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Redeloos, radeloos, reddeloos: l’anno orribile che dobbiamo attraversare

Redeloos, Radeloos, Reddeloos, tre aggettivi traducibili dall’olandese in "irrazionale", "disperato" e "senza speranza" e, rispettivamente riferiti a popolo, governo e nazione. Di fronte al futuro che impone la fine del lavoro dei servizi, di fronte alla capacità della tecnologia di rendere obsoleto l’uomo, in un pianeta che comincia a soffocare, vincono i nuovi leader che offrono soluzioni massimali, cerotti, arrangiamenti e utopie senza fondamento. E le persone — quelle che si sentono minacciate, schiacciate dagli eventi — diventano irrazionali, non credono più negli esperti.

12 maggio 2017

di KJ Okker*

Nella psiche olandese, il 1672 fu l’anno orribile per antonomasia, il famigerato ‘Rampjaar’. Ogni nazione o cultura ne hanno perlomeno uno, momenti storici che ricordano tragedie nazionali o periodi particolarmente difficili: dall’uccisione di Kennedy per gli americani, alla grande carestia in Irlanda, fino al 1978 italiano, l’anno dell’uccisione di Moro che riaprì un periodo di violenza e attentati in Italia.

Un paese è come una persona, ci sono anni, momenti, periodi che ci portiamo addosso come cicatrici. Per gli inglesi, il 1666 dell’incendio di Londra. Per gli olandesi, rimane il 1672 l’anno ‘peggiore’, ‘annus horribilis in decade malefica’.

Il motivo di questo imprinting psicosociale di quel momento della storia olandese in cui questa giovane nazione, solo da poco liberata dall’occupazione spagnola, fu una serie di alleanze sbagliate e successive sconfitte in battaglie e guerre contro altri paesi.

L’Olanda fu umiliata con un’occupazione di una parte del territorio e con l’ambizione di governare i commerci mondiali fortemente ridimensionata. Era l’Olanda delle compagnie delle Indie, delle leghe mercantili, dei porti straripanti di navi e vele, storie di mondi nuovi e leggende di pietre filosofali, eldoradi e passaggi a est, ovest, nord, sud. Un mondo in piena evoluzione, dove l’apertura del traffico mondiale ebbe lo stesso impatto che sta avendo oggi l’informatizzazione estrema del tessuto sociale.

Per la prima volta nella storia dell’uomo, nel diciassettesimo secolo, non solo i soldati e i pargoli regnanti dati in matrimonio fra case regnanti, ma anche le idee, le merci, le tecnologie e, soprattutto, i capitali, cominciavano a viaggiare, a spostarsi attraverso il mondo in maniera strutturale, non più come meccanismo di imposizione coloniale, ma come fenomeno dal basso o, forse, dal, medio, intesi come ceti.

Viaggiavano le nuove classi europee (classes in classis), investivano altrove in azioni e titoli di cambio i nuovi ricchi, individui e famiglie che avrebbero creato, poi, in Inghilterra la rivoluzione industriale e in Francia quella politica. E, fra Germania e paesi baltici, il mercantilismo protestante delle case aguzze e con magazzini capienti di stoffe, spezie e baccalà.

L’anno orribile arrivò sull’Olanda come una ‘pizza’ in pieno volto non tanto ai soldati e generali olandesi, sconfitti in battaglia, ma a quella classe media che stava cominciando a crederci, in quel mondo futuro di benessere se non per tutti, perlomeno per quelli in gamba, predestinati da un Dio benigno, che premiava i suoi fedeli con successo sul lavoro.

Gli startupper californiani di oggi. Imprenditori che sapevano prendere posizione ed investire in un mondo in cui il rischio ondeggiava fra la paura di tempeste generate da mostri marini, carichi di stoffe e spezie perse a popolazioni indigene, pirati, autorità doganali ostili.  Un mondo pieno di tempeste perfette, in mari sconosciuti sotto stelle aliene solcati da cacicchi e barche imponenti nei canali di Ostenda, Harlem, ma minuscoli gusci di noce nelle vastità degli Oceani ancora sconosciuti. Spiriti come Ariel e selvaggi come il Calebano de La Tempesta del contemporaneo Shakespeare.

Quell’anno orribile fu terreno fertile per un cambio di regime, un ritorno al vecchio mondo, una restaurazione contro quel primo abbozzo di rivoluzione borghese. Ed avvenne, velocemente, in maniera brutale.

Gli olandesi, in un mondo senza social networks o piazze virtuali dove stemperare la rabbia, persero la testa. Le sconfitte militari e l’arrivo della fine di quella spensieratezza economica a cui erano abituati creò ondate di irrazionalità, di incoscienza civile e di violenza senza spiegazione logica.

I politici e i reggenti  della classe media che dominavano da anni i Paesi Bassi, a dispetto della dinastia degli Orange, furono imprigionati e il principe Guglielmo III di Orange, succeduto al padre morto di vaiolo e legittimo pretendente al governo del paese, fece in modo che questa rabbia popolare fosse indirizzata contro gli stessi, trucidati e i loro corpi seviziati.

Ci furono atti di cannibalismo puro, altro che bullismo, sulle membra dei due fratelli De Witt, reggenti della regione di Amsterdam, la più ricca del paese, e gli artefici di quella devastante fine della loro reggenza furono premiati dal nuovo re. I loro cuori furono strappati dai corpi e le membra appese agli alberi, affinché tutti capissero cosa voleva dire andare contro il popolo. Come animali al macello.

Le sconfitte militari, la fine di una fase di espansione e quella violenza indicibile, anche per anni di sangue come quelli, furono espressi in un motto, proprio nel 1672, rimasto vivo nella memoria del paese quasi quanto il ‘Blood, Sweat and Tears’ di Churchill: Redeloos, Radeloos, Reddeloos, tre aggettivi traducibili dall’olandese in “irrazionale”, “disperato” e “senza speranza” e, rispettivamente riferiti a popolo, governo e nazione.

“Redeloos”:

Un dispregiativo “irrazionale” riferito ai cittadini olandesi, a questa nazione di mercanti composta da persone abituate a patteggiare, a destreggiarsi fra poteri militari molto più forti, ora coscienti di entrare in un periodo di dominazione da parte di altri, con le guerre e contrasti religiosi ancora accesi.

La religione intanto era diventata morale imprenditoriale, forma sociale. Guglielmo di Orange, anni dopo, sarebbe sceso da Hull a Londra essenzialmente per bloccare l’avvento di un monarca cattolico nel Regno Unito. E lo fece, paradossalmente, con la famosa ‘Rivoluzione gloriosa’ dove sangue non fu, apparentemente, cosparso (avventura magistralmente narrata in Going Dutch di Lisa Jardine).

Perché, in fondo, in Europa, l’avvento del protestantesimo in tutte le sue forme, miracolosamente, aveva imposto una nuova disciplina, una morale diversa, in cui il mercante, anzi, l’homo economicus, si era dovuto reinventare il mondo. Un mondo che, continuamente, si apriva e si espandeva a nuove terre e nuovi dilemmi. La psiche dell’uomo occidentale messa a durissima prova di fronte alla continua dimostrazione della non esistenza di un Dio omogeneo.

Un mondo nuovo per persone abituate dalla storia all’egemonia assolutista. E, in quel varco di tempo, quella singolarità dove il pianeta divenne sferico e globale, perché tendenzialmente conoscibile, l’irrazionalità pervase l’Europa. Le leggende, i miti, tornarono a dominare il dibattito politico, così come i processi alle streghe, la caccia agli untori, la crescita di pratiche alchemiche.

La fede tradizionale come l’open web oggi e i culti misterici come il dark web. Dentro l’anima europea, l’aprirsi al mondo di nuovi sapori, nuove razze e tradizioni ebbe un impatto enorme. Era nato il meticciato.

In quello squilibrio, aumentato dalla sensibile perdita di controllo, gli olandesi infiammati dalla umiliazione subita, cercarono capri espiatori. La follia nelle strade, come un quadro fiammingo, come in un trionfo della morte, nei chiari-scuri dei pittori del tardo seicento.

L’irrazionalità che diventa paura per un mondo che poteva cambiare ma non lo fa alla velocità voluta. Tutto mutava a secondo direttive non aspettate, inattese. Senso di sicurezza non solo sul futuro prossimo, ma sul senso del sé. L’anima o le anime del mondo?

«Sembra oggi», mi dice un amico, quando gli racconto di questa fascinazione per il 1672. «Sì», rispondo, sembrano questi ultimi dodici mesi di follia dalla Brexit in poi, o, forse, questo decennio difficile dalla crisi del 2017 in poi, quell’istante della storia umana in cui ci siamo svegliati in un mondo post-ideologico, dove ogni tipo di classificazione politica fra destra e sinistra sono scomparsi.

Quei canali stretti, quel senso di falsa sicurezza di dover e poter sempre scegliere fra un partito blu ed uno rosso, liberismo, dirigismo. E non tanto di più. La società si è svegliata in uno di questi gusci di noce in un mare nero e denso di incertezze.

Di fronte al futuro che impone la fine del lavoro dei servizi, di fronte alla capacità della tecnologia di rendere obsoleto l’uomo, in un pianeta che comincia a soffocare, vincono i nuovi leader che offrono soluzioni massimali, cerotti, arrangiamenti e utopie senza fondamento, e le persone, quelle che si sentono minacciate, schiacciate dagli eventi, diventano irrazionali, non credono più negli esperti. Irrazionali, redeloos, come in quegli albori della modernità. Cannibali. Neo-calebani.

“Radeloos”:

Il potere costituito, il governo delle cose, venne definito “disperato” nel motto. Senza sbocco positivo. Il governo dei fratelli De Mitt che non riuscì a fermare la carambola di alleanze disastrose che portò alle sconfitte e alle invasioni degli altri poteri, quelli monarchici, dinastici. Perché’ di fronte alla combinazione di singolarità del presente, chi comanda deve avere un senso di direzione, di tappe, di sguardo lungo e articolato, per confortare il popolo.

Nei periodi di grande mutazione sociale, la politica diventa l’ambito dello scontro, della sfida al presente ingrato, in cui le parole importanti devono essere seguite da azioni ancora più magniloquenti. Il New Deal di Roosevelt. Il Marshall Plan, il peronismo in Argentina. Le riforme agrarie, del piano case, del primissimo Fanfani in Italia.

In Olanda, negli anni prima dell’anno orribile, questo scatto consapevole, questa accettazione delle sfide di fronte non accadde. Anzi, probabilmente furono le scelte tattiche dei reggenti che portarono alla sconfitta. Non compresero come cambiava il mondo, non capirono come perseguire quella intuizione geniale olandese, basata su influenza mercantile e non militare, su avamposti e non su territori occupati. Le basi delle flottiglie olandesi erano quello che oggi sono gli snodi e le sedi dislocate delle grandi corporazioni della rete. E non protessero quello status, ma il territorio e il loro diritto non di casta, ma di classe, a comandarlo.

E il popolo non seguì, perché – nella irrazionalità vigente – i reggenti non la raccontarono giusta. I piani si erano dislocati.

Ed oggi, eccoci qui, nella terra di nessuno delle priorità differenti, differenziate, fra generazioni, fra classi sociali, fra idee del mondo ancora in fieri. Perché il mondo dopo la rivoluzione fintech non lo conosce nessuno, come nessuna persona, nessun regnante, poteva immaginare il pianeta del dopo scoperta dell’Australia, non sapevano neanche esistesse nel 1672.

E chi non sa fare altro che applicare vecchie categorie, o rendere tutto uno scontro ideologico, in un mondo dove non esiste più contrapposizione fra blocchi ancora chiaramente espressi, tutto è destinato a convergere verso chi offre idee massimaliste, ruffiane, palliativi alla grande crisi esistenziale. In Europa, è un dato di fatto, nessuno può governare, dalla Germania alla Spagna, senza far conto su ‘Grosse Koalition’. Probabilmente, anche Macron dovrà trovare uno spazio medio fra diverse idee (ormai futili) del mondo. Trump e la Le Pen, Salvini sono fermati non da una visione nuova, ma da cerotti e soluzioni temporanee. Quasi disperate.  Sappiamo che il livello di xenofobia, odio sociale, razziale, espresso da molti leader populisti non corrisponde a quella idea di società che ci eravamo immaginati, ma, in maniera provocatoria, quale idea di mondo, quale narrazione viene contrapposta?

“Reddeloos”:

Senza direzione, senza piano, si potrebbe tradurre. Come conseguenza della irrazionalità del popolo olandese e del senso di mosse disperate e senza senso omogeneo dei reggenti, la nazione stessa divenne, in quel periodo della storia culminante con Guglielmo di Orange, un vascello in preda a venti non controllabili.

Lo stesso senso di impotenza degli Olandesi, come quello di chi osserva il mondo cambiare, la velocità delle cose aumentare a livelli inintelligibili all’occhio ed al cuore dell’uomo, bombe d’acqua che fanno tracimare fossi e canali costruiti dai nostri antenati. Siamo nel territorio nuovo delle singolarità multiple. La stessa crisi finanziaria, prima di tutto, è stata una enorme crisi esistenziale. Anche per quel senso di delusione forte, cocente, nello scoprire che tutto quello che luccicava era ‘fools gold’, pirite, non oro.

«Posso capire il movimento degli astri», scrisse Newton, quando perse tutti i suoi risparmi nella speculazione della South Sea Company, «ma — aggiungeva — non capirò mai la stoltezza degli uomini». La stessa stoltezza che ci ha fatto credere nel poter essere padroni di casa, di avere di fronte una capacità infinita di contrarre debito. Tutti, uomini, società, governi. Perché quel debito non era, spesso, destinato a creare crescita, lavoro, ma a far funzionare la macchina imperfetta della finanza. Ancora piani disallineati fra vita reale e ricchezza virtuale. Un benessere di carta (di credito).

Senza direzione, si definivano gli olandesi nel 1672. Oggi, sembra tutto tornare, come una grande fame per un nuovo piano, un New deal per tutti, per tutti i cittadini europei, per quelli americani, e, magari, anche per i cinesi, i profughi siriani e africani nelle nostre stazioni e nei centri di accoglienza.

Il leaderismo ed il populismo sono, alla fine, una forma di abdicazione del sogno collettivo ad uno particolare, del dittatore, dell’arringatore di turno. Quando, il vero desiderio, la vera domanda è sempre quella, di una direzione che ci renda più umani, che ci renda più utili agli altri, sperando gli altri siano utili a noi. Manca la certezza dei termini del ‘muoversi’ e dell’emanciparsi come cultura. Allora, meglio regredire. Al cannibalismo, al bullismo, alla leggenda ed ai pettegolezzi che trionfano sui fatti veri.

C’è questo desiderio di una politica circolare del beneficiarsi a vicenda, giovarsi del tempo ottenuto grazie alla tecnologia, ridurre la velocità delle cose, aspirare al meglio per tutti e non solo per noi stessi. Che vuol dire accettare una fase intermedia, di sacrificio, di realtà disvelate e rese quasi punizione, irredento territorio di speranze particolari, da rendere di nuovo generali. Collettive.  Patto sociale, si diceva un tempo. Fra generazioni, fra periferie e centro, fra nord e sud, fra est e ovest, fra ricchi non per causa loro, e poveri non per demerito loro. Patto di fiducia fra chi conosce una cosa e chi ne sa costruire un’altra.

L’irrazionalità è come una di quelle giostre che si trovavano negli anni Ottanta nei luna park — si chiamano tagadà — piattaforme circolari che giravano vorticosamente e oscillavano con forza, stordendo le persone con musica ad altissimo volume e luci stroboscopiche.

Si pensa di essere seduti dal lato del giusto o del torto, ma, appena inizia, tutti cambiano posizione, sono disorientati e si trovano, alla fine, seduti in completamente altre posizioni. Magari con qualche livido, ma a volte le persone si ferivano. A volte, i martinetti cedevano e c’erano anche feriti. Il costo della confusione e del moto irrazionale delle cose. Il moto incessante della complessità che cerchiamo, dalle origini della nostra storia umana, di regolare, condizionare, ma, ancor prima, comprendere, studiare, elaborare. Come fare ad evitare altri anni orribili.

Soundtrack

* KJ Okker è la persona attorno alla quale girano sempre tutte le tempeste: finanziarie, sociali. Non ha un ruolo chiave, ma osserva tutto con il distacco di un attore consumato e la nostalgia per un mondo che, probabilmente, non è mai esistito. Abita su un aereo e dorme dove capita. Intanto, misura la vita che scorre fra il cuore e lo stomaco d’Europa e d’Italia.

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