La recensione

“The Circle”:
i segreti sono bugie

La pellicola di James Ponsoldt si ispira all’opera di Dave Eggers per portare a galla le contraddizioni insiste alla rivoluzione digitale rispetto alle categorie di “privacy” e “democratizzazione”. Tuttavia, nel tentare la raffigurazione distopica non va fino in fondo, rimanendo in un limbo fiacco e poco marcato.

5 maggio 2017

La Adler Entertainmet e la GoodFilms distribuiscono nelle sale italiana The Circle, il dramma all’incrocio tra fantascienza e distopia che il regista James Ponsoldt (The End of the Tour – Un viaggio con David Foster Wallace, 2015) ha adattato per il maxi-schermo basando soggetto e sceneggiatura sull’omonimo romanzo di Dave Eggers.

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Stati Uniti, futuro prossimo: Mae Holland (Emma Watson) è una giovane ragazza di provincia, la cui estrazione medio-bassa è aggravata dalla sclerosi multipla che affligge il padre e dai costi proibitivi per un’adeguata copertura sanitaria.

Mae è una precaria di un piccolo call-center, fino a quando la sua amica Annie le trova un colloquio a The Circle, un colosso aziendale mix di alta tecnologia e social-media, una specie di chimera cibernetica che accorpa service come Google, Facebook, Amazon, Apple e altro ancora.

Viene assunta e fa il suo ingresso nel campus aziendale, una struttura enorme e circolare in cui i dipendenti trascorrono l’intera vita, e dove tutto è organizzato: lavoro, vitto, alloggio, servizi, svago, socializzazione. Dal momento dell’assunzione Mae viene investita da una progressione di eventi che segnano, in maniera pervasiva e irreversibile, l’aderenza tra la sua esistenza e il lavoro, tra la sua coscienza e l’episteme aziendale, tra la sua intimità e il pubblico dominio.

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Socializzazione estrattiva

La prima mansione di Mae, in apparenza, è simile a quella che svolgeva nel piccolo call-center: rispondere, dalla sua postazione, alle domande degli utenti che si avvalgono della vasta gamma dei servizi. Dalla prontezza e cortesia con cui replica alle richieste dipende il suo feed-back e, quindi, la sua valutazione in termini di efficienza e contiguità al modello aziendale. Ben presto, però, Mae scopre che il suo essere in linea con l’azienda non dipende solo dal corretto svolgimento della sua mansione, ma anche dal livello di “socialità” – determinato da un punteggio algoritmico – che è in grado di acquisire o meno mediante la “connessione” e “condivisione” reale, ma al tempo stesso virtuale, con il resto della community di The Circle.

Tutto l’esperito, infatti, è tale solo in quanto contenuto multimediale accessibile da una pagina di profilo. In questo senso non partecipare alle iniziative o agli svaghi ideati e organizzati dalla stessa impresa, e spacciati per “facoltativi”, equivale a essere confinati in una dimensione di latitanza e ambiguo disinteressamento.

L’imperativo categorico della “condivisione” subitanea e totale del proprio sé, già cardine della policy aziendale, diviene potere estrattivo con la presentazione dell’ultimo prodotto: la SeeChange, una telecamera grande quanto una biglia, disponibile in diversi colori, installabile e mimetizzabile ovunque, le cui riprese vengono trasmesse live sul social-network di The Circle.

«Perché conoscere è un bene, ma sapere tutto è meglio» sentenzia il CEO Eamon Bailey (Tom Hanks).

Ecco che la “condivisione” varca le mura della corporation, la strategia del capitale scende in campo per convertire la socializzazione in potere estrattivo, trasformando di fatto i milioni di utenti in milioni di potenziali consumatori e promoter del consumo: ovunque e h24.

L’iniziale scetticismo della protagonista di fronte a tutto questo viene nutrito dall’incontro fatale con Ty (John Boyega), il creatore pentito di The Circle, che – dopo aver programmato il social network – si accorge della deriva allarmante che ha preso la sua creazione, e vive all’interno del campus occultando la propria identità e tramando nell’ombra, nella speranza di mettere qualche granello nell’ingranaggio inquietante di cui è stato primo fautore.

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Il personaggio di Ty ricorda, anche se in termini di pallido abbozzo, le tragiche sorti di Aaron Swartz il programmatore “corsaro” dell’open access che, prima di togliersi la vita, ha condotto la sua strenua battaglia contro la svolta accentratrice del capitale riguardo alle tecnologie informatiche.

Tuttavia la ritrosia di Mae è destinata ad avere vita breve. Una notte, con l’intenzione di “evadere” dalla pervasività aziendale, forza i lucchetti di un circolo nautico ed esce nella baia a bordo di un kayak. Avvolta dalla nebbia e dal buio, viene investita da una grossa nave e la guardia costiera riesce a salvarla dall’annegamento grazie alla segnalazione, in tempo reale, di una SeeChange installata su una boa in galleggiamento.

Quest’evento spalanca le porte al lavaggio coscienziale che Eamon Bailey opera, dinnanzi al pubblico di The Circle, sulla giovane Mae:

«Senza SeeChange saresti morta» è la premessa minore, da cui deriva la premessa maggiore e assiomatica che tutta la sicurezza e il bene comune dipendono da efficaci dispositivi di monitoraggio istantaneo e vicendevole condivisione della dimensione privata. In sostanza: da stringenti dispositivi di controllo.

Per dare l’esempio, Mae è forzata a scegliere l’ingaggio totale, decide – cioè – di prestarsi all’installazione di una SeeChange sui vestiti e la sua vita, soprattutto quella “privata”, diviene di dominio pubblico h24: un Truman Show 2.0, trasmesso in diretta su tutti i device possibili invece che sul vecchio schermo a tubo catodico.

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Guerra senza quartiere agli “sconnessi”

La vita “in diretta” provoca, ovviamente, non pochi disturbi alla protagonista. Come quando, durante un collegamento mattutino, trasmette per errore l’intimità sessuale dei propri genitori che, giunti al punto limite, decidono di disinstallare le SeeChange da casa loro, a costo di sentire e vedere la loro figlia meno spesso, in quanto Mae è ormai confinata nella struttura di The Circle. Ma il climax distopico della seconda parte del film vuole che Mae, ormai, sia ideologicamente allineata con le direttive della corporation – e di una policy che declina la “condivisione” in senso sempre più reazionario –, tanto da divenire lei stessa una fulgida progettista di vertice e rilanciare con una doppia mossa.

La prima è l’invenzione di SoulSearch: un dispositivo di ricerca condiviso che permette di “dare la caccia” a tutti i potenziali utenti che sono ancora “sconnessi” dal social-network, attraverso le segnalazioni in tempo reale degli utenti già registrati.

La seconda è la proposta, da inoltrare al Congresso, di The Circle come organo di controllo e censimento coatto dell’elettorato: tutti gli utenti registrati sono obbligati a votare attraverso la stessa piattaforma. SoulSearch si configura, quindi, come l’orwelliano “Grande Fratello” che si avvale di una Gestapo “volontaria” – di qui il motto – costituita dagli utenti: uno strumento funzionale alla pretesa di “democratizzare” il Paese – e il globo – attraverso una spinta accentratrice dei dispositivi informatici e un relativo controllo totalitario mediante essi.

Il “Cerchio”, a questo punto, si chiude.

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Le panoramiche circolari della macchina da presa accompagnano tutta la messinscena e sono una trovata registica che rende bene l’idea del vortice pervasivo, confusionario e vuoto da cui è stata attratta l’infosfera sotto l’egida dei social-network. Tuttavia The Circle è viziato da una sceneggiatura alquanto debole, da un’evoluzione psicologica dei personaggi che risulta poco credibile – come Mae che alterna in maniera schizoide piena ingenuità e poi soggettivazione spinta –, da un finale furbescamente ambiguo ma, soprattutto, dal fatto che rischia di raccontare il già detto e rimasticato senza avvalersi di dispositivi narrativi e rappresentativi inediti.

La pellicola di James Ponsoldt si ispira all’opera di Dave Eggers per portare a galla le contraddizioni insiste alla rivoluzione digitale rispetto alle categorie di “privacy” e “democratizzazione”. Tuttavia, nel tentare la raffigurazione distopica non va fino in fondo, rimanendo in un limbo fiacco e poco marcato, privo di una cifra stilistica netta per potersi sottrarre alla sacca del populismo vigente, e criticare con un’elaborazione narrativa efficace le drammatiche contraddizioni del capitalismo cognitivo.

Certo è che l’insistenza dei prodotti culturali mainstream su questo tema, benché ancora schiacciata su reiterazioni più che elaborazioni narrative convincenti, è sintomatica di un comune percepire rispetto all’inquietante ascesa dell’era della “condivisione” forzata, in cui «tutti i segreti sono bugie» e tutti gli “sconnessi” sono target a cui dare la caccia.

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