La serie televisiva polacca in cui i totalitarismi non sono mai caduti

“1983”: tra ucronia e realtà

Se la cortina di ferro non fosse mai caduta? A rispondere a questa domanda ci pensa “1983”, la serie televisiva polacca tra ucronia e rimandi alla realtà che ipotizza una mancata liberazione della Polonia cristallizzatasi, col tempo, in uno Stato totalitario. Tuttavia nella narrazione “giusto” e “sbagliato” cambiano di continuo il proprio volto, costringendo lo spettatore a un continuo riposizionamento. Il potere del popolo può slittare in potere sul popolo, la tanto reclamata giustizia può trovare la sua ragion d’essere nel celare la verità…

8 febbraio 2019

Una nazione piena di segreti, un Partito totalitario e una rivoluzione pronta a tutto pur di vincere il sistema. Se la cortina di ferro non fosse mai caduta? A rispondere a questa domanda ci pensa 1983, serie che oscillando tra ucronia e rimandi alla realtà ipotizza una mancata liberazione della Polonia che si cristallizza, col tempo, in uno Stato totalitario.

A vent’anni da alcuni attacchi terroristici, che hanno rischiato di rovesciare gli equilibri del Paese, tre personaggi finiscono per collidere imbattendosi gli uni negli altri.

Sono: Kajetan (Maciej Musial), acuto e giovanissimo neo-avvocato all’apparenza in linea con il Partito e fidanzato con la figlia di un influente ministro; Anatol (Robert Wieckiewicz), ispettore stropicciato e disilluso che sta indagando su un omicidio che lambisce sordide storie del passato; Ofelia (Michalina Olszanska), camaleontica oppositrice del regime e paladina della resistenza clandestina, impegnata a creare le basi di una rivoluzione da realizzare a ogni costo.

Già nell’incipit della puntata pilota vengono chiariti i presupposti di una poetica che sceglie di rappresentare una ferrea e inquietante aria di regime, niente affatto distante dai venti sovranisti che sono tornati a sferzare l’Europa.

«Il Partito fissa gli obiettivi e la Legge permette di realizzarli. La società ha bisogno di entrambi: del Partito e della Legge».

A pronunciare tali parole, seduto davanti alla commissione di laurea, è proprio Kajetan, studente di legge pienamente fiducioso nel sistema.

Kajetan, nella Polonia autoritaria di 1983, è letteralmente il figlio della nuova patria. Con la morte dei suoi genitori, assassinati durante le rivolte dell‘83, la foto del piccolo ai funerali diventa il primo strumento mediatico nelle mani della propaganda per ricompattare una nazione scossa dal terrorismo antisistema.

L’orfano Kajetan viene simbolicamente adottato dal nuovo regime, andando a completare la trinità: Dio, Patria e Famiglia.

Affidato alla nonna materna, lealista di ferro, saranno lo Stato e il Partito a farsi carico della sua brillante istruzione, preparandolo a guidare una nuova generazione di leader. La classe dirigente emersa dalla repressione dei moti del 1983 vede in Kajetan il prototipo del proprio Uomo Nuovo, l’incarnazione di una generazione mondata dalle aspirazioni rivoluzionarie dei propri genitori.

Progetto che invece Ofelia intende sabotare, sfidando la repressione del regime in una sanguinosa guerriglia urbana ispirata dagli ideali antisistema di vent’anni prima.

Così prende corpo 1983, la prima produzione originale Netflix in arrivo dalla Polonia e diretta dalla celebre regista polacca Agnieszka Holland che modella uno scenario in cui l’idea di Partito si sovrappone all’idea di Popolo dando vita alla follia del potere assoluto.

Ma la serie persegue anche un’estetica ambiziosa, con atmosfere noir che sembrano attingere a pellicole come Blade Runner o al cinema du luc della Subway del primo Besson.

Tecnologia e modernariato si fondono in uno scenario appunto ucronico o forse a-cronico, in cui il tempo diviene una delle variabili possibili.

Oltre l’incredibile portato politico che presenta la Polonia non come uno Stato isolato ma come il centro multietnico della lotta tra Est e Ovest – con locali ambigui dove tutto è lecito: vietnamiti che a Little Saigon contrabbandano cittadini verso più sicuri lidi asiatici e un’inflessibile milizia che stringe le maglie del proprio controllo alla ricerca di giovani idealisti rivoltosi –, ci si trova immersi in una coltre di nebbia sottile e asfissiante.

E tuttavia alla paura si alterna l’insopprimibile desiderio di sbilanciare il piano inclinato del regime per assaporare brandelli di libertà.

O meglio di “verità”, concetto cardine e allo stesso tempo monito dell’intera serie, primo oggetto della contestazione che il vecchio giudice e mentore di Kajetan opporrà come tema contro la statuaria e filogovernativa dissertazione di laurea del ragazzo.

«Tra la legge e il Partito hai dimenticato di nominare la verità».

La morte del giudice porterà Kajetan a mettere in discussione le proprie certezze e, cercando appunto la verità, finirà per scontrarsi con Ofelia, la leader della Brigata della Luce che ha un nome di shakespeareana memoria ma che ha scelto lo pseudonimo ribelle di Emilia Plater, eroina della rivolta di novembre contro l’impero russo.

Ofelia è una figura sontuosa che si presenta dalle prime inquadrature come uno dei migliori personaggi nel panorama seriale degli ultimi anni. Cinica idealista, manipolatrice senza scrupoli, la rivoluzionaria è capace di tutto pur di perseguire il suo scopo: soverchiare il regime.

A livello di immaginario generazionale, Ofelia è costruita in plateale contrapposizione ai «giovani rivoluzionari digitali» emersi nella narrazione entusiastica di episodi – fallimentari – come la Rivoluzione Verde (Iran, 2009) o la Primavera Araba (Medioriente, 2010).

Opponendosi all’autoritarismo in un mondo verosimile che mantiene le costanti di progresso tecnologico che hanno portato prima ai social network e, di conseguenza, al controllo della Rete esercitato dal Potere – ricalcando l’evoluzione dei social media del mondo reale – la Brigata della Luce si muove come organizzazione di resistenza sotterranea con tratti distintamente da lotta armata pre-Muro di Berlino.

In questa ucronia polacca, i giovani anti-regime non agiscono la propria battaglia nel mondo virtuale, non si armano di smartphone come strumento di denuncia: tornano, clamorosamente, a modalità di contestazione precedenti a una globalizzazione che, in 1983, sembra non essere mai arrivata: si promuovono con stancil sui muri della città, stringono accordi con le mafie orientali, acquistano fucili e munizioni, organizzano attacchi dinamitardi.

Sullo sfondo, le trame di potere tessute intorno alla Cortina di Ferro ricalcano dinamiche ben note, con generali pronti a sabotare il regime dall’interno con l’appoggio dei Servizi occidentali e alte sfere dello Stato impegnate in una perpetua lotta intestina.

Sarà Anatol, disincantato e alcolista, uno “sbirro” d’altri tempi e buono per altri palati, a guidare il figlio della patria Kajetan verso una disillusione che lo costringerà a scavare nel proprio passato per meglio svelare la tragicità del presente collettivo.

L’elemento dell’investigazione, così come quello politico – con chiari rimandi ora alla Polonia governata dal partito Diritto e Giustizia fondato nel 2001 dai gemelli Kaczyński, ora alla Russia di Putin – è centrale nel racconto e rende 1983 una serie da guardare d’un fiato nella strenua ricerca di attribuire in maniera univoca le maschere di buoni e cattivi.

Ma nella narrazione “giusto” e “sbagliato” cambiano di continuo il proprio volto, costringendo lo spettatore a un continuo riposizionamento.

Così come nella realtà il potere del popolo può slittare in potere sul popolo e la tanto reclamata giustizia può trovare la sua ragion d’essere nel celare la verità.

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