La recensione

Corruzione e violenza
a New York

Attraverso una vasta bibbia di personaggi e una prosa cruda, tagliente e dai ritmi incalzanti che solo i maestri del crime posseggono, Don Winslow, nel suo ultimo libro "Corruzione" (Einaudi Stile Libero, 2017), scandaglia a fondo il milieu della città di New York, e ne sbatte in faccia al lettore, portandoli a galla e rappresentandoli senza sconti di sorta, tutti i lati più oscuri.

10 luglio 2017

Don’t take your guns to town, son
Leave your guns at home, Bill,
Don’t take your guns to town.
[Johnny Cash]

Manhattan, oggi.

Dennis Malone veste sempre di nero e appartiene alla seguente tribù: irlandese, detective, poliziotti di strada, Manhattan North Special Task Force, in gergo Da Force. E a un’altra tribù: quella dei poliziotti corrotti. Con lui ci sono William Montague –  detto “Big Monty”, di stazza e cervello, è un nero che veste con giacche di tweed, porta un cappello con una piuma rossa infilata nella fascia, e fuma sigari Montecristo –, e Phil Russo, italo-americano cresciuto, come Denny, a Staten-Island, veste con soprabiti rétro e camicie di sartoria, calza scarpe di Magli e si rasa due volte al giorno.

Tutti e tre sono poliziotti del Dipartimento di New York, assegnati in qualità di detective a una squadra speciale, la Da Force appunto, creata per sgominare gli efferati omicidi legati al narcotraffico e lo smercio di armi. Tutti e tre sono stretti da un reciproco patto di “fratellanza”, e si coprono le spalle a vicenda per rispettare «la prima regola per essere un buon poliziotto», come dice un altro Malone, il Jim di The Untouchables (Brian De Palma, 1987), ossia «assicurati, quando hai finito il turno, di tornare a casa vivo».

Tutti e tre condividono una piramide di valori granitici, al cui vertice ci sono le rispettive famiglie, e ognuno di loro è padrino e tutore legale dei figli dell’altro, così che se uno dovesse morire sul campo sa che il rispettivo “fratello” si occuperà dei suoi. Tutti e tre sanno bene, ancora con le parole di Jim Malone, che per “governare” le strade di Manhattan contro il criminale di turno, devi fare così: «se lui tira fuori il coltello, tu la pistola; se manda uno dei tuoi all’ospedale, ne mandi uno dei suoi all’obitorio».

Ma, e qui c’è il vero scarto con gli “intoccabili” di Jim Malone, tutti e tre sono corrotti. Perché sono convinti di essere in tutto diritto, che per dare ai loro figli quello che loro non hanno avuto – cioè il college e poi un lavoro pulito, prestigioso e redditizio, invece dell’inferno della strada –, devono “svoltare” qualcosa in più del loro salario. O forse solo perché sono avidi: di potere, di denaro, di violenza. O, meglio, un misto di tutte queste cose.

In ogni caso devono, dopo essere diventati i “re” del quartiere che presidiano, mantenere la loro posizione: «E non siamo diventati per via ereditaria, ma la corona ce la siamo presa, come i guerrieri antichi che combattevano per arrivare al trono, con spade spuntate e armature ammaccate, riportando ferite e cicatrici».

Quello che non sanno, o che non vogliono sapere, è che gli stessi “antichi guerrieri” hanno tramandato anche il rovescio della medaglia: che i re, prima o dopo, scontano il prezzo salatissimo della loro dispotica ascesa. Sic semper tirannys.

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Così, quando Denny guida la sua squadra in un blitz contro lo spietato narcotrafficante Diego Peňa, non si accontenta delle semplici menzioni al valore, e della copertura mediatica da “eroi” di cui lui e i suoi vengono ammantati, ma vuole la sua, la loro fetta: insieme fanno sparire una parte dell’eroina sequestrata, con l’intento, una volta calmatesi le acque, di smerciarla a loro volta e garantirsi la loro “pensione d’oro”.

Da quel momento in poi l’esistenza di Dennis Malone precipita in una spirale di inaudita e brutale violenza, fisica e morale: tra compravendita di casi, spiate, “testimenzogne”, estorsioni, scontri a fuoco, rivolte dei “blacks” e altri brucianti scenari le cui ceneri si affastellano senza soluzione di continuità nella città che doveva essere il suo regno, e sul labile confine tra lealtà e tradimento verso i suoi “fratelli”, che sarà destinato a essere tragicamente oltrepassato.

Attraverso una vasta bibbia di personaggi e una prosa cruda, tagliente e dai ritmi incalzanti che solo i maestri del crime posseggono, Don Winslow, nel suo ultimo libro Corruzione (Einaudi Stile Libero, 2017), scandaglia a fondo il milieu della città di New York, e ne sbatte in faccia al lettore, portandoli a galla e rappresentandoli senza sconti di sorta, tutti i lati più oscuri.

Manhattan

La città

«La dolce e fetida ricchezza della città. In una sola strada senti parlare cinque lingue, avverti il profumo di sei culture, ascolti sette tipi di musica, vedi centinaia di persone con migliaia di storie, e tutto questo è New York».

Il ghetto operaio di Staten Island  nelle back-history di Dennis Malone e Phil Russo; la 129esima dai quartieri bassi e fino all’Harlem Children’s Zone, dove non si spaccia; il Morningside Park, dove “Big Monty” sfida i vecchi neri a scacchi; il St Nicholas Project, “St Nick”, con i suoi palazzoni da quattordici piani e i campi da basket, rispettivamente terreno di gang e scommesse; poi East Harlem, Italian Harlem, il Bronx, la baia, lunga e desolata.

Ma dietro le caratteristiche pittoresche pulsano le contraddizioni di quei luoghi: povertà, disoccupazione, criminalità, razzismo. Criminalità: le schiere di gang afroamericane e ispaniche, con la Da Force e i suoi nel mezzo, e la Mafia che fa da finto pacere per gestire la sua caduta libera rispetto ai tempi d’oro. Razzismo: quello di sempre, per cui un nigga rimane il bersaglio privilegiato di poliziotti bianchi dal grilletto facile.

Poi il focus su Manhattan, che è il regno di Malone e dei suoi: bianca d’inverno, della coltre di neve che scende, e d’eroina che arriva; rossa d’estate, del calore che sale, e del fuoco che appiccano. Winslow, con spessore antropologico e rappresentativo degno delle miglior pellicole di Martin Scorsese, tratteggia una mappatura di New York che è un calco vivo e brulicante, ben lungi dal risultare mero fondale, la città strappa il protagonismo agli stessi personaggi e pagina dopo pagina compone il suo autoritratto, di com’è e di com’è è diventata negli ultimi quindici anni, dall’11 settembre alla vittoria di Trump.

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Le armi

«Don’t take your guns to town», canta Johnny Cash, in una delle sue ballate. Parole che, fin dalla fondazione degli States, si perdono come una sorda cantilena, prima nel vuoto delle praterie, poi sulle strade delle città, entrambe e sempre chiazzate di sangue.

È scritto nella Costituzione, che ogni cittadino ha diritto a un’arma per difendersi. Per difendersi, certo. Ma tra giustizia e giustizia di frontiera, tra legittima e illegittima difesa, il limbo si confonde fino a sfumare del tutto. Per questo le armi sono state e rimangono il cancro atavico degli States, sintomo di un sostrato guerrafondaio e aggressivo, forgiatosi nel “mito della frontiera”, e da allora mai più messo in discussione. Per questo nella “democratica e civile” New York le leggi sulle armi sono le più rigide degli Stati Uniti. Ma non basta.

E nelle pagine di Corruzione Winslow mette a nudo i meccanismi per i quali quelle stesse leggi sono (stilate per essere) aggirabili: dalle pressioni dell’Nra (organizzazione in favore della detenzione di armi) sul gabinetto del sindaco alle fallite operazioni di “ricompra”, attraverso cui il Dipartimento di Polizia acquista armi dai contrabbandieri per toglierle dalle strade, salvo poi rivederle smerciate dai suoi stessi poliziotti corrotti. C’è, inoltre, nel machismo decadente e apocalittico dei personaggi che popolano il libro – sempre equipaggiati ben oltre le armi d’ordinanza – l’inquietante e ossessivo leitmotiv di un eterno riarmarsi per fendere il colpo, contro l’altro, prima che lui faccia lo stesso. Tertium non datur.

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La corruzione

«È un principio di putrefazione, al mancare della vita di un corpo, si corrompono i tessuti, si disfà l’insieme, e la putrefazione consegue immediatamente». È quello che accade a Dennis Malone, alla sua anima, al suo spirito, attraverso una progressione infame quanto ineluttabile: dal primo panino “offerto” alle mazzette e bustarelle, fino allo smercio della stessa eroina che aveva giurato di togliere dalle strade.

Ma ben lungi dall’ammantare di moralismo o trascendentalità il fenomeno, Don Winslow ne restituisce una rappresentazione materialistica e scevra di retorica, tracciandone almeno tre caratteristiche principali: la corruzione è sistemica, gerarchica, trans-nazionale.

Nei tempi bui che corrono, segnati dal ritorno di un populismo massiccio e aggressivo, l’autore narra con ferocia la stretta connessione tra la corruzione e le strategie del capitale. Capitale che, servendosi di essa, scavalca qualsiasi frontiera: «integrazione verticale», spiega “Big Monty” ai suoi quando vengono a sapere dell’arrivo del narcotrafficante Castillo nella loro città, «dalla Repubblica Dominicana ad Harlem, dal produttore al consumatore». Capitale che, modellando la corruzione a immagine e somiglianza delle sue strategie, la struttura in maniera rigidamente gerarchica. Così Malone scoprirà che la piramide della corruzione è vertiginosamente alta, ma ha un suo vertice, in uno dei palazzinari più potenti di New York.

Da genere a genere, da dispositivo a dispositivo, da serialità a serialità, ma c’è un sottofondo interpretativo che sembra risuonare sulle stesse note. Come nella terza di Twin Peaks il “male” sconfina dal locale e pervade un altrove più ampio, globalizzato e globalizzante – quello, appunto, delle metropoli internazionali –, così in Don Winslow, ma certo sul versante opposto a quello del “giallo metafisico”, il crimine travalica il confine e dai cartelli messicani giunge nella city sublime, ribaltandone l’ipocrita tappeto e abbattendone a raffiche di prosa tutti i falsi miti di splendore.

Corruzione è un libro che ci fa constatare almeno due cose. La prima è la conferma dell’apporto decisivo della narrativa di genere (quella di alta caratura) all’interpretazione e scandaglio del reale. La seconda, con buona pace di chi potrebbe storcere il naso, è l’attestazione che Don Winslow è, maestria nel genere del crime a parte, tra le penne più fulgide della letteratura statunitense.

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