Dietland: il fightclub femminista - I Diavoli

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Dietland: il fightclub femminista

Con 500 calorie al giorno Plum vive alla deriva, desiderando di essere altro da sé. Dall’esistenza disastrata di questo personaggio prende le mosse la nuova serie AMC, distribuita in Italia da Amazon Prime Video e tratta dall’omonimo romanzo di Sarai Walker: “Dietland”. Un prodotto che intercetta con intelligenza il fermento di una nuova rivoluzione in atto, tanto nella società quanto nell’immaginario. Il fightclub, stavolta, è femminista.

10 agosto 2018

Quale immagine nella società contemporanea ci conferisce di più il senso di oppressione femminile: una donna avvolta in un Burka o una delle tante modelle anoressiche che ammiccano dalle copertine patinate delle riviste di moda?

Apripista nel denunciare quanto tv e rotocalchi abbiano deformato il concetto di femminilità è l’insospettabile pellicola Il diavolo veste Prada che, sia pur in maniera inconsapevole e scanzonata, spinge a riflettere sul mondo delle donne costrette ad apparire piuttosto che a essere.

Il film (del 2006) di David Frankel, tratto dall’omonimo best seller di Lauren Weisberger (The devil wears Prada), racconta le vicende paradossali di una giovane giornalista dall’aspetto normalissimo che si trova a confrontarsi con il diabolico mondo dell’alta moda fino a essere inesorabilmente travolta dal lato oscuro di quell’ambiente.

Al netto delle note comiche della pellicola, esistono però delle battute che creano le basi per una riflessione più matura e forse le premesse per una serie così politicamente scorretta come quella di cui stiamo per parlare.

Un esempio emblematico è quando nel film Nigel, il brillante omosessuale collaboratore della perfida Miranda Priestly (icona del fashion e direttrice della rivista «Runway») cerca di spiegare all’ingenua nuova arrivata (Andrea, interpretata da Anne Hathaway) le regole del gioco. Quello che ne segue è un dialogo tanto caustico quanto significativo:

Nigel (in sala mensa): «Minestra di mais… Scelta interessante. Lo sai, vero, che la cellulite è uno degli ingredienti principali della minestra di mais?»

Andrea: «E così qui le ragazze non mangiano niente?»

Nigel: «Non più, da quando la taglia trentotto è diventata la nuova quaranta e la trentasei equivale alla trentotto.»

Andrea: «Io porto la quarantadue.»

Nigel: «Che è la nuova cinquantasei.»

Una dieta per domarle, per ghermirle e nel buio incatenarle…

La protagonista della serie tv Dietland, Plum Kettle interpretata dalla fenomenale Joy Nash (Twin Peaks, The Mindy Project), è ben oltre la taglia quarantadue e il suo mastodontico corpo, di conseguenza, non passa mai inosservato.

Non potendo nascondere  la propria obesità, Plum ha scelto di celare se stessa in una progressiva lotta fatta di costrizioni e fame nera per assomigliare il più possibile a quello che tutto il mondo si aspetta da lei: una donna di ordinaria magrezza.

Tanto per rendere la cifra del personaggio, che si muove in una costante ricerca dell’invisibilità, va detto che la giunonica protagonista non si chiama nemmeno Plum, ma Alice. “Prugna”, però, è come tutti la chiamano, un vezzeggiativo crudele che allude alla succosità e al suo essere “tanta”.

In un progressivo meccanismo di cancellazione del sé, Plum ha anche scelto di lavorare come ghost writer in un paradossale e ossimorico rifiuto del proprio corpo. La giornalista, infatti, risponde alle lettere di giovani esattamente come lei dispensando consigli su una rubrica femminile in cui finge di  avere le sembianze della bella e magrissima Kitty Montgomery (interpretata da Julianna Margulies).

Convinta di essere dalla parte sbagliata di sé stessa, della società e soprattutto della bilancia, Plum si barcamena tra una dieta e l’altra cucinando torte che non può assaggiare e frequentando gruppi di sostegno in cui nessuno riesce a comprenderla veramente.

Il suo struggente personaggio è  quello di una donna che vive costantemente in apnea, in attesa di poter finalmente somigliare all’ideale che sente di dover interpretare:  “Alice, la magra trentenne”.

E per raggiungere il suo obbiettivo è pronta a tutto: anche a rischiare la vita mettendosi in lista d’attesa per un bypass gastrico, intervento costosissimo, pericoloso e paradossalmente impossibile da affrontare se non perde altro peso.

Con 500 calorie al giorno Plum vive alla deriva, desiderando di essere altro da sé. Da questo, a grandi linee, prende le mosse la nuova serie AMC distribuita in Italia da Amazon Prime Video e tratta dall’omonimo romanzo di Sarai Walker, appunto: Dietland.

Eppure  già dalla pilota è evidente che il mondo di Plum sta per cambiare.  New York, infatti, non è più la stessa da quando in città si è manifestata un’organizzazione terroristica che rivendica omicidi di uomini misogini con il fantomatico  nome di “Jennifer”.

E chi non terrorizza si ammala di terrore

Chi è “Jennifer”? È una persona reale o un nome multiplo dietro cui si nasconde  un gruppo di donne il cui scopo è quello di liberare le altre dalla schiavitù dell’immagine imposta con dolo dal modello patriarcale e maschilista?

Nessuno è in grado di capirlo, ma intanto Jennifer colpisce con brutalità e semina il terrore, uccidendo. Non lo  ha scoperto la feroce Kitty Montgomery, mantide religiosa taglia 38 e direttrice della catena di riviste femminili che sfrutta l’abilità di Plum appropriandosi delle sue idee; non lo sanno le femministe pacifiste della casa di Calliope che, attraverso l’autocoscienza, cercano di dare alla protagonista un nuovo punto di vista rispetto al suo corpo.

E  soprattutto non lo sa Plum, che da una parte guarda a Jennifer con terrore e dall’altra inizia a solidarizzare con le idee radicali del gruppo. In un percorso interiore in cui la protagonista inizierà a percepire il suo corpo come un alleato e non più come una zavorra – e le donne della grande mela saranno spinte a una maggiore solidarietà tra loro –, la serie abbandona i suoi elementi più marcatamente comedy per farsi sempre più dark.

Plum ci accompagna nella scoperta del suo cambiamento e di un femminismo in evoluzione che sfocerà nel tentativo di distruzione e ricostruzione di quella parte di società le cui regole sono state scritte e accettate (a volte con poca consapevolezza) anche e soprattutto dalle donne. “Cambiare pelle”, “cambiare modo di pensare” e “cambiare soprattutto il modo di rapportarsi agli altri” sembrano essere le rivendicazioni che si innalzando dalla città accesa da una nuova rivolta.

La produttrice, sceneggiatrice e regista Marti Noxon, che si è già cimentata sul grande schermo con Fino all’osso (2017) e per la serialità con UnReal (2015), si serve del romanzo della Walker per descrivere con perizia e sense of humor il principio di una rivoluzione tanto rocambolesca quanto urgente.

Il suo obbiettivo è mostrare in maniera intelligente e mai scontata come il sessismo si è progressivamente fatto strada nella mente delle persone, anche a suon di battute più o meno premeditate.

“Obesa”, “grassona” e “balena” sono il costante rumore di fondo degli sconosciuti che “sbattono” contro Plum: simbolo dolente che qualunque sforzo sia compiuto per trasfigurare sé stessi produce sempre un motivo per non essere accettati o per non accettarsi.

Sarà questa consapevolezza l’epifania di Plum quando la donna, di fronte a una video-installazione pornografica, scoprirà una cosa semplice e disarmante: anche le donne magre sono profondamente infelici, proprio come lei.

Le due sotto-trame, una legata alla casa di Calliope (gruppo di autocoscienza gestito da una miliardaria che investe energie e risorse su persone che, come Plum, hanno perso fiducia nel mondo) e l’altra, più oscura, legata alla setta Jennifer (il gruppo che preferisce agire attraverso omicidi e bombe per sterminare uomini che si macchiano giornalmente di reati sessuali), sono due facce della stessa medaglia, cioè inscenano entrambe quel senso di insoddisfazione collettiva che, in un modo o nell’altro, porta donne diversissime tra loro a unirsi contro la società capitalista e misogina, ancor più esacerbata in queste sua matrice nella recente contemporaneità.

Tuttavia il senso della serie non risiede nemmeno nel susseguirsi delle puntate che articolano una trama sempre più avvincente e che vede Plum avvicinarsi  all’ideale di “Alice”, ma non nel modo in cui si sarebbe aspettata di diventarlo.

La chiave, proprio come nelle migliori sciarade, sembra celata già nella sigla stessa. Nei titoli di testa vediamo infatti il cartoon di New York e della nostra protagonista che scala una montagna di dolci perdendo, progressivamente, peso e colore.

Alla fine della sigla la donna, ridotta ormai a uno scheletro, riesce a toccare la vetta e la “T” dell’insegna luminosa che reca la scritta: «Dietland».

È quindi il trionfo per Plum, la magrezza sarà raggiunta? Niente affatto, perché la lettera “T” resta tremolante ed è sul punto di spegnersi, rivelando allo spettatore un titolo di serie molto più inquietante: «Die land». Arrivare in cima, forse, significa solo raggiungere una terra di morte.

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