La recensione

Dark, un viaggio
nel tempo

Cosa potrebbe succedere in una cittadina se la centrale nucleare nascondesse un terribile segreto? Cosa accadrebbe se i bambini spariti viaggiassero nel tempo? In Dark, la serie tv tedesca uscita su Netflix, la storia si muove avanti e indietro, partendo da un "what if" e invitandoci a scorgere l'invisibile per solcare rotte che ci paiono scontate. Perché "ieri, oggi e domani non sono momenti che si susseguono e sono uniti in un circolo senza fine".

16 dicembre 2017

I nodi non si possono sciogliere, si possono spezzare.

Si è detto che assomiglia a Stranger things (non proprio, a dire il vero), a Lost (riferimento, forse, più azzeccato) a The OA, a Twin Peaks e potremmo andare avanti a lungo, ma Dark, la nuova serie tv tedesca creata da Baran bo Odar e Jantie Friese, prodotta da Netflix e disponibile dal primo dicembre, ha un grande padre: Stephen King.

Innanzitutto per la struttura narrativa basata su un grande, immenso «what if», snodo cruciale dei principali capolavori letterari dello scrittore americano. Poi, nello specifico, viene in mente immediatamente 22.11.63, a causa delle finestre temporali situate in luoghi di passaggio, su vere e proprie soglie, frontiere da superare.

Ma non si tratta solo di questo: in The Dome (Stephen King, 2009) e nella serie tv Under The Dome, tratta dal romanzo, il cunicolo, la caverna, il «sotto», il «wormhole», la galleria gravitazionale, diventa la chiave per muoversi nel «quando», ovvero nel tempo, secondo elemento chiave di Dark. Inoltre, nella grigia e piovosa cittadina della Renania in cui Dark è ambientato, Winden (che in tedesco significa anche «intreccio»), non è difficile scorgere la Derry di It e la sua sciagura di essere un posto dal quale tutti vogliono scappare: due ragazzini sognano un mondo «senza Winden», la figlia di Charlotte, a capo della polizia, nasconde soldi per «andarsene da Winden», mentre Katharina – madre di uno dei ragazzi scomparsi – afferma che «Winden è malata».

A Winden, il tempo scorre solo apparentemente come dovrebbe, tra un «evento» e l’altro – perché nella cittadina agisce quel pozzo fantastico, misterioso e terrorizzante, produttore di spostamenti indesiderati o inconsapevoli. Sparizioni, galleggiamenti, divaricazioni temporali. In It a Derry succede qualcosa di molto brutto ogni ventisette anni. In Dark ogni trentatré. E i protagonisti principali, vittime di questi misteriosi accadimenti, sia in It, sia in The Dome, sia in Dark, sono per lo più  ragazzini.

The Dark – e il suo successo – si basa tutto sulla circostanza che vuole la storia muoversi avanti e indietro nel tempo (come accade a un certo punto in Lost) partendo da un «what if», ossia: cosa accadrebbe se i bambini spariti viaggiassero nel tempo? E ancora: cosa potrebbe succedere in una cittadina se la centrale nucleare nascondesse un terribile segreto?

Ecco dunque l’impianto narrativo della serie: un presente possibile, una «speculative fiction» che riesce a essere «d’anticipazione» non solo sul presente (ad es.: cosa potrebbe accadere oggi se la centrale nucleare nascondesse un terribile segreto e se si creasse un buco nero in grado di permettere varchi temporali?) ma anche sul passato (ad es.: cosa potrebbe accadere nel passato se a causa della centrale nucleare ci si potesse spostare nel tempo dal futuro?) e sul futuro (ad es.: cosa potrebbe accadere nel futuro se, sempre a causa della centrale nucleare, si ponessero le condizioni per andare nel passato e modificare dunque il futuro?).

D’altro canto le prime parole della fiction sono emblematiche: «la distinzione fra passato, presente e futuro è solo unillusione, anche se ostinata». Che poi è una frase di Einstein.

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Il tempo è una bestia immortale che non può essere domata in alcun modo.

Sembra tutto un immane trip cervellotico (pensate solo a quanto si è incartato il secondo film di Ritorno al futuro su questo tema, ma ragionate anche sul fatto che alla fine tutti gli spettatori hanno compreso le implicazioni e le complicazioni di questi «avanti e indietro» nel tempo) e invece non lo è. Perché il pregio di Dark è di fondere elementi indubbiamente “alti” – quanto a ispirazioni, riferimenti e speculazioni – a un formulario, per così dire, “classico”, in grado di garantire il successo alla serie: profondità dei personaggi, universalità dei sentimenti, il grande dubbio sulla propria posizione nel mondo, sul perché ripetiamo gli stessi errori, la devastante e apparente tristezza del luogo in cui è ambientata, la suspense, il thriller, l’horror, il mistero e infine quella drogante attrazione che deriva dalla visione di una serie tv, quando a ogni incastro riuscito se ne aprono almeno altri due o tre, su cui ricominciare a ragionare.

L’altra caratteristica saliente di Dark, ovvero il quando, il tempo (confuso dagli adulti come una semplice “reiterazione” – «E se non fosse cambiato niente?» si chiede qualcuno di loro) si presenta fin da subito, facendo intuire il suo peso fondamentale sulla fiction: uno dei bambini protagonisti si diletta a compiere piccole magie (e questo inserimento dell’aspetto magico, fantastico, sarà fondamentale, proprio come per King: i bambini vedono quella magia che i “grandi” ormai affogano nella duplicazione sempre identica dei propri comportamenti).

Il ragazzino, mentre è a tavola con il resto della famiglia per la colazione, fa sparire da sotto un bicchiere un piccolo oggetto. Il padre gli chiede: «Come hai fatto?»; la risposta di Mikkel potrebbe essere il claim della serie: «La domanda non è come l’ho fatto, la domanda è quando l’ho fatto».

E ancora i paradossi: quando ci si sveglia dopo aver sognato una farfalla, si torna a essere una persona che ha sognato una farfalla o una farfalla che sogna di essere una persona? Non è questa la sede per sviscerare trama e sviluppi della serie. Basti soltanto il banalissimo innesco dell’intreccio: ogni trentatré anni, a Winden, scompaiono dei bambini. In più, ad alcuni di loro, capita di transitare nel tempo.

La forza di queste suggestioni rischia sempre di deflagrare in tentativi– eccessivi – di sconvolgere l’impalcatura narrativa per reggere il successo, rilasciando un numero imprecisato di stagioni della stessa fiction. Per Dark ci si aspetta già la seconda: a ben sperare, naturalmente, ma questa prima stagione potrebbe perfino bastare, perché apre alla possibilità di serie «universali», capaci non solo di attraversare il tempo ma anche luoghi, identità e proiezioni universali delle paure – e degli auto-inganni – a ogni latitudine.

Dark inoltre è un prodotto empatico e avvolgente, ma capace al tempo stesso di giocare sul contrasto con la cupezza di ambientazioni e colonna sonora. Uno dei momenti più intensi della serie arriva alla fine della terza puntata, quando alcuni tasselli finiscono per mettersi apparentemente al proprio posto, unendo quelle connessioni che lo spettatore immagina ma che non vuole vengano palesate. E ad accompagnare quei momenti c’è Familiar di Agnes Obel, per far rispettare i misteri di Winden. «Perché abbiamo così tanti segreti a Winden?», domanda una delle protagoniste, «perché certe cose è meglio non dirle», le viene risposto…

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And our love is a ghost that the others can’t see It’s a danger, Every shade of us you fade down to keep Them in the dark on who we are (Oh what you do to me) Gonna be the death of me It’s danger ‘Cause our love is a ghost that the others can’t see

Il tema centrale di Dark, quindi, è all’apparenza molto semplice: viaggiare nel tempo. Ma lo svolgimento è di una complessità lucida e articolata. Dark apre al tempo e apre porte alla possibilità di muoversi – finalmente – su un mondo reale che potrebbe diventare ancora più reale se accettasse, al suo interno, quella verosimiglianza che finisce per smuovere i corpi, i territori.

È biopolitico Dark, perché cerca un dispositivo per spiegare l’origine di quella matassa composta da miliardi di nessi e di casualità e coincidenze che, portate a livello personale, compongono il “nostro” essere qui e ora.

Ma da dove origina questa «realtà»? Allora ecco che per comprendere i tanti piani, le tante chiavi narrative e di lettura, i tanti cassetti che Dark ci invita ad aprire per frugarci dentro, possono tornarci utili tanto il Cloud Atlas (delle sorelle Whachowski, 2012) quanto Leopardi, quando diceva: «noi veniamo dal nulla e precipiteremo nel vuoto ma, fra questo vuoto e quel nulla, c’è il pieno dell’essere comune». Eccolo dunque il fondo di Dark: l’origine, la propria posizione nel mondo e quanto quest’ultima dipenda dagli altri.

Inoltre in Dark, per rimanere su riferimenti di narrazione composita, Winden c’è, esiste, si percepisce. E con questo intendiamo che il territorio, la città, è presente, è parte del tutto, non è mero artificio narrativo che permette di stritolare la complessità in una piccola cittadina, qualunque, della Renania. E questo è una grande nota di pregio, perché in un prodotto del genere il luogo fisico non può essere un astruso corollario, deve farsi sentire.

Winden lo fa attraverso il passato dei personaggi, il loro scrutare quello stesso territorio; uno «studio» che significa non solo attraversare fisicamente un luogo, ma analizzarlo, sezionarlo, decriptarlo, hackerarlo se necessario. E, dal punto di vista cinematografico, questo accade anche attraverso alcune inquadrature fisse che ritornano: la scuola, l’ingresso nelle grotte, la casa di una delle famiglie, il rifugio di uno dei protagonisti.

Dark è un suggerimento, è un’indicazione impressa su tutte le soglie che ogni giorno attraversiamo, senza neanche saperlo. È l’invito a scorgere l’invisibile, a solcare quelle rotte che ci paiono scontate e nelle profondità delle quali abbiamo paura ad immergerci. Perché potremmo scoprire qualcosa di orribile, di tremendo, di indicibile.

Quel confine è il nostro confine, qui e ora; non è addolcito da una distopia immaginata o da un passato dilatato: dall’altra parte, qualcosa di orribile, di tremendo e di indicibile, potremmo essere proprio noi.

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