La recensione

Una bussola per
la Cina globale

Dall’apparente ossimoro della Cina «globale ma nazionalista», passando per la decostruzione politica, economica ed estetica della Nuova Via della Seta, fino al concetto di «global governance» di Xi Jinping, un libro per orientarsi tra i fenomeni geopolitici destinati a plasmare il mondo globalizzato che la potenza asiatica si propone di guidare.

5 luglio 2017

«Il fatto che per gli occidentali la Cina fosse soprattutto il paese saccheggiato dai paesi stranieri e dal Giappone a seguito della decadenza di un impero in putrefazione, non significa che i cinesi non abbiano il senso della propria storia».

Con queste parole, a pagina 40 del suo Cina globale (edizioni manifestolibri, 96 pagine, 8 euro) Simone Pieranni dà al lettore l’indispensabile passepartout cognitivo per affrontare la lettura di questo breve saggio, dedicato al ruolo della Cina nella contemporaneità della politica globale.

Pieranni, che da quasi un decennio si occupa di Cina per il quotidiano «il manifesto», ha vissuto a lungo nella Repubblica popolare e sa bene come l’interpretazione delle trame della politica interna ed estera di Pechino non possa prescindere dalla cornice storica in cui diverse generazioni di leader cinesi, dal 1949 a oggi, le hanno via via dipanate. Esercizio non facile per un osservatore occidentale, erede di una tradizione che, la Storia, è convinta – come assunto assoluto – di averla più spesso fatta che subìta. Dall’altra parte del globo, i discendenti comunisti dell’Impero Celeste, da Mao in avanti, hanno sempre avuto ben chiaro quale fosse il loro «posto nel mondo».

Per loro, infatti, la parentesi dell’umiliazione per mano occidentale e giapponese, a cavallo tra il Diciannovesimo e il Ventesimo secolo, rappresentava una breve interruzione in un predominio politico, culturale ed economico millenario.

Un primato che la Cina, con quattro generazioni di leader (Mao Zedong, Deng Xiaoping, Jiang Zemin, Hu Jintao), ha costantemente cercato di riafferrare e che ora, con la quinta generazione di Xi Jinping, sembra più che mai a portata di mano, complice il drammatico tramonto dell’egemonia statunitense, a cui dobbiamo equilibri e punti cardinali geopolitici dell’attuale assetto mondiale, ereditato dal dopoguerra a stelle e strisce.

cina_globale_pieranni

Indagando il tema chiave del secolo, l’emergere della potenza globale cinese – per i cinesi, un ritorno allo stato naturale delle cose – Pieranni trova un sano equilibrio tra l’approfondimento accademico e la cronaca dell’attualità, utilizzando i contributi del primo – da fonti italiane, anglosassoni e cinesi – per tracciare le linee guida interpretative della seconda, troppo spesso costretta all’eccessivo semplificare dell’informazione mainstream internazionale.

Grazie a un approccio analitico molto più pluralista e internazionale dello standard editoriale italiano di genere, l’autore offre una lettura del contemporaneo cinese decisamente poco partigiana. Si posiziona così a metà strada tra la schiera degli entusiasti «disposti a credere che la Cina sia il nuovo avamposto del comunismo mondiale e sia pronta a dimostrare la superiorità del modello socialista sul resto del mondo» e gli scettici, convinti che il Paese sia sull’orlo di una crisi dettata dalle contraddizioni interne, presentando al lettore meno specializzato molte delle criticità proprie dell’attuale avanzata cinese sul palcoscenico planetario.

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Il presidente cinese Xi Jinping

Dall’apparente ossimoro della Cina «globale ma nazionalista», passando per la decostruzione politica, economica ed estetica della Nuova Via della Seta, fino al concetto di «global governance» di Xi Jinping, Cina globale è un’utile bussola per orientarsi tra fenomeni geopolitici in corso d’opera. Si tratta di elementi destinati a plasmare entro pochi anni il mondo globalizzato che la potenza asiatica si propone di guidare, salvo eventuali scossoni interni alla politica cinese. Con dovizia di dettagli, Pieranni censisce il rigurgito populista dell’«alt-right cinese», le lotte intestine che annunciano il prossimo congresso del Partito comunista (previsto per il mese di ottobre), i contraccolpi della violenta campagna anticorruzione promossa da Xi Jinping.

«Nell’ottica di Pechino – scrive Pieranni – è un mondo che dovrebbe andare meglio di quello precedente a guida americana. Un mondo nel quale la leadership cinese potrà rappresentare – in fondo – una sorta di dinamica win win per tutti: per Pechino e per i paesi che ne accettano la visione. Un mondo nel quale il commercio procede senza dazi e intoppi e in cui vengono rispettate le differenze tra stati e mercati e tra regioni. E in cui ciascuno stato può gestire al meglio la propria sovranità, la propria territorialità e le dinamiche interne. Alla Cina interessa che il mercato sia aperto, che le potenzialità di investimento siano alte, che non ci siano barriere doganali a complicare le cose: per il resto ciascuno stato al proprio interno faccia quello che vuole. Il soft power cinese è – in questo senso – il contrario di quello americano a cui siamo stati abituati in Occidente».

Un mondo dove, presto, il senso della storia dei cinesi sarà ristabilito e che noi, spettatori occidentali, abbiamo l’obbligo di provare quantomeno a comprendere.

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