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Retrospettiva Blade Runner

Siete pronti a tornare in una Los Angeles futuristica e visionaria, cupa, dove vive una società distopica in cui “se non sei un poliziotto non sei nessuno”?

5 ottobre 2017

Ci sono degli scrittori che nascono nel momento in cui muoiono.

Uno di questi è sicuramente Franz Kafka, dal cui nome deriva un aggettivo che gode di grande fortuna giornalistica.

Le sue opere furono pubblicate, per la maggior parte postume, dall’amico Max Brod, che ne tradì la fiducia rifiutandosi di bruciarle secondo la volontà dell’autore.

Curioso, insolito, ma di certo non l’unico caso di scrittore che diventa tale solo dopo esser morto.

Eppure non è di Kafka che si vuol parlare. Parliamo di un altro singolare e oggi acclamato scrittore che risponde al nome di Philip K. Dick.

Snobbato, liquidato con sufficienza dalla critica ufficiale, in quanto mero scrittore di genere, Philip Dick ebbe il suo risarcimento solo dopo la morte.

La fama, che mentre era in vita lo sfiorò soltanto, lo avvolse più tardi e indirettamente, grazie alla versione cinematografica di uno dei suoi libri. Fu il cinema, quindi, a impedire che Dick finisse nell’oblio, e lo fece con la trasposizione riuscitissima di un romanzo considerato minore. La settima arte si prese una rivincita sulla letteratura: finalmente si poté esclamare che il film era superiore al libro.

Sull’onda del successo del film, che divenne un cult movie, nacque un grande interesse dei critici verso l’autore che lo aveva ispirato: fioccarono articoli, saggi e biografie. E il cinema dal canto suo tornò più e più volte a saccheggiarlo, ma senza mai bissare il capolavoro che rese Dick famoso, pur passando per regie prestigiose (Minority Report di Spielberg) o sperimentali (In a Scanner Darkly di Richard Linklater) che però puntavano sui racconti brevi più che sui suoi romanzi.

La dice lunga che fino a oggi nessuno dei romanzi più importanti di Philip K. Dick sia stata portato sul grande schermo e che produttori, sceneggiatori e registi si siano cimentati principalmente con la trasposizione della sua narrativa breve. Per quale motivo? Forse a causa della complessa natura di quelle opere che ne rendevano difficile l’adattamento su pellicola? È lecito pensarlo.

Ma Dick era solo uno scrittore di fantascienza? O forse era qualcosa di più?

Quali erano allora i temi affrontati ripetutamente nelle sue opere e che hanno fatto sì che venisse considerato un’artista e perfino un filosofo?

Il labile confine tra la realtà e finzione (e tra realtà e illusione) che rende arduo (se non impossibile) sia per i personaggi della storia che per i lettori scindere l’una dall’altra, il conflitto tra gli uomini e le macchine, la presenza di mondi paralleli al nostro, i poteri paranormali, l’alienazione e l’assunzione di sostanze stupefacenti, il rapporto dell’uomo con la religione e la tecnologia ricorrono insistentemente nella sua opera.

Temi che diverranno ossessioni e che saranno trattati, declinati, esplorati in oltre cento racconti e in qualche decina di romanzi allo scopo forse di ricercare una catarsi personale attraverso la scrittura. Non sappiamo se Dick raggiunse infine questa catarsi, sappiamo però che ha lasciato una traccia indelebile nel campo della letteratura fantascientifica.

Ma veniamo al film che diede una svolta alla carriera di Philip K. Dick. Alzi la mano chi non l’ha visto, se ha il coraggio. O sprofondi sotto terra per la vergogna.

Blade Runner

Blade Runner esce nel 1982, fu diretto da Ridley Scott che aveva all’attivo la regia di due lungometraggi: un film in costume intitolato I duellanti, tratto dal romanzo breve di Joseph Conrad e premiato al festival di Cannes come migliore opera prima, e un film di fantascienza la cui saga è nota a tutti: Alien.

Il protagonista della pellicola è invece l’americano Harrison Ford (piccola curiosità: originario anche lui di Chicago, proprio come lo scrittore), in quegli anni fresco del grandissimo successo de I predatori dell’Arca perduta (1981, Steven Spielberg) e, alcuni anni prima, comprimario nel primo episodio dell’altra mitica saga di Guerre Stellari (1977, George Lucas).

Nonostante il budget di ben ventotto milioni di dollari (di allora) Scott può completare il film solo grazie alla generosità di Stanley Kubrick, che dona al collega del materiale girato ai tempi di Shining e poi non utilizzato.

La trama è nota: un ex-poliziotto (Harrison Ford) di una speciale unità del LAPD è richiamato in servizio e assume l’ingrato compito di provvedere al “ritiro” (termine burocratico-eufemistico che sta per eliminare, uccidere) di alcuni replicanti (cyborg dalle sembianze umane) fuggiti dalle colonie extra-mondo e ritornati sulla terra, infrangendo la legge.

Il film ha un impatto notevole sia sul pubblico che sulla critica e la sua fama cresce col passare del tempo, entrando nella classifica dei dieci migliori film degli anni’80, dei dieci migliori film di fantascienza in assoluto e dei cento migliori film di sempre. Alla sua uscita fa discutere tanto che non mancano le voci di dissenso, come quella del famoso critico americano Roger Ebert, che successivamente, però, rivede la sua posizione iniziale.

Le ragioni del successo

Innanzitutto il titolo, che è azzeccato e bellissimo, piace per la sua eufonia, anche a chi non ne comprende il significato e, di conseguenza, suggerisce subito qualcosa alla mente degli spettatori.

Poi l’ambientazione: una Los Angeles futuristica e visionaria, cupa, buia, piovosa, inquietante, gotica, ipertecnologica, orwelliana dove vive una società distopica nella quale “se non sei un poliziotto non sei nessuno”. E ancora: l’atmosfera ricca di fascino che trae ispirazione anche dal noir degli anni Quaranta. Idea singolare quella di fondere due generi diversi, se non addirittura antitetici, come la fantascienza e il noir, visto che il primo si rivolge al futuro mentre il secondo rimanda molto spesso al passato. Impossibile, poi, scordare le musiche di Vangelis e la canzone One More Kiss, Dear, che risuonerà nella mente dello spettatore ogni qual volta risentirà nominare la pellicola.

Quindi i personaggi: indimenticabili. Come quello del replicante Roy Batty, interpretato dall’attore olandese Rutger Hauer, che nello scontro finale con il protagonista recita un famosissimo monologo entrato a pieno titolo nella storia del cinema e nell’immaginario collettivo, è tempo di morire… O le due seducenti femme fatale, Rachel e Pris: bruna e buona la prima bionda, bionda e cattiva la seconda, come stabilito dal canone del corifeo dell’hard boiled Mickey Spillane.

Ma Blade Runner non è solo un film bello sul piano visivo e narrativo, è anche e soprattutto un film che affronta l’importante tema della creazione artificiale della vita. Un tema che la letteratura, ben prima del cinema, ha affrontato in opere come Frankenstein di Mary Wollstonecraft Shelley o Il Golem di Gustav Meyrink, un tema che oggi torna estremamente attuale, in un’epoca in cui la scienza è arrivata a clonare gli esseri viventi, e oltre.

Il dottor Eldon Tyrell è infatti il personaggio che in Blade Runner incarna il moderno Prometeo, colui che ha progettato e costruito i replicanti allo scopo di sostituire gli esseri umani in lavori e compiti estremamente gravosi e pericolosi. Ma i replicanti non hanno solo sembianze umane, sono anche in grado di sviluppare sentimenti, emozioni, paure.

Le domande

Sono qualcosa di più, insomma, di semplici automi, sebbene siano qualcosa di meno dei veri esseri umani.

E qui vengono da porsi le prime domande. È giusto, dal punto di vista etico, morale e religioso creare un clone dell’uomo? Ed una volta che lo si è fatto, è giusto considerarlo e usarlo come una macchina oppure questo nuovo essere vivente dovrebbe avere anche lui i suoi diritti? Non vengono forse riconosciuti dei diritti anche agli animali? Domande dalle quali lo spettatore più attento non può sottrarsi.

Ma Blade Runner alimenta anche un altro tipo di discussione, più strettamente connesso all’ambito dell’industria cinematografica. Del film esistono diverse versioni, tra cui il director’s cut e il final cut. Visto il successo si prese la decisione di realizzare un’edizione speciale, rispettando quelle che erano le indicazioni iniziali del regista, ma anche questa non risultò del tutto soddisfacente e così dieci anni fa si giunse al final cut, ovvero la versione definitiva (quella in cui Ridley Scott avrebbe cioè avuto la maggiore libertà artistica). Viene allora da chiedersi: è lecito che la parola di chi finanzia un’opera scavalchi quella di chi la dirige? E chi è, allora, il vero autore di un film: il produttore o il regista?

È difficile, senza dubbio, negare a chi investe fior di denaro il diritto di esprimere le sue opinioni e di prendere anche delle decisioni, ms è bene ricordare poi che fare un film è sempre un’opera corale e la sua riuscita dipende molto anche dalla sinergia e armonia che si instaura tra tutti coloro che prendono parte alla sua realizzazione: sceneggiatori, scenografi, membri del cast tecnico, membri del cast attoriale.

Ridley Scott non fu sicuramente il primo regista a cui non fu permesso di completare il film a modo suo, e neanche l’ultimo.

La lunga storia delle divergenze tra chi produce e chi dirige risale agli albori del cinema.

Erich von Stroheim (il caso, forse, più eclatante), Howard Hawks, Anthony Mann, Stanley Kubrick, Marlon Brando (nell’unica regia della sua carriera), Michael Cimino sono solo alcune delle vittime dell’ingerenza, dell’invadenza e – a volte – addirittura della prepotenza dei produttori.

Blade Runner è però divenuto il film più famoso tra quelli che hanno subito tagli, modifiche e (ri)manipolazioni. Ed è quello con il quale è divenuta popolare l’espressione director’s cut, che sarebbe stata poi sfruttata commercialmente per promuovere i titoli di maggior successo, indicandola sulla custodia della videocassetta o del dvd (e infine del blu-ray disc) allo scopo di renderli ancora più accattivanti agli occhi dei cinefili.

Ed è per la gioia di questi ultimi che esce ora nelle sale Blade Runner 2049, grazie al quale faremo un ritorno al futuro e ci ritroveremo ancora in quella cupa e caotica megalopoli di Los Angeles, dove tutto sembra possibile a eccezione di una cosa: essere felici.

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