel quartiere popolare, voleva costruire una sala di slot machine e videopoker uguale a quella in cui vegetano i protagonisti di Dogman.

E proprio dal Cinema Palazzo, luogo di aggregazione sociale e produzione culturale intorno a cui gravitano molti degli attori e delle maestranze di questo film, parte giustamente un’istanza di riconoscimento. Queste poche esperienze rimaste sono costantemente sotto minaccia di sgombero. O sono state già evacuate e regalate agli speculatori, per essere trasformate in edilizia residenziale per ricchi, oppure per essere semplicemente abbandonate e trasformate nel deserto lunare distopico, dove solo i cani sanno sopravvivere.  Eppure, è in questi luoghi che si formano le ultime iniziative culturali, e germogliano le ultime iniziative artistiche, prima dell’estinzione dell’uomo.

Marcello non racconta alcuna favola del ragazzo povero che dalla miseria arriva alla Croisette.

Marcello racconta la storia vera di un magnifico attore che, nel Villaggio Coppola quale oggi è Roma, non riesce a vivere, a mettere insieme il pranzo con la cena, figuriamoci a immaginare un domani. E se ha potuto farlo, se ha potuto arrivare a Cannes, è stato solo grazie a quei luoghi di aggregazione sociale che sono il contro campo delle metafisiche e ultra reali lande desolate dipinte da Dogman.

Unici spazi di resistenza all’inesorabile avanzare del nulla.

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