La recensione

Borg-McEnroe: un duello anacronistico

Il leggendario match di Wimbledon 1980, tra i tennisti Borg e McEnroe, la sfida che incoronerà il monarca svedese per un’ultima volta ancora e, al tempo stesso, ne decreterà l’inevitabile tramonto. La racconta il regista danese Janus Metz (Armadillo, 2010; terzo episodio di True Detective, 2015) nella pellicola Borg McEnroe, dai primi di novembre nelle sale italiane.

23 novembre 2017

“Lo spadaccino esige soddisfazione, per lui l’onore è un’ossessione. Questa singolare vicenda nasce da tale mania”.

Ridley Scott, I duellanti


“Il libro [Open. La mia storia] si fonda su questa speranza: si è persi, ma ci si può ritrovare. Non è sul tennis, ma su come sia difficile confrontarsi con la propria identità. L’ho scritto: amo e riverisco tutti quelli che hanno sofferto”.

Andre Agassi

La macchina da presa inquadra una sagoma di spalle, affacciata a un ampio balcone, che afferra con entrambe le mani la ringhiera e quindi issa il corpo in posizione orizzontale, fino a tenerlo sospeso come una tavola, in perfetto equilibrio sul vuoto. Bjorn Borg tende i muscoli e guarda di sotto, sfida l’abisso.

Altrove, una figura più esile e tutta nervi, con le cuffiette del walkman calcate sulla testa ricciuta, impegnato a rimpallare una piccola biglia da un lato all’altro del flipper, per evitare che finisca nel tunnel del game over. John McEnroe comprime le tempie e fissa il tabellone, tiene allenati i riflessi.

Ma prima di queste scene, i fotogrammi d’apertura hanno già dichiarato tutto ciò che lo spettatore si appresta a vedere: il leggendario match di Wimbledon 1980, tra i tennisti Borg e McEnroe, la sfida che incoronerà il monarca svedese per un’ultima volta ancora e, al tempo stesso, ne decreterà l’inevitabile tramonto. La racconta il regista danese Janus Metz (Armadillo, 2010; terzo episodio di True Detective, 2015) nella pellicola, appunto, Borg McEnroe, dai primi di novembre nelle sale italiane.

La storia è nota: nel 1980 i due tennisti – uno è lo svedese Borg (nel film: Sverrir Gudnason), primo tennista al mondo, dominatore di grandi slam con record che dureranno imbattuti fino all’avvento di altri titani capaci di batterli, quali Federer e Nadal; l’altro è lo statunitense McEnroe (nel film: Shia LeBeouf), giovane di origine irlandese che sta iniziando la sua irresistibile ascesa – si scontrano sul prato di Wimbledon per una finale al cardiopalma: trentaquattro punti di tie-break, ben cinque match-point falliti e, infine, il sofferto ma ennesimo trionfo dello svedese. Eppure, a uno sguardo più profondo, il film non sembra raccontarci la vicenda di un clamoroso match tennistico, né la doppia biografia sportiva di due contendenti.

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Un duello anacronistico

Ben lungi dal presentarsi come un classico biopic a sfondo sportivo, la pellicola di Metz, dalle tinte fredde e tormentate, a tratti epiche, porta in scena una grande riflessione sul concetto di sfida, in termini anacronistici potremmo dire di “duello”.

Nelle scelte estetiche di regia, nella fotografia sapientemente alternata tra lucentezza e patinatura, nei dialoghi radi e compassati, la pellicola scarta dal sensazionalismo – e dal divismo – connesso alle figure leggendarie dei due sportivi e vira verso una dimensione che induce lo spettatore alla meditazione, per dirla con Agassi – autore di una formidabile autobiografia – a “confrontarsi con la propria identità” e con l’ineludibile conseguenza che questa sia legata a filo doppio all’incontro/scontro con l’altro.

Ecco allora tutto il sapore anacronistico dell’opera girata da Metz che, ponendo in controluce le icone sportive di Borg e McEnroe, ne filtra il carattere epico da duellanti, ai lati opposti di una stessa rete che insieme li separa e li accomuna, che segna il confine del campo nemico da bersagliare senza esclusione di colpi, non affidando nessuna mossa al caso anche quando – come accade in un’altra celebre pellicola, di tutt’altro genere e natura –  può essere la sorte a determinare il match point. Il duello diviene dunque paradigma esistenziale dell’essere umano, ossessione negli occhi cupi di Borg, rivalsa in quelli venati di McEnroe, in una parola: afflizione, il sentimento tetro ma vitale che, ancora secondo Agassi, più di ogni altro stringe assieme, anche i peggiori rivali. E che, forse, corrisponde alla cifra rappresentativa della nostra epoca.

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Oltre il match

Ben oltre il match, quindi. Borg e McEnroe, l’uno nella gelida ma regale bramosia di mantenere lo scettro – non si scompone mai, a parte nella sua intimità, quando minaccia di licenziare l’allenatore e mentore d’una vita Lennart Bergelin (Stellan Skarsgard) –, l’altro nell’incontenibile smania di imporsi sull’altro – al limite, si allude nella pellicola, di ricorrere a sotterfugi come sottrarre la cavigliera a un connazionale infortunato prima di scendere in campo contro di lui.

L’uno conservativo, l’altro di un irrequieto dinamismo, l’uno cavalleresco, l’altro ribelle e senza regole, ma entrambi, accomunati dalla medesima convinzione che vincere è l’unica posta in gioco, a costo di crepare. E ancora: Borg ha la tempra del ghiaccio scandinavo, freddo e potente, capace di un rovescio a due mani che arriva come un martello, simile a quello brandito dall’eroe dei fumetti Thor; McEnroe, in antitesi, è un fuoco che arde, pronto a bruciare, una lama tagliente, tanto negli insulti ai direttori di gara e al pubblico quanto nelle palle insidiose capace da piazzare a fil di rete.

Così sono meta-narrati i due personaggi all’interno della pellicola, cioè in queste vesti vengono descritti dai giornalisti e gli addetti ai lavori che, in previsione della grande sfida, ne ridefiniscono e gonfiano una vera e proprio mitologia. E in questo senso la pellicola di Metz, così astorica ed estetica all’apparenza, inserisce invece un altro grande piano (meta)riflessivo che stavolta riguarda l’affacciarsi dello storytelling nell’ambito dei grandi eventi sportivi o, più in generale, rivolti a un pubblico mondiale e mondializzato.

Ecco che le due icone sportive riacquistano nel film i loro nomi e i loro tratti distintivi per veicolare tutte gli elementi utili allo show di una sfida leggendaria. Metz, con palese intenzionalità allora, conduce la sua narrazione ben oltre il match per restituire allo spettatore la doppia faccia della medaglia: da un lato il duello come cifra esistenziale, dall’altro la costruzione del mito per sensazionalistica antitesi, un dispositivo mediatico che trova la sua genesi proprio negli ’80 e che sarà destinato a un’irresistibile progressione fenomenologica negli anni a venire, fino a raggiungere il culmine nell’epoca odierna e a rendere anacronistico ogni altra concezione di duello.

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anna

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